Il talento visionario di Marcos Morau danza con la morte e con la primavera

Piccoli lumini accesi faticano a rischiarare la fitta oscurità. Buia, tetra, opprimente, avvolta in una nebbia fumosa. La mort i la primavera (opera teatrale tratta dall’omonimo romanzo di Mercè Rodoreda, ndr) è pervasa dalla morte e dai morti. Ci sono furgoni pieni di cadaveri, nei sacchi neri della spazzatura, accatastati su un camioncino rosso che irrompe più volte sul palcoscenico. Altri corpi vengono calati dall’alto. Un groviglio di rami secchi. È scura la terra in cui scorre sottoterra un fiume. Un organo a canne sul fondo suona una musica solenne mentre spari di una mitragliatrice e colpi di tamburo gravi e profondi sono forieri di bellica violenza. Un registratore “Revox” a bobine pende dal soffitto, silenzioso e imponente, come un orecchio che ascolta .di nascosto. Se la libertà viene negata, per poter vivere bisogna vivere come se si fosse morti.

Era uno degli eventi più attesi (in programma il 21 e 22 marzo) della nona edizione di FOG – Triennale Milano Performing Arts Festival, la nuova performance di Marcos Morau, dopo il celebrato debutto dello scorso agosto alla Biennale di Venezia. Formatosi tra fotografia, movimento e teatro tra Valencia, Barcellona e New York, Marcos Morau (Valencia, 1982), coreografo e direttore artistico de La Veronal, la compagnia da lui fondata nel 2025, è oggi considerato tra le voci più autorevoli della scena contemporanea internazionale. Nel 2023 ha ricevuto dal Ministero della Cultura francese l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere è Artista associato di Triennale Milano Teatro per il triennio 2025–2027 (“è uno dei legami più importanti che ho in Italia”), e dello Staatsballett Berlin.
Lo spettacolo è ispirato all’omonimo romanzo, il più enigmatico, della scrittrice catalana Mercè Rodoreda, scomparsa nel 1983 (attivista antifascista, scelse l’esilio dopo la vittoria di Franco, tornerà in Catalogna solo nel 1972). Pubblicato postumo e incompiuto nel 1986 (in Italia è uscito solo nel 2004 grazie a Sellerio Editore e successivamente nel 2020 per La Nuova Frontiera) non si può dire come l’avrebbe concluso l’autrice se avesse potuto dedicargli ancora altri anni della sua vita. Ma già dal titolo esprime con potenza la complessità dell’esistenza umana, sospesa tra morte e rinascita. “Ho scoperto Mercè Rodoreda”, ha raccontato Morau, “quando studiavo letteratura catalana al liceo. Lei e Virginia Woolf sono state scoperte fondamentali (La Veronal è lo stesso nome di un derivato dei barbiturici che la scrittrice inglese assumeva, ndr). Quando La mort i la primavera mi è capitata tra le mani, sono stato attratto dal fatto che fosse un romanzo incompiuto. Ho iniziato a leggerlo e mi resi conto che tutto ciò di cui volevo parlare oggi era racchiuso nelle sue pagine”.

In un luogo senza nome, sospeso fuori dal tempo, esiste una comunità chiusa e compatta, regolata da norme ferree e implacabili. Vive assediata dal timore di nemici invisibili e senza volto, che si dice dimorino oltre le montagne: mai apparsi, eppure costantemente temuti. A questa minaccia si aggiunge quella del fiume, la cui furia incombe senza tregua sulle loro case. È un mondo dominato dalla paura, intrappolato in rituali anche crudeli: ai morti vengono riempite le bocche di cemento, affinché l’anima non possa fuggire e tornare a tormentare i vivi; ogni deviazione dalla norma è punita, ogni desiderio soffocato. Al centro della storia c’è un giovane orfano, cresciuto tra le atrocità del villaggio, segnato da violenze e umiliazioni, come la marchiatura a fuoco. Finché un giorno, dentro di lui, qualcosa si risveglia: una “primavera”, un sentimento nuovo e dirompente, l’amore. Un gesto semplice, ma capace di incrinare l’ordine imposto.

Morau, insieme ai performer della sua compagnia (in tutto sono cinque uomini e quattro donne) ha creato uno spettacolo cupo, come un dipinto nero di Goya, inquietante come le creature infernali di Hieronymus Bosch e l’universo cinematografico di David Cronenberg. Accompagnato da una litania vocale, oscura e ripetitiva, come un rito antico mai concluso, capace di evocare atmosfere gotiche. Un canto che si insinua, e avvolge i performer e il pubblico, senza tregua, come un incubo da cui è difficile distogliere lo sguardo, e ancora più impossibile fuggire (scene di Max Glaenzel, costumi di Silvia Delagneau, sound design di Uriel Ireland).

