È andata così, più o meno un anno fa, in una fredda giornata di gennaio. Il tedesco Anselm Kiefer, 80 anni compiuti, da molti ritenuto il più importante artista vivente, si muoveva con circospezione negli ambienti di Palazzo Reale, a Milano, apparentemente poco interessato alla storia del luogo. Lo racconta, in modo sublime, Gabriella Belli, storica dell’arte, a lungo direttrice del Mart Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, poi a capo, fino al 2022, dei Musei Civici di Venezia, e ora curatrice della programmazione scientifica di Villa Panza di Varese.
È lei l’artefice dell’arrivo a Milano di Kiefer, artista con cui aveva già mirabilmente lavorato a Palazzo Ducale di Venezia: sua è infatti la curatela de “Le Alchimiste”, perla delle esposizioni artistiche “olimpiche”, aperte durante i Giochi Invernali di Milano Cortina 2026 (l’esposizione è prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte, con il contributo di Gagosian e Galleria Lia Rumma e il sostegno di Unipol e Banca Ifis, il catalogo è di Marsilio Arte, la mostra apre al pubblico il 7 febbraio e sarà visitabile sino a settembre).

Davanti alla Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale di Milano, racconta ancora Belli, la reazione di Anselm Kiefer però cambia e tutto ha inizio: «Kiefer si muove con circospezione, osserva, misura con la mente lo spazio e la luce: 46 metri di lunghezza e 17 di larghezza, finestre, specchi. Visita il sottotetto, sonda la tenuta della travatura e la fragilità del soffitto a finti stucchi neoclassici che, troppo tardi, a ben cinque anni dal bombardamento, ha ricoperto il vuoto della volta».
Sono però i corpi straziati delle quaranta donne scolpite dallo scultore parmigiano Gaetano Callani ad attirare la curiosità dell’artista: distrutte dagli eventi e dal tempo, gli paiono tragicamente attuali e ispiranti. Nasce così il progetto della mostra che ha portato l’artistar tedesco a realizzare un nuovociclo espositivo, Le Alchimiste appunto, che s’innesta perfettamente nella sua produzione, così attenta alla raffigurazione dei poteri creativi e redentivi delle donne nella storia.
Vediamo nella Sala delle Cariatidi 38 grandi teleri, concepiti appositamente per instaurare un dialogo drammatico e potente con l’ambiente stesso ovvero le sculture, gli specchi, gli stucchi, i lampadari. Siamo in un salone di struggente bellezza, come sa chiunque vi sia entrato almeno una volta: qui, in questo luogo che porta ancora i segni del bombardamento del 1943, era stata eccezionalmente mostrata nel 1953 Guernica di Pablo Picasso e da allora la sala è diventata anche spazio espositivo (con progetti, va detto, non sempre all’altezza).
Come procede il lavoro di Kiefer lo ha raccontato lui stesso in una recente lezione al Collège de France: «La nascita di un quadro risponde a un procedimento complesso e il mio umore cambia continuamente nel corso della sua elaborazione. È uno stato che ha inizio nell’oscurità, in una sorta di urgenza, di palpitazione. Ignoro che cosa significhi, ma è qualcosa che mi spinge ad agire. In quel momento sono immerso nella materia, nel colore, nella sabbia, nell’argilla, nell’accecamento dell’istante, non c’è distanza.
Paradossalmente, questo qualcosa informe che ha luogo nella più stretta prossimità, con la testa quasi dentro il colore, è anche estremamente preciso. Allora indietreggio un po’ e cerco di vedere, di distinguere che cosa ho davanti e poi mi chiedo come proseguire il lavoro avvalendomi di ciò che è già stato fatto. A quel punto ho qualcosa di fronte a me con cui confrontarmi. Posso fare riferimento a qualcosa che sta lì, l’esterno, davanti a me. Il quadro è là e io sono qui, nel quadro. A questa condizione subentra subito la delusione, un senso di mancanza. Non è una mancanza, è provocata da qualcosa che non avrei visto che avrei tralasciato di svelare. Da quel momento in poi non potrò concludere se non riferendomi ad altri elementi, altrettanto incerti, che possono essere storici, figurativi o di altra natura. È un dato di fatto: il quadro prende come oggetto il mondo, si concretizza in questo modo. Quando a sua volta diventa un oggetto, lo espongo all’aria, al vento e alla pioggia. Mi affido alla natura, non perché porti a una redenzione, ma perché mi aiuti a completarlo».
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