Una galleria che non ha ancora una sede fissa, ma che esiste già, che ha già le sue opere e che cerca solo il posto giusto dove mostrarle. È la proposta di Enrico Bisenzi, curatore e autore dell’eBook Inclusive Design – Obblighi normativi e opportunità espressive, che ha lanciato un appello rivolto a gallerie, conservatori, musei, accademie e organizzazioni culturali italiane: ospitare la Inclusive Arts Gallery, che si presenta come la prima galleria italiana dedicata a opere di espressività artistica sul tema dell’inclusione sociale.
Il progetto raccoglie soluzioni espressive elaborate da giovani designer con l’obiettivo di migliorare la comunicazione con persone con disabilità — o, come preferisce definirle Bisenzi, con «caratteri speciali». Un cambio lessicale che non è accessorio: rivela un’intenzione precisa, quella di guardare alla diversità non come limite da compensare ma come variabile creativa da tenere in considerazione fin dalla fase progettuale. È esattamente il cuore dell’inclusive design, disciplina che negli ultimi anni ha guadagnato spazio nei dibattiti sulla comunicazione visiva e sull’accessibilità, ma che fatica ancora a trovare una rappresentazione stabile nel sistema dell’arte e della cultura istituzionale italiana.
Dal punto di vista logistico, la proposta è volutamente a bassa soglia. Per allestire la Inclusive Arts Gallery bastano, secondo Bisenzi, uno schermo e una parete: scaricando il video che presenta le opere in galleria e il pannello descrittivo in formato A3, qualsiasi spazio culturale può attivare anche solo temporaneamente l’esposizione. I materiali sono disponibili online — il video è pubblicato su PeerTube, il pannello scaricabile dal sito del progetto — e l’intera operazione è pensata per essere replicabile, scalabile, adattabile. In cambio dell’ospitalità, Bisenzi offre pro bono un workshop in presenza o un webinar a distanza sul tema dell’#InclusiveArts.
La scelta di affidarsi a un modello così flessibile e distribuito dice qualcosa di interessante sul momento che attraversa questo tipo di progettualità culturale: in assenza di una struttura istituzionale di riferimento, l’iniziativa punta sulla rete informale delle organizzazioni culturali, scommettendo sulla disponibilità di chi già lavora in questi ambiti a cedere temporaneamente uno spazio — fisico o digitale — per dare visibilità a un tema che le politiche culturali pubbliche tendono ancora a trattare in modo marginale. Il rischio, ovviamente, è che la leggerezza del formato si traduca in frammentazione e discontinuità; ma è anche vero che spesso sono proprio i progetti nati fuori dai circuiti ufficiali a testare per primi linguaggi e formati che il sistema assorbe più lentamente.


