Casa Cabrero, Gio Ponti, Carlo Scarpa e le pietre vulcaniche di Lanzarote: il nuovo film del regista spagnolo trasforma l’interior design in una mappa emotiva dell’autofiction.
Nel cinema di Pedro Almodóvar una casa rivela sempre qualcosa che il personaggio cerca ancora di nascondere. Pareti, lampade, divani e quadri entrano nell’inquadratura con una precisione da casting: possiedono un carattere, sostengono un conflitto, anticipano un cambiamento. In Bitter Christmas, ventiquattresimo lungometraggio del regista spagnolo, questa grammatica domestica raggiunge una delle sue espressioni più sofisticate. L’arredamento diventa il luogo in cui realtà e finzione cominciano a confondersi.
Presentato in concorso a Cannes 2026, il film alterna due storie. Nel 2004 Elsa, direttrice pubblicitaria interpretata da Bárbara Lennie, reagisce alla morte della madre rifugiandosi nel lavoro, fino a quando una crisi di panico la spinge a raggiungere Lanzarote insieme all’amica Patricia. Nel 2026 Raúl, regista e sceneggiatore interpretato da Leonardo Sbaraglia, attraversa una fase di aridità creativa e comincia a scrivere proprio la storia di Elsa, appropriandosi delle esperienze delle persone che compongono il suo universo più intimo. L’autofiction assume così la forma di un gesto vampirico: la vita degli altri diventa materia narrativa, con tutto il potere e la responsabilità che questo comporta.
A costruire l’universo visivo è Antxón Gómez, storico collaboratore di Almodóvar, al suo tredicesimo film con il regista. La casa di Raúl è la vera abitazione-studio progettata nel 1962 dall’architetto Francisco de Asís Cabrero nel quartiere madrileno di Puerta de Hierro. Pannelli di legno, strutture d’acciaio rosso e grandi superfici vetrate fondono razionalismo spagnolo e sensibilità giapponese.

La trasparenza dell’architettura racconta la libertà intellettuale rivendicata dal personaggio, mentre gli interni traducono il suo capitale culturale in oggetti: una Superleggera di Gio Ponti, il divano Cornaro di Carlo Scarpa, la lampada Lámina di Antoni Arola, una Angel Wing di Alvar Aalto e arredi firmati da Le Corbusier, Pierre Jeanneret, Charlotte Perriand e Jaime Hayon.
Questa concentrazione di icone produce qualcosa di più raffinato di una vetrina di design. Raúl abita fisicamente il proprio gusto, circondato da oggetti che confermano il suo prestigio e proteggono il suo processo creativo. La casa diventa un autoritratto costruito attraverso le cose.
Anche le opere appese alle pareti partecipano alla narrazione. Gran parte proviene dalla collezione personale di Almodóvar e ricostruisce una genealogia che parte dalla Movida madrileña per arrivare alla pittura contemporanea internazionale. Nell’appartamento di Patricia compare Santa Cecilia di Sigfrido Martín Begué; nella casa di Raúl un dipinto astratto di Miguel Ángel Campano dialoga con Studio Window IV (Hot Winter Sun) di Asher Liftin. Sopra il letto di Elsa, i fiori visionari di Inka Essenhigh accompagnano una delle sue emicranie.
Il verde divano Bubble di Sacha Lakic accoglie invece Elsa e Patricia mentre ascoltano Chavela Vargas. È proprio la sua canzone Amarga Navidad a dare il titolo al film. Il colore, l’oggetto e la musica costruiscono insieme una stanza emotiva nella quale il dolore può finalmente emergere.

Quando la storia raggiunge Lanzarote, la saturazione lascia spazio al bianco della calce e al nero della lava. La Cabaña, abitazione progettata dal designer francese Yoann Le Mercier, si apre sul paesaggio vulcanico attraverso pareti candide, legni chiari, cactus e muri di pietra scura. Gómez conserva gran parte degli arredi esistenti e aggiunge alcuni vasi di César Manrique, trasformando la casa in un’estensione culturale dell’isola.
Il cambiamento cromatico racconta anche l’evoluzione del cinema di Almodóvar. I rossi e i gialli accesi delle opere precedenti cedono terreno a blu, verdi, grigi, bianchi e neri, colori più contemplativi, adatti a un film che interroga la memoria e il prezzo della creazione. Bitter Christmas conferma così una delle intuizioni più potenti del suo autore: un interno possiede la stessa profondità psicologica di un volto e ogni oggetto, quando viene collocato nel punto giusto, può diventare cinema.


