Cosa resta oggi dell’identità della fotografia giapponese, dopo decenni di autoreferenzialità e riconoscimenti internazionali? È da questa domanda che prende forma JAPAN. Corpi, memorie, visioni, la mostra allestita dal 14 febbraio al 7 giugno 2026 al Magazzino delle Idee di Trieste, prodotta e organizzata da ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia e curata da Filippo Maggia e Guido Comis. Oltre ottanta opere tra fotografie e video, sedici artisti, tre sezioni tematiche: Memoria e Identità, Corpo e Corpi, Realtà e Visione. Non una rassegna celebrativa, ma un dispositivo critico che misura uno spostamento evidente, generazionale e linguistico.
Per lungo tempo la fotografia giapponese è stata letta come un sistema compatto, fortemente identitario. Oggi quel perimetro si è aperto. Se figure come Sugimoto Hiroshi hanno consolidato un riconoscimento globale attraverso una ricerca concettuale rigorosa, le generazioni successive operano in un campo più instabile, attraversato da temi che superano i confini nazionali: memoria collettiva, genere, ambiente, relazioni sociali, percezione dell’immagine. La mostra rende visibile questa trasformazione senza forzare una sintesi, lasciando emergere differenze e tensioni.
Memoria e Identità affronta il nodo della storia recente. Hayashi Noriko e Tomoko Yoneda rileggono eventi cruciali con uno sguardo che tiene insieme documento e partecipazione, evitando soluzioni illustrative. Shimonishi Susumu utilizza la ripresa zenitale e il movimento come strumenti di misurazione del tempo, trasformando l’immagine in un campo di osservazione sulle fratture del passato. Ishikawa Naoki concentra l’attenzione sulla penisola di Okunoto, sospesa tra tradizione e marginalità, mentre Kai Keijiro indaga riti e celebrazioni come strutture portanti dell’identità culturale. Nei video di Miyagi Futoshi la memoria personale si intreccia alla costruzione dell’identità di genere, in un racconto che mette al centro relazioni e vulnerabilità.
Con Corpo e Corpi il discorso si sposta su una dimensione più esposta. Il corpo diventa spazio sociale, terreno politico, superficie di conflitto. Momose Aya lavora sulla distanza tra codici visivi orientali e occidentali, evidenziando slittamenti e incomprensioni culturali. Nagashima Yurie osserva la dimensione familiare con attenzione analitica, restituendo la fragilità del quotidiano. Suzuki Ryoko affronta in modo diretto la pressione sociale e la violenza sul corpo femminile, senza mediazioni estetizzanti. Nei nudi maschili di Nomura Sakiko emerge una tensione trattenuta, un senso di esposizione che riflette la condizione urbana contemporanea.
La terza sezione, Realtà e Visione, interroga il rapporto tra percezione e immaginazione. In Sato Tokihiro la luce incide lo spazio fotografico trasformandolo in costruzione narrativa. Suzuki Risaku presenta visioni naturali che emergono come campi sospesi, mentre Yokota Daisuke dissolve contorni e riferimenti fino a rendere l’immagine instabile. In Kawauchi Rinko il reale diventa teatro emotivo, dove l’intensità percettiva supera il dato oggettivo. Il lavoro video di Asakai Yoko invita infine a oltrepassare la superficie dello schermo, trasformando la visione in esperienza immersiva.
Ad accompagnare la mostra, il volume pubblicato da Silvana Editoriale con il sostegno della Japan Foundation. JAPAN non offre un’immagine pacificata del Paese, ma un campo di posizioni e di scarti. È in questa pluralità, non conciliata e non ridotta a formula, che si misura oggi la vitalità della fotografia giapponese.


