Il Tempo del Futurismo a Roma, una mostra “muscolare” che rende popolare la prima grande avanguardia italiana

Nella sfida abituale tra Milano e Roma, quest’ultima torna protagonista assoluta dopo l’inaugurazione lo scorso 2 dicembre della grande mostra Il Tempo del Futurismo alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Tra le mostre dedicate al Futurismo negli ultimi 30 anni, al di là del numero delle opere esposte e della loro qualità storiografica, questa ha il grande merito di aver incontrato il favore incondizionato del pubblico: il Futurismo, prelevato dall’oscurità con la mostra Futurismo  & Futurismi a Palazzo Grassi a Venezia nel 1986, sdoganato definitivamente a livello nazionale in occasione del Centenario nel 2009 e internazionale con la mostra al Guggenheim Museum di New York nel 2014, oggi torna ad essere popolare: i soliti noti, quelli che non devono capire nulla di quel che vedono per apprezzarlo, potrebbero dire “populista”. Ma nella conferenza stampa di presentazione del 2 dicembre si ricorda anche l’ottantesimo anniversario della morte del suo fondatore, animatore e finanziatore Filippo Tommaso Marinetti, nonché l’acquisto di Casa Balla da parte del Governo che ne consentirà finalmente un’apertura al pubblico regolare.

Casa BValla, Roma. Courtesy Casa Balla/Maxxi

Ottimale per gl’incontentabili sarebbe trovare il modo di abbinare questa visita con quella del Bal Tic Tac, locale decorato dallo stesso Balla, riscoperto fortunosamente solo pochi anni fa, non lontano dalla GNAMC. Le polemiche acerrime nei confronti della mostra che si sono protratte in anteprima per mesi e mesi, si sono sciolte al sole e il pasticcio impresentabile giudicato a scatola chiusa non ha sollevato nemmeno una domanda scomoda in occasione della conferenza stampa, pur presente il Governo al gran completo con Ministro della Cultura Alessandro Giuli, capo settore cultura Federico Mollicone, direttore generale musei Massimo Osanna, direttrice GNAMC Cristina Mazzantini, curatore Gabriele Simongini. Nemmeno un sussurro, né dentro la sala, né all’esterno la sera dell’inaugurazione, caratterizzata dalle migliaia di persone in coda chilometrica.

Questa mostra non ha un autentico apparato scientifico di selezione, ma è indubitabile che sia preferibile considerare le 350 opere esposte (oltre 500 se si considerano anche libri, manifesti e amenità varie) nelle 26 sale, occupando una superficie di oltre 4.000 mq., anziché iniziando, molto italicamente, da quelle che mancano. Personalmente ho trovato miracolosa la presenza degli astrattisti (finalmente!): Radice, Rho, Badiali fianco a fianco coi futuristi: vale ricordare che l’Astrazione a livello mondiale inizia  con le Compenetrazioni iridescenti di Balla nel ’12, talmente convinto della cosa da inaugurarne anche la stagione scultorea con gli straordinari Complessi Plastici, nonché teorizzando la formidabile intuizione nel testo Tutto si astrae, dove Futurismo e Astrattismo vengono contestualizzati insieme: Pittura futurista = plasticità – equivalenti stati d’animo – dinamismo – astrazione. Plasticità – dinamismo – astrattismo – equivalenti stati d’animo. Si entra quindi nella stagione dove gli stati d’animo – la spiritualità, saldante del Gruppo Futurista Sant’Elia farcito di astrattisti – domina sui dettami boccioniani di dinamismo e compenetrazione.

Giacomo Balla (con Prampolini) è il padrone ci casa del progetto con un numero esorbitante di capolavori esposti dove appare evidente l’attendibilità mondiale dell’artista: formidabile ritrattista, post-divisionista, futurista visionario, antesignano designer, perfino pre-Pop con il suo celebre Primo Carnera.

La GNAMC contribuisce al progetto con oltre 100 opere e viene spontaneo chiedersi come sia possibile che fino ad oggi, considerando anche le altre 50 lasciate nei magazzini, non sia mai stata fatta una mostra dedicata al Futurismo alla GNAMC, nemmeno dalla venerata Palma Bucarelli, quella che – testimonianza virgolettata di Maurizio Calvesi – rispose all’offerta degli eredi Boccioni con un eloquente: Boccioni, per carità!