Foto © Silvia Poch


Una fiaba crudele e visionaria, intrisa di una violenza ancestrale, che allude al disagio di un presente ormai già distopico. “Il mondo crudele e senza tempo del romanzo è anche un’allegoria dei mali contemporanei, delle devastazioni e dei nuovi fascismi della modernità”, acconta Morau. “Mostra la Storia come il risultato di una terribile sordità alla musica segreta di tutti gli esseri viventi e rivela un’umanità al tempo stesso oppressa e oppressiva, iincline a usare nel modo peggiore il potenziale di generazione, vita, morte e rinascita che la natura le affida”.
Attraverso la danza, Morau rielabora la storia di Rodoreda trasformandola in un’esperienza visiva potente. Intrecciando immagini, corpi, movimenti e suoni, plasma la crudezza della narrazione fino a farne un rito collettivo, un’ esperienza immersivo che unisce ricerca estetica e riflessione politica sui meccanismi del potere, sulle dinamiche dell’obbedienza e sulla possibilità – o impossibilità – che qualcosa di vitale possa emergere: ricorrendo a ciò che abbiamo salvificamente a disposizione: l’amore. Insieme all’arte, capace – come afferma Morau – di confrontarsi con l’angoscia del perpetuo ciclo di creazione e distruzione.
“Non volevo illustrare il romanzo né tradurlo scena per scena. Ho preferito lavorare sulla sua atmosfera, sulla sua logica interna, sulla traccia che lascia nel corpo di chi ascolta. Per me era essenziale conservare il senso di soffocamento morale: una forma di violenza che non ha bisogno di manifestarsi in modo esplicito, perché è già inscritta nei gesti quotidiani. Mi interessava mostrare come i corpi imparino a obbedire prima ancora di sapere a cosa stanno obbedendo. L’oppressione non arriva soltanto dall’alto: circola anche orizzontalmente”.

La coreografia evidenzia proprio questo processo di apprendimento: come il corpo interiorizza la norma e la riproduce senza metterla in discussione. Mette in luce le dinamiche di coesione, controllo e deviazione interne al gruppo, attraverso la reiterazione dei gesti e la costante sorveglianza reciproca dei corpi. Alcuni performer si muovono a scatti, con un’energia nervosa che richiama certi gesti del flamenco, a volte ruotano vorticosamente su se stessi, evocando una danza dervisci, fluida e ipnotica, che dissolve la coscienza. Altri, invece, strisciano a terra e vengono percossi, puniti per presunte forme di disobbedienza.
E poi c’è la significativa presenza di Maria Arnal, vocalist e compositrice, che vi partecipa anche come interprete di scene, con i suoi capelli corvini e la forza tellurica della sua voce, capace di plasmare vibranti partiture sonore (questa estate Arnal volerà a Tokyo per portare in prima assoluta al Bunkamura Theatre di Shibuya la nuova creazione di Morau, che trae ispirazione da Il tempio del padiglione d’oro di Yukio Mishima). “Beve dalla bocca, mangia tralicci, soffia il vento, odora la terra”. Canta e sembra quasi un’eroina di Lorca, intrappolata tra passioni, desideri repressi e norme sociali oppressive.

Foto © Silvia Poch

Nel finale, la primavera esplode su una terra ricoperta di rose: tutte rosse. È una terra che porta ancora i segni del sangue, intrisa di memorie passate. Ferita da linee rosse di LED che attraversavano lo spazio come raggi laser.
Non è uno spettacolo “facile”. Morau si conferma, senza dubbio, un grande regista: trascina lo spettatore dentro un universo ricco e stratificato che attinge alle immagini di Rodoreda, rigenerandole e intrecciandole con ” molto altro”. Ne nasce un immaginario visivamente potente e raffinato, capace di affrontare con coraggio un testo complesso, seppure attraversato , a nostro avviso, da qualche “eccesso” registico. In altre parole, quella ricchezza di ispirazione e visionarietà, inizialmente così intensa e originale da affascinare e catturare, insistita per 75 minuti, a tratti diventa invece persino un po’ noisosetta. Gli applausi entusiasti dal pubblico, d’altro canto, sono un chiaro segno di apprezzamento sincero, anche se qualcuno, uscendo di sala, confessa a bassa voce di non averne compreso fino in fondo il significato
Morau lo aveva anticipato con lucidità: l’obiettivo della drammaturgia della danza “non è offrire il conforte del senso, ma avvicinarsi al brivido dell’insensato”. Con Morau, la danza diventa pura emozione dei sensi capace di scuotere e affascinare. Lasciandoci la sensazione di avere assistito a un spettacolo dal tutto esaurito, e poco importa avere compreso proprio tutto.

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Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, igornalista professionista di lungo corso e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi delle pagine di cultura, libri, arte, teatro, psicobenessere. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e di raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesie Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni) e Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore).

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