Il sacro che la critica non ha voluto vedere: Valerio Adami a Foligno

C’è una linea apparentemente sommersa che attraversa l’intera opera di Valerio Adami, una corrente profonda e costante che la critica, per lungo tempo, ha preferito leggere come marginale o addirittura assente: la dimensione del sacro. La mostra Valerio Adami. Mito e spiritualità, allestita al CIAC di Foligno in occasione del novantesimo anniversario dell’artista, nasce per riportare in superficie questa tematica nascosta, restituendole centralità e spessore teorico. Non si tratta di una forzatura interpretativa né di una rilettura tardiva, ma di un’indagine necessaria, che illumina retrospettivamente l’intero percorso di uno dei grandi maestri dell’arte contemporanea.

Abilmente curata da Italo Tomassoni e Vera Agosti, l’esposizione riunisce cinquanta opere tra dipinti e disegni, costruendo un itinerario tematico che mette in relazione mito, trascendenza, filosofia, poesia e memoria culturale. È un percorso che non procede per cronologia, ma per affinità simboliche, mostrando come il pensiero figurativo di Adami si sia sempre mosso entro una visione del tempo e della storia intesi come spazio di metamorfosi continua. In questo senso, la pittura di Adami non racconta mai un evento isolato, ma un sistema di relazioni: tra passato e presente, tra individuo e collettività, tra corpo e idea.

Da sempre identificato come interprete lucido e spietato delle contraddizioni della modernità – dal sesso alla guerra, dalla violenza politica alle idiosincrasie della società occidentale –, Adami viene qui restituito nella sua complessità. Il sacro che emerge non è dogmatico né confessionale, ma profondamente umano. Una spiritualità universale e laica, fondata sul rispetto della vita e della morte, che affonda le proprie radici nel mito e si declina attraverso culture, religioni e tradizioni diverse.

Il ruolo del disegno è centrale. Vera Agosti ci ricorda che, nell’umiltà di sentirsi una sorta di artigiano, per Adami il disegno rappresenta il nucleo ideativo, la matrice concettuale e poetica dell’opera. È una pratica quotidiana, rigorosa, quasi ascetica. «Il disegno è la sua preghiera», scrive la curatrice, sottolineando come il foglio diventi il luogo privilegiato di un esercizio di conoscenza: osservare la propria mente, frugare nei ricordi personali, trasformare in immagini il materiale raccolto durante i viaggi e le passeggiate urbane. In questa disciplina dello sguardo, apparentemente prosaica, si annida una forma di sacralità che passa attraverso la forma, non attraverso l’enfasi.

Le grandi Crocifissioni costituiscono uno dei nuclei più potenti della mostra. Figura crocefissa – we want peace / dedicato a Ben Shahn (2005) e Calvario (1995) sono opere emblematiche di una trascendenza che si confronta direttamente con il presente. In Calvario, ispirato alla poesia Calvary di William Butler Yeats, la croce domina un paesaggio di guerra contemporanea: un camion militare avanza, mentre sulla sinistra una scimmia ferita lancia il suo grido. Adami annota: «Sono, la guerra e le crudeltà inflitte agli animali, due aspetti del calvario, della crocifissione». La dimensione sacra si carica qui di una valenza etica e politica: il sacrificio non redime, ma denuncia; non consola, ma interroga la responsabilità dell’uomo.

Accanto al tema della crocifissione, il mito occupa un ruolo fondativo. Già negli anni dell’Accademia, nel 1955, Adami intitolava Mito alcune sue opere, rivelando un interesse precoce per il mondo classico, alimentato dalla formazione con Achille Funi. L’immagine guida della mostra, Enea fugge da Troia con il padre Anchise sulle spalle (2009), sintetizza questa tensione: «in cui il figlio porta in salvo, in un corpo a corpo, la tradizione classica», come osserva Adami nelle sue annotazioni. È una scena che parla di trasmissione, di memoria e di peso della storia, ma anche di trasformazione, poiché Enea fugge verso un altrove che coincide simbolicamente con Hollywood, luogo dei nuovi miti contemporanei. «Il mito – continua Adami – è uno dei tracciati-radice della nostra cultura, in cui il sapere si definisce in un pensiero di metamorfosi».

Il percorso espositivo si apre poi a una geografia della trascendenza che abbraccia l’ebraismo, l’Islam, l’India e il mondo classico. Il Muro del Pianto, le menorah, le moschee, le divinità induiste convivono nello stesso orizzonte figurativo, senza gerarchie né sincretismi forzati. È il risultato di una vita di viaggi, di incontri, di letture, che ha portato Adami a elaborare una visione del sacro come patrimonio condiviso dell’umanità. L’esperienza indiana, in particolare, ha inciso profondamente sulle sue abitudini di vita e sul suo pensiero, dal vegetarianismo alla non-violenza gandhiana, fino all’idea di conoscenza come conoscenza spirituale: «In Sant’Agostino, in Meister Eckhart, la sapienza è l’insieme delle conoscenze relative allo spirito, e anche nel pensiero indiano conoscenza equivale a conoscenza delle verità spirituali».

ADAMI_Calvario (W.B.Y)_1995

Non mancano gli omaggi ai grandi pensatori e artisti della cultura occidentale – da Nietzsche a Ezra Pound, da Raffaello a Crivelli – che confermano come l’opera di Adami nasca da una concezione profondamente colta e classica della pittura. «Il mio lavoro viene da una costola di Raffaello», ha dichiarato l’artista, riconoscendo il debito verso una tradizione che non viene mai citata in modo nostalgico, ma continuamente rielaborata.

A chiudere la mostra sono gli angeli, figure che attraversano l’opera di Adami come presenze sospese tra mito e meditazione esistenziale. Nati in occasione della scomparsa del padre, gli angeli diventano col tempo simboli universali, portatori di malinconia e consapevolezza del limite. Adami scrive di voler «dipingere gli angeli e non gli uomini», mentre il pensiero della morte si trasforma in idea creativa. Sono immagini che non promettono salvezza, ma accompagnano lo spettatore in una riflessione sul tempo e sulla fine.

Nel testo L’importanza del destinatario (2000), Adami afferma: «Io credo che l’arte debba in qualche modo ristabilire un ponte con il divino… Penso invece che l’arte sia ancora questo ponte verso il sacro, verso la ricostruzione del mito». La mostra di Foligno dimostra come questo ponte non sia mai stato interrotto. Al contrario, attraversa tutta la sua opera, rendendola una delle più lucide e complesse narrazioni figurative del nostro tempo, capace di tenere insieme forma e pensiero, tragedia e ironia, profano e sacro.

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Matteo Pacini
Matteo Pacini
Curatore indipendente e critico d’arte, collabora con istituzioni ed enti pubblici e privati. Laureato in Conservazione dei Beni culturali all’Università di Perugia e specializzato in Gestione e Valorizzazione del Patrimonio Archeologico Industriale presso l’Università di Padova, suddivide il suo interesse tra la fotografia, lo studio del territorio e le varie implicazioni tra architettura, urbanistica e arte contemporanea. Nel 2011 crea PACMAT_ART_IN PROGRESS, attività autonoma di progettazione e curatela di mostre e progetti culturali grazie a un bando della Comunità europea per lo sviluppo di idee imprenditoriali. Cura mostre in Italia e all’estero e alterna la pubblicazione di cataloghi d’arte con case editrici come Allemandi Editore, Skira, Selective Art Edizioni, a volumi sulla catalogazione e la riqualificazione urbanistica del patrimonio storico e culturale della città (Giunti, Crace, il Formichiere). Vive e lavora fra l’Umbria e Milano

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