L’incipit della mostra mette a confronto due capolavori assoluti come La lampada ad arco di Balla (provenienza MoMa, NY) con il Sole nascente di Pellizza da Volpedo, dove s’inaugura una luce nuova, moderna, elettrica, opera che costerà l’esclusione di Balla da parte di Boccioni dalla memorabile mostra dei futuristi alla galleria Bernheim – Jeune di Parigi (pur presente in catalogo!) per aver trascurato i dettami teorici boccioniani relativi dal Dinamismo. Poi la ruggente Maserati davanti al gigantesco ed emozionanate La caduta degli angeli di Previati, l’Intonatumori di Russolo dove gorgoglii, ululati e crepitii inaugurano una nuova stagione musico-rumoristica e la spledida stanza dedicata a Marconi, con il ritratto di Alessandro Bruschetti al centro, tra il ricevitore e il trasmettitore parabolico. L’aeropittura occupa un salone enorme dominato dall’idrovolante dei record, a sancire una nuova prospettiva pittorica aerea, raccontando poi nelle sale limitrofe la stagione contemporanea, dove I 32 mq di mare circa di Pascali reggono un enorme dittico astratto di Dorazio, grande estimatore di Balla e Severini.

Una mostra muscolare che racconta per numeri l’attività incredibile del Futurismo, la sua ampiezza storica e numerica, con durata spropositata per un’avanguardia (1909-1944), tra gli ululati di tutti quelli che si sono adoperati per occultarla o sminuirla fino ad oggi e non si rassegnano. Di fronte a tale abbondanza, finiscono col contare meno la non presenza de La Città che sale di Boccioni, delle Compenetrazioni iridescenti di Balla, dell’intera opera di Mino Rosso, il Boccioni degli anni ’30, mentre Forme uniche della continuità nello spazio di Boccioni – l’icona scultorea dell’intero Novecento, in comodato dalla collezione Farnesina, già esposta all’Onu e autorizzata dagli eredi Marinetti – è posizionata in semioscurità in un corridoio.

Ma ci sono le altre 350 opere, i libri, i manifesti, i comunicati, le lettere a disposizione della folla enorme che le ha raggiunte e rendere finalmente popolare la prima Avanguardia storica del Novecento. Amen.  

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Roberto Floreani
Roberto Floreani
Roberto Floreani (Venezia 1956) artista, saggista e performer, vive e lavora tra Vicenza e Padova. Inizia l’attività espositiva in ambito astratto nel 1981, dopo la laurea in Economia presso l’Università di Padova. Ad oggi ha realizzato oltre 90 personali di cui oltre venti in spazi museali, in Italia e all’estero. Nel 2004 partecipa alla Quadriennale di Roma, nel 2009 rappresenta l’Italia nell’omonimo Padiglione alla Biennale di Venezia e ad oggi è considerato uno degli artisti di riferimento della sua generazione, presente nelle collezioni permanenti di numerosi musei e nelle collane dei principali editori nazionali. Appassionato studioso di Futurismo e confidente della famiglia Marinetti, ha organizzato numerose esposizioni e convegni, tenuto conferenze e scritto numerosi saggi: I Futuristi e la grande Guerra (Campanotto) e Umberto Boccioni. Arte-Vita (Mondadori-Electa), entrambi finalisti al Premio Acqui Storia. Dal 1999 ha realizzato Serate Futuriste in Guanti di Daino nei principali teatri italiani. Convinto della funzione boccioniana dell’artista-teorico, ha curato svariate mostre a quali I Gruppi Futuristi Boccioni e Savarè, Scultura Futurista (con il Ministero per i Beni Culturali, Pop/Beat-Italia 1960-1979 e ha pubblicato il saggio Astrazione come Resistenza nel 2021: primo testo teorico sull’Astrazione da Kn di Carlo Belli del 1935. Scrive per varie testate e collabora con diverse Università italiane.

1 commento

  1. Finalmente un articolo serio, non pregiudizialmente denigratorio, che illustra le meditate scelte del prof. Simongini. Suggerisco di ritornare sull’argomento quando sarà disponibile il catalogo, che si distingue da tutti quelli pubblicati fino ad ora in occasione delle mostre citate nell’ articolo, e in altre, comunque importanti, su vari aspetti del Futurismo, per esempio regionali, che si sono susseguite in Italia dagli anni ’90 in poi. Anche il taglio del catalogo segna una novità, una deviazione dalla tradizionale impostazione storico-critica, che forse vale la pena segnalare, anche perché, com’ è noto, le mostre passano, ma cataloghi e libri restano.

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