Kaari Upson. Dollhouse: al MASI di Lugano l’intimità diventa universale

Cruda, ma delicata. Intima, ma universale. Sempre diversa. Sempre riconoscibile. Questa è Kaari Upson (1970-2021), le cui opere sono esposte a partire dal 6 settembre a Lugano, al Museo d’Arte della Svizzera Italiana. Curata da Francesca Benini e Taisse Grandi Venturi, quella del MASI è l’ultima tappa del progetto espositivo Kaari Upson. Dollhouse, prodotto in collaborazione con il Louisiana Museum of Modern Art in Danimarca e la Kunsthalle Mannheim in Germania. Prima grande retrospettiva postuma dedicata all’artista, la mostra abbraccia la sua intera produzione, senza lasciare dubbi sulla trasversalità di Upson in quanto a mezzi espressivi impiegati, materiali sperimentati e tematiche affrontate.

Nata a San Bernardino in California, nel 1998 Upson inizia a studiare pittura alla New York Studio School, e rimane pittrice fino alla fine della sua vita. Ma nel 2001 si iscrive al California Institute of the Arts, ambiente che incoraggia particolarmente alla sperimentazione, e così l’artista comincia a spaziare anche tra la scultura e l’installazione, tra il disegno e il video. Punto centrale della sua ricerca artistica è soprattutto la partenza dalla realtà per rielaborarla continuamente, sia da un punto di vista formale che contenutistico. Per quanto riguarda il primo aspetto, Upson è affascinata, quando non ossessionata, dal realizzare copie del reale. Si muove a volte “analogicamente” e applica lattice agli oggetti per creare stampi che poi stacca per ottenere calchi in silicone. In seguito scopre tecniche digitali e utilizza scansioni sugli oggetti per poi produrre opere in legno con fresatrici cnc. E accade anche che l’artista combini entrambi i metodi secondo procedure complesse.

MASI Kaari Upson – Press (ph.AlfioTommasini)

Ma, appunto, questa rielaborazione continua del reale riguarda anche le tematiche trattate nelle sue opere. Upson parte sempre dal suo vissuto personale: talora decide di completarlo con l’immaginazione, ma in ogni caso utilizza la sua esperienza come strumento per indagare se stessa, e per esplorare traumi e ossessioni. E lo fa in modo talmente autentico, che alla fine riesce a toccare anche la psiche di chi entra in relazione con la sua arte. Le sue opere sono infatti intime, ma hanno il merito di parlare anche alla società contemporanea, e della società contemporanea. Ad esempio, ci parla di relazioni, di famiglia, di casa, ma anche di femminismo, di corpo, di malattia e di morte.

Questa trasversalità di mezzi espressivi, materiali e tematiche è perfettamente visibile nella mostra al MASI, articolata in cinque sezioni prevalentemente cronologiche che ricoprono l’intera produzione artistica di Upson. Grazie ad un sapiente lavoro curatoriale e di allestimento, lo spettatore è immerso in un percorso che facilita l’individuazione di punti di contatto tra un’opera l’altra. E la grandezza di Upson sta proprio nell’aver costellato i suoi lavori di elementi in comune, rendendoli tuttavia sempre diversi rielaborazione dopo rielaborazione, e, al contempo, sempre coerenti e riconoscibili. Poi, anche spostandosi su un piano di fruizione meno intellettualistica della mostra, le opere possono certamente essere apprezzate anche solo per il loro forte impatto visivo: alcune di esse monumentali, altre sconcertanti, e altre ancora entrambe le cose.

E proprio monumentale e sconcertante è l’insieme di lavori che apre il percorso espositivo e che ha reso celebre l’artista. Si tratta di The Larry Project: Larry è il nome fittizio che Upson dà ad un vicino di casa dei suoi genitori. Lei non lo vede mai, e lo conosce solo attraverso i loro racconti: si tratta di un uomo che imposta la sua personalità e stile di vita imitando il fondatore di Playboy Hugh Hefner, tra feste rumorose e cene che culminano in sparatorie. Nel 2003 Upson si reca all’interno della villa abbandonata di Larry, e raccoglie fotografie, diari e oggetti dell’uomo, iniziando a studiarlo con precisione quasi forense, e crea una narrativa le cui lacune sono inevitabilmente colmate con l’immaginazione.

Nel 2005 questo sfocia in The Larry Project, che la occupa per circa un decennio, e che coniuga molteplici linguaggi, fra cui installazioni, sculture, disegni, dipinti, video e performance. Tra le diverse opere appartenenti al progetto e presenti in mostra spicca sicuramente Recollection Hysteria (2012), un’enorme copia in lattice di una copia di una stanza della casa di Larry che Upson realizza nel suo studio. Già dall’inizio del percorso espositivo emergono quindi l’interdisciplinarietà, il lato sperimentale e l’ossessione per la riproduzione del reale, che però non è mai fine a se stessa: Larry infatti non è il centro delle opere, ma l’occasione attraverso la quale Upson può riflettere anche su altro, come sulla relazione col padre o su quelle sentimentali, sulla donna e su come questa viene vista dalla società attraverso l’immaginario creato dall’universo di Playboy, cioè come oggetto di desiderio su misura per l’uomo.

