L’ironia è, già di per sé, un elemento di contrapposto tra la realtà di quanto si dice e le parole che si usano per comunicarla; è una figura retorica che presuppone ribellione, intelligenza, senso dell’umorismo. Accostare a questo concetto l’aggettivo “ribelle” ne amplifica il significato, creando una situazione superlativa, dove il senso dell’ironia è dilatato, assolutizzato.
Il lavoro di Clemen Parrocchetti, artista milanese che ha operato nella sua città natale fino alla morte, è dilatazione di tempi, spazi che si prendono e si fanno propri, utilizzando, ironia “volontaria” della Sorte, quegli stessi materiali e quelle stesse pratiche che hanno condizionato la sfera femminile a essere incasellata in un’ottica di passività e subordinazione. Parrocchetti, nella mostra di Palazzo Medici Riccardi fino al 6 gennaio, riscrive, tramite le sue opere, gli strumenti e i metodi del lavoro domestico, inserendoli attivamente nella lotta politica e nelle questioni dibattute dal movimento femminista fin dagli anni Sessanta: oltre al già citato ruolo subalterno della donna – base portante di un sistema complesso e stratificato, il suo lavoro tratta il tema dell’aborto, del divorzio, della ribellione a una vita imposta dall’altro, della liberazione sessuale.
L’espressione dell’ironia, nell’artista, emerge a partire dalle cose, non dalle parole: ciò che la politica e il movimento femminile italiano, a cui Parrocchetti è vicina, comunicano verbalmente, è espresso dall’artista con gli oggetti della quotidianità che subiscono una trasformazione non di uso, ma di senso: ago, filo e tessuto sono ancora strumenti, ma di ribellione, elementi che si trasformano in armi per l’emancipazione non solo a livello sociale, ma anche artistico. Parrocchetti, infatti, si tiene sempre ai margini del sistema culturale ufficiale, pur unendo ricerca poetica e militanza politica.

Un nuovo corpo: il tabù emancipante
Fin dagli esordi pittorici, negli anni Sessanta, Clemen Parrocchetti mostra un’inquietudine di fondo – quella propria del famoso umorismo pirandelliano, il “sentimento del contrario” che dalla risata porta alla riflessione – la cui pittura è vicina ai disegni veristi di George Grosz: un’umanità spigolosa, espressionisticamente malata e perfettamente inserita nella propria quotidianità, solcata dall’inquietudine. Parrocchetti declina questa tendenza, di nuovo, utilizzando un linguaggio parallelo a Grozs; come scriveva Buzzati nel 1969, una delle citazioni più famose riguardo la pittura dell’artista, ci troviamo di fronte a “strane e coloratissime fantasie [che] si mescolano e confondono una quantità di memorie” tra bambini, matti, pop, sadismo. È ironico che si scelga uno dei più cruenti pittori espressionisti il cui linguaggio viene piegato e asservito a una produzione apparentemente festosa, dai cromatismi vividi che richiamano la follia, il pop sgargiante e si mescolano, appunto, prive quasi di spigolosità. L’espressione del sentimento di disagio, l’inquietudine, è rappresentata con gli elementi del suo supposto opposto: la vivacità e la spensieratezza. La quotidianità, grazie a questo corredo cromatico e visivo, si tinge di accenti inquietanti come il perfetto quartiere di Edward Mani di Forbici: un luogo in cui regna una perfezione formale di architetture e comportamenti sociali che nasconde, tra un taglio di siepi e una nuova acconciatura, le storture e le fissazioni dei suoi abitanti.

Il filo che attraversa il metallo
Negli anni Settanta, con l’adesione al Movimento per l’emancipazione della donna, questo contrasto visivo si intensifica e trova un appoggio politico, testimoniando la sua militanza nelle file della contestazione. Quello che solitamente è definito come il paradigma della subordinazione e della passività femminile, la tessitura, diventa lo spazio per la costruzione di un manifesto dove il tempo dilatato dell’intreccio non è un elemento negativo, di mancanza di agency e di trasporto da un momento all’altro della giornata, ma si dimostra nel suo contrario, un filo capace di sfondare una lastra di alluminio: Promemoria per un oggetto di cultura femminile. Ciò che è contenuto in questo testo non è conciliante: il tono del manifesto è di denuncia verso la situazione della donna, principale protagonista del sottoproletariato “donna cuci taci donna punta spilli donna materasso per le donne in definitiva donna oggetto”. Imperativi ad attendere a occupazioni “tradizionali” ordinate da qualcun altro, oggetto, strumento su cui poggiare il proprio corpo per riposare, oggetto da utilizzare a proprio piacimento.

Dall’uomo razionale al surrealismo animale
Non ci sono Muse che cantano e ispirano poeti, non ci sono angeli protettori che guidano il vate verso l’illuminazione e la redenzione: c’è la nuda Veritas che scavalca i pregiudizi sulla donna, che porta una nuova visione, un paio di lenti nuove con cui vedere la realtà. Dalla cupezza delle tele dei primi anni, si passa a toni più festosi, i Trofei solari, alleggerendo il tono espressionistico della pittura: non più corpi scomposti e grotteschi, bocche e vagine, frammenti cadaverici che ricordano, forse, il modo in cui la figura femminile viene vista a seconda dell’uso che se ne vuole fare – una bocca da baciare, o da zittire, una vagina per l’appagamento sessuale. Dalla sperimentazione sul tessile degli anni Ottanta, si passa nel decennio successivo all’interesse per il mondo animale e naturale guardato con atteggiamento surrealista. Ancora una volta, il senso di sogno, automatismo e irrealtà è, probabilmente, il segnale che in trent’anni di carriera nulla è cambiato e bisogna ricorrere ad altri mondi, universi ulteriori che Parrocchetti individua nella comunità animale.

pranzo con croci gioielli e fiori,
1969, © Tiberio Sorvillo
Gli animali sono suoi compagni e vengono rappresentati attraverso il filtro della fantasia. Per festeggiare questa nuova stagione compositiva, si arriva al massimo grado dell’assurdo rappresentando ed esaltando le qualità delle tarme che “disegnano” i vestiti mangiandoli: la distruzione delle trame che reggono l’abito non è la sua fine, ma – sembra dirci l’artista – il segno che si può concepire qualcos’altro, una visione diversa che non si concentri sull’abito, ma sull’operato di piccoli esseri che creano, laddove sembra che stiano portando rovina. Ironico, se si pensa a tutto il lavoro che Parrocchetti ha dedicato proprio ai manufatti tessili. La presenza umana, già dalla fine degli anni Ottanta, è quasi del tutto diradata, estirpata dalla sua produzione. Tutto è costituito per dare forma e spazio alla natura: elementi colorati e variopinti. Se l’ironia prima era distaccata e arguta, adesso si dilata in un grido, quello del non sapere, lo stesso atteggiamento che Socrate, pacatamente, aveva nei confronti dei suoi interlocutori, quando cercava di fargli misurare la loro ignoranza, chiedendo che fossero loro a guidare il discorso e a spiegare il concetto.
Tutto il lavoro di Parrocchetti si muove sul solco della dicotomia, della negazione dei contrari e del sovvertimento del familiare, domestico e rassicurante in uno strumento pungente, che trafigge il metallo e diventa manifesto di ribellione, trasforma il desiderio in fagocitazione, la distruzione in una possibilità di cambiamento.



