Il vuoto che genera forma: le cavità scultoree di Sacha Kanah con Progetto Ludovico alla Fondazione ICA

Il vuoto della materia. Cavità prodotte dallo schiacciamento del materiale plastico. Cisterne perfettamente ripulite dalle tracce di un passato industriale, di cui non resta nulla della loro precedente vita di recipienti per la tintura dei tessuti, se non minimi residui chimici. Oggetti riportati al loro colore naturale il bianco, e privati della loro memoria e della loro funzione. Figli di un “errore”, tecnicamente un’azione volontaria come l’intenzione di un artista, che attraverso il suo gesto trasforma, deforma o da una nuova forma a un’opera. Tuttavia, vi è una parte consistente di casualità e accidentalità della materia, in cui l’opera si fa da sé. 

Sacha Kanah (1981, Milano) nel suo lavoro di scultore è interessato a questo aspetto. A esplorare le possibilità della materia nel suo autogenerarsi, al di là di ogni prospettiva autoreferenziale. Le sculture sono l’esito di incroci Grex, come dichiara apertamente il titolo della mostra ospitata nella project room di Fondazione ICA (visitabile fino al 15 marzo) realizzata in collaborazione con Progetto Ludovico, con il coordinamento di Camilla Previ, e un testo di Rossella Farinotti. Un termine grex utilizzato in botanica per identificare gli innesti di specie, e che concettualmente potrebbe descrivere anche il ruolo dell’identità privata e indipendente fondata dal collezionista Lorenzo Perini Natali nel 2021. Lo scopo di Progetto Ludovico è quella di sostenere e promuovere la sperimentazione di artisti e artiste, nella cui visione sia contemplata una relazione ibrida tra arte e industria. Una scelta naturale per motivi professionali provenendo dal settore industriale, e personali poiché orientato a una ricerca teorica e estetica in quella direzione, come racconta la sua collezione. 

Sacha Kanah. Grex, Installation view, a cura di/curated by PROGETTO LUDOVICO, Fondazione ICA Milano, Milano. Foto di Michela Pedranti Courtesy Fondazione ICA Milano e l’artista

I Doddles, le nuove creazioni di Kanah prodotte appositamente per l’occasione, sono la conseguenza di un processo “sdrammatizzato dalla presenza del colore”, come ci spiega l’artista in occasione della presentazione alla stampa. Contenitori sottoposti alla pressurizzazione in cui l’aria all’interno viene tolta, per dare forma a entità fino ad allora ignote, considerando la presenza all’interno di oggetti. Mobili gonfiabili, un bastone di vetro, e altri elementi di disturbo, che si intravedono attraverso l’opalescenza del materiale. Sette voluminose e ingombranti creature di 1000 litri di capienza ciascuno, assoggettate al rischio di un cambiamento se la tenuta della valvola centrale non fosse a tenuta. 

Presenze ingombranti intorno alle quali il pubblico si muove faticosamente, cercando anch’esso di mantenere la presunzione di un equilibrio posturale innato, e mostrando una certa esitazione nello spostarsi all’interno di uno spazio ristretto. Sagome di polietilene che hanno perso la loro fisionomia principale per adeguarsi all’imprevedibilità di una forma. Nel testo Farinotti interpretando il pensiero dell’artista, scrive di una sensazione di apnea, riferita sia alle nuove s(oggettività) di Kanah, sia pensando allo spettatore. Una condizione tipica degli ambienti sottomarini, di cui ci parla in modo appassionato l’artista, in cui l’apneista trattiene il fiato, comprime gli organi apportando delle modifiche che lo fanno adattare, seppur temporaneamente a un ambiente che non gli è proprio. 

Sacha Kanah. Grex, Installation view, a cura di/curated by PROGETTO LUDOVICO, Fondazione ICA Milano, Milano. Foto di Michela Pedranti Courtesy Fondazione ICA Milano e l’artista

E a questo processo di adattamento indotto sono soggetti anche i Doddles di Kanah. Una costrizione che gli consente di perseguire la sua indagine sullo spazio nel suo senso più fisico. Si tratta di un rapporto con le forme che agiscono istruite dai suoi input (una reazione chimica, un processo, un’azione), ma che rispondono poi in maniera autonoma, giacché si ignora quale sarà il risultato definitivo. Così come con gli ambienti esplorati, che diventano parte del progetto e che si pongono in dialogo con le opere. Ma ecco che all’interno di questo nuovo contesto, lo spettatore deve riconfigurare la sua presenza entro questi nuovi confini. Le sculture di Kanah si apprestano a instaurare un nuovo rapporto di forze tra gli spazi, sul filo di una instabilità temporanea di tutti gli attori che partecipano: opere, artista e pubblico, permettendo di giungere a nuove prospettive. 

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Elena Solito
Elena Solito
Scrive storie di persone e “non luoghi” dell’arte. In particolare è interessata a indagare l'esperienza estetica come fatto antropologico, capace di dilatare il suo spazio fisico e concettuale, attivando dialoghi inattesi e sottraendosi agli spazi più tradizionali. La scrittura acquisisce una dimensione autonoma, diventando materiale di osservazione e di riflessione intorno a possibili (e non univoche) narrazioni della contemporaneità. Autrice indipendente, membro editoriale di Formeuniche, contributor per Made In Mind.

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