Il Max Mara Art Prize for Women diventa nomade. Il celebre premio d’arte, dopo vent’anni e all’inizio della sua decima edizione, annuncia un cambiamento interessante: nato per sostenere le artiste donne emergenti o mid-career e sviluppato da Max Mara e Collezione Maramotti solo nel Regno Unito con la Whitechapel Gallery di Londra, da adesso allarga la mappa al mondo intero.
La prima curatrice di questa nuova modalità del premio è Cecilia Alemani, direttrice e curatrice capo della High Line Art di New York, un nome “di peso” della scena artistica globale e già direttrice della Biennale d’Arte di Venezia (Il latte dei sogni, 2022). Il partner per questa decima edizione del Max Mara Art Prize for Women (2025-2027) sarà il Museum MACAN – Museum of Modern and Contemporary Art in Nusantara, Giacarta, Indonesia. Fondato nel 2017, è il primo museo di arte contemporanea in Indonesia.

Ingresso lato Est / East entrance
Ph. Bruno Cattani
Finora Max Mara e Collezione Maramotti hanno sviluppato il progetto del premio solo nel Regno Unito con la Whitechapel Gallery di Londra, un’istituzione celebre per il suo lavoro di ricerca e promozione di artiste emergenti e affermate: perché questo cambio?
Artuu Magazine ne ha parlato con Sara Piccinini, direttrice di Collezione Maramotti: «Intrecciare connessioni con altri Paesi del mondo, con realtà culturali ed esperienze artistiche diverse rappresenta un ulteriore, appassionante tassello nell’evoluzione del Max Mara Art Prize for Women, e si integra con coerenza nella missione della Collezione Maramotti, che aspira a essere lo specchio di idee e pratiche artistiche originali, innovative e ambiziose del tempo presente. Siamo entusiasti di poter contribuire, soprattutto attraverso la costruzione del programma di residenza e l’accompagnamento dedicato durante l’esperienza in Italia, alla crescita di nuove talentuose artiste della scena globale».
La struttura del premio rimane infatti inalterata: in primavera verranno annunciate le cinque finaliste e, a seguire, la vincitrice del premio che partirà per una residenza di sei mesi nel nostro Paese, al termine della quale realizzerà una mostra per il museo indonesiano e, nel 2027, per gli spazi della Collezione Maramotti di Reggio Emilia.

Ph. Bruno Cattani
Piccinini traccia anche un primo bilancio del premio: «Questi vent’anni ci hanno permesso di fare una mappatura degli stimoli che l’Italia può offrire ad artiste che qui hanno approfondito gli aspetti più diversi; se dovessi indicare il lascito più importante che abbiamo ricevuto finora, è la nozione di tempo».
Già: nel grande circo del mondo dell’arte dove tutto si muove di fretta, dove le gallerie per prime, ma anche le fondazioni e le istituzioni, “divorano” gli artisti (specie i giovani) e poi li mettono da parte, questo premio ha avuto il coraggio non solo di rivolgersi a un pubblico specifico — le artiste donne o coloro che si identificano con il genere femminile — ma di pensare sia alle giovani sia a coloro che non lo sono più tanto, ma devono ancora fare il salto per crescere. Non solo: con una durata totale di due anni per ogni edizione, il Max Mara Art Prize for Women davvero “prende per mano” la vincitrice — e quest’anno sarà un’artista indonesiana — e la segue per 24 mesi nel suo progetto. Non è poco.

Approfondiamo la questione con Cecilia Alemani. «L’Indonesia ha molte delle caratteristiche che cercavamo — dice ad Artuu Magazine —: è una delle nazioni più grandi al mondo in termini di popolazione ma allo stesso tempo, ed è per me forse l’aspetto più interessante, è anche una nazione giovanissima. L’età media è di 30 anni… quasi all’opposto dell’Italia. Certamente è un Paese di cui non conosciamo molto. È composto da 17mila isole e non è molto centralizzato: a livello artistico accoglie una pluralità di voci e ha tanti centri espositivi, non solo nella capitale Giacarta». La scena artistica dell’Indonesia si è sviluppata in tempi recenti, dopo gli anni Ottanta e la caduta del regime di Suharto: «Ha delle caratteristiche molto speciali che potrei riassumere nell’idea della collaborazione: tanti artisti sono collettivi, con tante voci insieme. Sono nate gallerie, fiere, un paio di Biennali, ma la scena non è sviluppata come quella di Londra con cui il premio finora si è confrontato: per me, da curatrice, questo è un aspetto particolarmente interessante perché significa che un progetto come questo può fare una differenza incredibile. Non c’è nulla di simile in Indonesia».

Il MACAN, secondo Alemani, è un partner altrettanto interessante: oltre ad essere, come detto, l primo museo di arte contemporanea in Indonesia, è un’importante istituzione in cui artisti interdisciplinari locali e internazionali possono presentare il loro lavoro tramite mostre e coinvolgenti public program. «Lo dirige Venus Lau, con cui avevo già lavorato all’epoca della Biennale; era una delle mie advisor in giro per il mondo quando, a causa del Covid, non si poteva viaggiare tanto per fare scouting. Il MACAN è molto bello non solo come luogo museale, ma come spazio di incontro: è molto frequentato, specie dai giovani e, devo dire, moltissimo dalle giovani artiste donne. Ha una programmazione attenta alla scena locale ma non solo, con importanti mostre (al momento una di Olafur Eliasson, ndr.)».
E se ancora non si può dire nulla sui progetti selezionati per la fase finale del premio, Cecilia Alemani svela ad Artuu Magazine che ci saranno sorprese: «Ci sono arrivate proposte di progetti nel nostro Paese ben lontani dai “soliti stereotipi” sull’Italia: non posso entrare nel merito, ma da queste giovani artiste, alcune delle quali mai venute in Europa o in Italia, sono giunte idee creative molto originali. Anche per me questo “viaggio” insieme al premio è una scoperta e sono convinta che mantenere una certa curiosità e apertura mentale, in un mondo che ci vorrebbe sempre più chiusi, sia fondamentale anche per la crescita del sistema dell’arte contemporanea».