MASI Kaari Upson – Press (ph.AlfioTommasini)

Emerge fin dalla prima sezione anche il fascino che la casa e gli oggetti domestici esercitano su Upson, tematiche centrali poi nella seconda e terza parte della mostra. L’artista inizia quindi un lavoro di stampi e calchi su materassi e divani, poiché vede le tracce materiali lasciate dai corpi sugli oggetti domestici come chiave d’accesso all’intimità delle persone. «Sono i mobili più intimi dove noi stiamo più a lungo, e sono anche quelli che quando appartengono agli altri ci disgustano un po’» spiega la curatrice Francesca Benini. Ed effettivamente sono lavori che disgustano: se a volte sui materassi Upson aggiunge delle macchie, in altri casi la sporcizia delle persone che li hanno usati – e quindi la loro intimità – rimane proprio integrata nell’opera finale. Per quanto riguarda invece i divani che crea, l’artista ne eccede le pieghe e ottiene spazi molli, rimandando così all’intimità dei corpi che ci si sono seduti sopra, e al contempo trasformando i divani stessi in corpi.

Arriviamo dunque a THERE IS NO SUCH THING AS OUTSIDE (2017-19), nella terza sezione Dollhouse – una miniatura gigante, che dà il nome alla mostra per due motivi. Fisicamente parlando, siamo di fronte a un’installazione che è la copia 12 volte più grande di una casa delle bambole che apparteneva alla madre di Upson. L’opera è monumentale: ci si può girare intorno, mentre una parte del tetto tocca il soffitto della sala; di fatto, tutta la mostra è stata sviluppata attorno a questo lavoro. Anche simbolicamente, poi, la tematica della casa è centrale in tutta la produzione di Upson, come visto già dal progetto di Larry. «La casa e lo spazio domestico sono tra gli spazi dove si sviluppa l’identità delle persone» chiarisce Benini «è dove viviamo dei traumi oppure dove si creano quei ruoli all’interno di dinamiche familiari che poi portiamo con noi per tutta la vita. E’ dove si crea una parte importante della nostra psicologia». Di quella casa delle bambole non viene riprodotta in grandi dimensioni solo la struttura, ma anche gli oggetti microscopici che erano all’interno, e a questi Upson ne aggiunge di nuovi, ancora una volta partendo dalla realtà come spunto per altre riflessioni. Ad esempio, tra i mobili della Dollhouse si nota anche la copia di alcune pastiglie che l’artista prende dopo che nel 2011 le viene diagnosticato un cancro.

Proprio il tema della malattia e quello della fragilità del corpo e della vita sono particolarmente visibili nelle ultime opere esposte in mostra. Cult of Invalidism (2012) è un’installazione composta da un gruppo di stampelle, che trae l’ispirazione da quelle che i fedeli lasciano in una grotta a Lourdes nella speranza di guarire. Torna il disgusto, poiché Upson inserisce tra le stampelle dei capelli, ma c’è anche una buona dose di provocazione, dal momento che l’artista integra nell’opera dei dildo. L’installazione diventa infatti l’occasione per riflettere sulla condizione femminile: se il titolo stesso Cult of Invalidism fa riferimento all’epoca vittoriana in cui le donne in Inghilterra venivano viste come invalide e morenti, Upson cerca proprio di mettere in discussione l’immagine della donna come essere fragile e da proteggere.

L’ultima sala della mostra, probabilmente la più toccante, appare invece come sospesa tra i ricordi d’infanzia e la morte. E’ una stanza dolce e nostalgica e inquietante. Qui il corpo dell’artista si frantuma e sovrappone a quello materno. Dal soffitto scende infatti una sorta di foresta di gambe sospese, che possono anche ricordare parti di animali morti appese al macello. Queste “gambe” sono ottenute sia dal calco delle ginocchia dell’artista, che da quello di un tronco di un albero che cresceva nel giardino dei genitori, e che viene abbattuto per diminuire il rischio di propagazione degli incendi che a San Bernardino sono molto frequenti. Se da un lato quindi emergono i temi del pericolo e della perdita, dall’altro però il titolo dell’installazione Mother’s Legs (2020) rimanda proprio alle gambe della madre e alla possibilità per i bambini piccoli di cercare rifugio e di nascondersi dietro ad esse.

Ma quell’anno la madre di Upson muore per un tumore che era partito dall’alluce. Così, alle pareti della stessa stanza delle Mother’s Legs, si trovano i Foot Face Paintings (2020-21) che ad essa sono dedicati. Si tratta di dipinti su carta che ripetono un unico soggetto, cambiandone giusto il colore di volta in volta: si vede un viso dagli occhi spalancati, parzialmente coperto da un piede che allude proprio alla madre e alla sua malattia. Sono le ultime opere che l’artista realizza: infatti, nonostante l’intenzione di crearne una al giorno per un anno, purtroppo arriva solo a 144, perché Upson stessa muore di cancro il 18 agosto 2021.

L’impressione che lascia la mostra è quella di un’artista complessa, ma coerente, con una voce tanto grottesca quanto sensibile. Una figura trasversale, ma riconoscibile e tuttavia non ancora conosciuta dal grande pubblico. Ad esso, invece, può perfettamente parlare, sia semplicemente perché le sue opere sono di grande impatto visivo, sia perché, spostandosi da una lettura sensoriale a una psicologica, l’intimità delle opere di Upson può farsi portavoce di un sentire davvero universale.

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Valentina Cerniglia
Valentina Cerniglia
Nata a Pavia nel 1996, ho una laurea triennale in Scienze Umanistiche per la Comunicazione e una magistrale in Sviluppo Economico e Relazioni Internazionali. Nutro un profondo interesse per la cultura e per l’arte, però mi piacciono molto anche la psicologia, la sociologia e la linguistica. E’ stimolante per me trovare punti d’incontro tra discipline umanistiche e sociali apparentemente lontane: nella vita aspiro a scrivere proprio di questi punti d’incontro. Nel tempo libero mi piace perdermi nella natura, tra i musei, nei borghi storici, e tra i paesi del mondo (al momento sono a quota 42).

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