Ci sono saghe che non muoiono mai. Forse perché appartengono al codice genetico del cinema stesso, sedimentate come fossili preziosi nella memoria collettiva. Jurassic World – La rinascita, ultimo tassello di un franchise iniziato più di trent’anni fa dalla penna di Michael Crichton e dalla regia di Steven Spielberg, non si limita a rievocare i fantasmi di un passato glorioso: tenta, piuttosto, un gesto ardito e necessario, quello di trasformare l’eco dell’antico in un linguaggio nuovo, a tratti contemplativo, a tratti epico, sempre carico di domande profonde.
Gareth Edwards, (Monsters, Godzilla, Rogue One), affronta il materiale giurassico incendiario e rivoluzionario con uno sguardo che è insieme etico e spettacolare. Al centro di questo nuovo racconto non c’è solo l’azione – che pure abbonda, e in alcune sequenze raggiunge vertici visivi impressionanti – ma l’interrogativo morale che ha sempre attraversato il franchise: cosa significa creare la vita? E soprattutto, chi ha il diritto di dominarla?

Il film trova la sua forza nella figura di Zora Bennett, interpretata da una Scarlett Johansson in grande forma, che dà al suo personaggio una duplice dimensione: agente sotto copertura e coscienza critica di un mondo che ha smarrito il confine tra scienza e avidità. Accanto a lei, Mahershala Ali incarna con rigore e ironia un comandante disilluso ma ancora capace di visione e pieno di carisma. La loro missione – recuperare campioni di DNA da tre dinosauri per conto di una potente casa farmaceutica – è solo l’innesco narrativo di un’esplorazione più ampia e stratificata.
Il mondo delineato in questa storia è quello di una Terra che ha fallito l’integrazione con il suo passato riemerso: i dinosauri, liberi dopo le convulsioni della precedente trilogia, si sono ritirati nelle poche zone ancora compatibili con la loro natura. Non sono più mostri, né meraviglie: sono stranieri in un tempo che non li vuole. In questa cornice crepuscolare, l’isola di Saint-Hubert si trasforma in uno spazio simbolico, dove la lotta per la sopravvivenza si mescola a dilemmi morali più urgenti e profondi.
Certo, la narrazione sceglie di farsi corale, alternando il racconto della missione principale con quello della famiglia Delgado, naufragata tra le onde di un mare ostile. E se questo sdoppiamento a tratti frammenta il ritmo, offre però anche un’interessante dialettica tra l’umano e il tecnico, tra la vulnerabilità emotiva e il cinismo razionale che attraversa la squadra scientifica. In un mondo dominato dalla manipolazione genetica e dalla logica del profitto, la presenza dei Delgado ricorda che, sotto ogni rivoluzione biotecnologica, resta l’urgenza dell’empatia nella sua dimensione più vicina e umana.

A differenza di molte opere recenti che si accontentano di replicare meccanismi collaudati, Jurassic World – La rinascita tenta invece un altro percorso. Non rinnega le sue origini – il ritorno in sceneggiatura di David Koepp ne è la prova – e le rilegge con occhio più disincantato. I riferimenti visivi ai primi film non sono mere citazioni, ma segnali di un mondo che ha perso il contatto con il mistero. I dinosauri stessi, per quanto impeccabilmente realizzati in CGI, appaiono come creature dimenticate, bellissime e inascoltate, come il cinema stesso in un’epoca che fatica a credere ancora nella magia del grande schermo.
È proprio qui che il film sorprende. Quando ci mostra musei vuoti e creature ormai invisibili all’occhio pubblico, ci parla, in filigrana, anche del destino della settima arte. La loro estinzione, suggerisce Edwards, è anche la nostra: quella di uno spettatore che ha smesso di guardare con occhi spalancati, che ha sostituito la meraviglia con l’abitudine.
Jurassic World – La rinascita non è l’ennesimo roboante blockbuster, piuttosto un’opera che si prende il rischio di riflettere approfonditamente, anche quando non tutto funziona, anche quando inciampa nelle sue ambizioni. È questo suo desiderio di senso, questa sua ostinazione a interrogare l’immaginario che lo rende, nel suo piccolo, un’opera degna di attenzione. Perché forse la vera rinascita non è quella dei dinosauri. È la nostra, ogni volta che un film ci ricorda di guardare il mondo come se fosse la prima volta.



