Impressionismo e oltre all’Ara Pacis: quando la pittura abbandona il mito e scopre la vita moderna

Cambia lo sguardo e cambia il racconto: la pittura smette di guardare al mito e alla storia per concentrarsi sulla vita che accade, sulle persone comuni, sui gesti quotidiani, sugli spazi attraversati ogni giorno. Le strade, i café, i boulevards, i salotti borghesi diventano il nuovo teatro dell’arte moderna, popolato da contemporanei di ogni estrazione sociale. Non c’è più distanza temporale né ideale, ma il desiderio di fermare l’istante, inseguire la luce, restituire l’impressione di un momento che sta già svanendo.

È dentro questa svolta che si colloca “Impressionismo e oltre. Capolavori dal Detroit Institute of Arts”, la mostra ospitata al Museo dell’Ara Pacis e curata da Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi. Un percorso che, attraverso 52 capolavori eccezionalmente in viaggio dagli Stati Uniti, ripercorre le trasformazioni dell’arte moderna dalla metà dell’Ottocento fino alla Seconda Guerra Mondiale, raccontando come l’arte abbia imparato a guardare il presente come materia primaria del proprio linguaggio.

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L’itinerario proposto prende avvio con un lavoro di Courbet “Nudo dormiente presso un ruscello”, un’opera del 1845 ancora lontana dai “canoni” dell’arte impressionista che si sviluppa circa trent’anni più tardi con l’organizzazione della prima mostra nel 1874, ma che nondimeno assume già alcune delle caratteristiche che si riscontreranno nelle pennellate di Degas, Renoir, Van Gogh. La donna ritratta da Courbet non rappresenta una musa o, più in generale, una figura mitologica, ma una modella colta in un momento di “abbandono”, di intimità mentre lascia cadere i suoi vestiti (che danno prova della sua “contemporaneità”) e socchiude dolcemente gli occhi adagiandosi nei pressi di un corso d’acqua. Il realismo espresso da Courbet, Daumier e Millet focalizza così l’attenzione su temi della vita quotidiana e sulla fisicità della pittura, elementi che saranno amplificati dagli impressionisti e dai post-impressionisti. 

Il prossimo passo ideale verso una “impressionizzazione” è sicuramente “Danzatrici nella stanza verde” di Degas, lavoro che dà prova di questo nuovo carattere dell’arte. L’artista infatti coglie i gesti più comuni, ovvero la preparazione delle ballerine prima del debutto in scena, tuttavia la “spontaneità” del momento ritratto nasce da una studiata costruzione (come le luci della sala, la composizione rigorosa) tipica del modus operandi di Degas. 

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Decisamente più naturale appare la composizione di Renoir nel lavoro “Donna in poltrona” del 1874, in cui la giovane è ritratta seduta “scompostamente” con le braccia incrociate, il suo volto quasi di profilo emana una luce calda, le pennellate rapide e vorticose lasciano trasparire, ancora una volta, il desiderio di cogliere l’attimo e di “registrarlo” sulla tela. 

Con Cézanne prende avvio quella corrente che il critico d’arte Roger Fry aveva definito Post-Impressionismo. Sebbene avesse partecipato a due delle otto mostre impressioniste, l’arte di Cézanne suggerisce una pittura meno legata al naturalismo volta, invece, a creare una realtà semplificata, quasi geometrica, insegnamento che sarà colto dai cubisti. All’interno del percorso espositivo si incontra un altro protagonista del “movimento” Post-Impressionista, ovvero Vincent van Gogh con le sue “Rive dell’Oise a Auvers”. Il dipinto cattura una scena di vita quotidiana: una giovane sta per salire su una barca, un’altra è già accomodata a poppa, mentre un uomo con un cilindro le osserva. Cosa rende così prezioso questo dipinto? Le pennellate veloci e dinamiche traducono un semplice paesaggio con figure in un’esperienza interiore, intima. L’autore esprime il suo stato d’animo tormentato attraverso la resa del colore; la tela accusa i colpi della pittura a olio che appaiono tridimensionali e materici. Il paesaggio dunque non rappresenta soltanto una semplice veduta, ma assume un significato ben più profondo, come dirà van Gogh: “prima sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni”. 

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La mostra prosegue con una sezione dedicata ai Fauves, al cubismo e all’École de Paris ponendo l’attenzione sull’esperienza artistica di Matisse, Picasso, Juan Gris, Maria Blanchard (unica donna esposta in mostra) e Modigliani.

Nei primi quarant’anni del ‘900 si assiste a innumerevoli sperimentazioni, a dominare il panorama parigino sono, in particolare, due capofila: Picasso (trasferitosi nella capitale francese nei primi anni del secolo) che incarna la rivoluzione della forma con il cubismo e Matisse con la libertà espressiva del colore. In mostra si possono ammirare alcuni capolavori come “Testa di Arlecchino” (periodo rosa), “Ritratto di Manuel Pallarès”, “La ragazza che legge” che dimostrano le innovative esperienze di Pablo Picasso. L’esercizio cubista ostenta ancora un interesse per la vita quotidiana: i giornali, le bottiglie, gli strumenti musicali diventano protagonisti delle composizioni, ciò che cambia è il modo in cui sono rappresentati questi elementi. Si predilige un intreccio simultaneo di più punti di vista, rendendo quasi “tridimensionale” l’oggetto della rappresentazione.

Tra i componenti dell’Ècole de Paris figura Amedeo Modigliani di cui sono esposti in mostra tre ritratti, le linee allungate e sinuose, pervase da una velata malinconia, caratterizzano il suo stile rendendolo inconfondibile. La mostra si conclude con una panoramica sull’avanguardia di lingua tedesca, i cui protagonisti sono: Kandinskij, Heckel, Nolde e Kokoschka. 

Con Kandinskij si arriva ad una spiccata astrazione dove forme e colori diventano il suo segno distintivo, invece con Kokoschka emergono dei veri e propri “ritratti psicologici volti a raffigurare insieme alle fattezze esteriori, anche l’animo dei suoi soggetti” (come si legge in uno dei pannelli espositivi). 

Il viaggio intrapreso attraverso la mostra connette il visitatore ad un clima di grande vivacità e sperimentazione, dalle prime prove impressioniste alle avanguardie del più maturo Novecento dimostrando come gli artisti abbiano spostato l’attenzione verso la contemporaneità. Come illustra perfettamente Mallarmé “oggi la moltitudine chiede di vedere con i propri occhi, e se l’arte nostra più recente è meno gloriosa, intensa e ricca, in compenso ha più verità, semplicità ed è dotata di un carattere infantile”.

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Ludovica Telesca
Ludovica Telesca
Ludovica Telesca, storica dell’arte, si è formata presso l’Università Federico II di Napoli e La Sapienza di Roma, dove ha conseguito con il massimo dei voti la laurea in Storia dell’Arte. Collabora con la Società napoletana di Storia Patria, interessandosi particolarmente alla catalogazione numismatica. Attualmente sta seguendo il Master in Management dell’Arte e dei Beni culturali presso la Treccani e contemporaneamente la Scuola di Specializzazione in Beni storici artistici alla Sapienza.

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