Il rock anni duemila è tornato: Evanescence, SOAD & Co. Ma ha ancora senso?

Data sul calendario 2026.

Scenario 1: Your Favorite Toy, il nuovo disco dei Foo Fighters in uscita in Italia il 24 aprile, promette di essere un ritorno alle sonorità ruvide e primitive dei primi tempi.

Scenario 2: a giugno 2026 è previsto il ritorno degli Evanescence con Sanctuary, sesto album anticipato dal singolo Who Will You Follow, che ricatapulta nelle atmosfere mai dimenticate della band ai tempi d’oro: l’angelica voce di Amy Lee traghetta in un viaggio verso il rock ammaestrato degli anni Duemila, riportando a galla l’immaginario chiaroscuro che li ha resi iconici.

Scenario 3: dopo sei anni di fermo, gli Strokes annunciano che in estate uscirà Reality Awaits, lanciando sui social uno slogan che lascia presagire una tournée: “In the Flesh, It’s Even Sexier”, cioè “Dal vivo è ancora più sexy”.

Scenari 4 e 5: i SOAD, dopo nove anni di lontananza dal pubblico italiano, insieme agli Acid Bath riunitisi, visiteranno il bel paese in estate, così come la band alternative metal per eccellenza, i Bring Me The Horizon.

Con questi dati, viene naturale chiedersi se la linea temporale abbia cominciato a muoversi all’indietro: stiamo ripiombando negli anni Duemila senza rendercene conto? E cosa abbiamo fatto per meritarcelo?

In Fight Club, film cult del 1999, il protagonista Tyler Durden descriveva la percezione della realtà attraverso gli occhi dell’insonne: “Tutto è lontano, tutto è una copia, di una copia, di una copia…”. Il revival del rock anni Duemila suona allo stesso modo: postmoderno che ripete il postmoderno, che ripete il postmoderno

Gli anni 2000, non certo i più fortunati dal punto di vista dell’ispirazione musicale, sono però abbastanza distanti da poter essere idealizzati e, allo stesso tempo, sufficientemente vicini da risultare ancora familiari, quasi sovrapponibili al presente. Si stagliano come un tempo sospeso, in cui il mondo iniziava a delinearsi per ciò che è oggi, ma senza essere ancora travolto dalle molteplici crisi che definiscono la contemporaneità. Secondo questa prospettiva, il ritorno a quegli anni funziona laddove riesce a essere una riproposta, non una rielaborazione che attualizza, altrimenti si perderebbe la magia originaria e la sua funzione di regolazione emotiva.

Oggi, band come i SOAD o i Bring Me The Horizon non sono più rappresentative di generi nascenti o in via di affermazione, ma diventano piuttosto “padri fondatori”, figure che incarnano un’eredità già consolidata.

Gli attuali Foo Fighters di Dave Grohl sono ultracinquantenni sopravvissuti in un mondo discografico che ha cambiato completamente le proprie regole. Oggi non si ricorda più l’epoca in cui i talent scout scovavano artisti nei club underground per proporre loro contratti: la gavetta è stata sostituita dai talent show e la selezione avviene sempre più sulla base dei follower, ovvero di chi garantisce investimenti più sicuri.

Amy Lee degli Evanescence non è più la ragazzina che diede vita al successo Bring Me to Life, ma una donna che ha attraversato matrimonio, maternità, trasformazioni della band e fama, esperienze che hanno plasmato non solo la sua personalità, ma anche la sua capacità di restituire emozioni in modo più stratificato e consapevole.

Ed è per questo che, nonostante tutto, da queste band possiamo aspettarci valore e, quantomeno, la capacità di fare da ponte tra un tempo e un altro: di farsi “medium”, con le radici piantate prima dello scoccare degli anni Duemila e lo sviluppo compiuto proprio dentro i Duemila. A dimostrazione di questa teoria, il fatto che gli Strokes, al Coachella tenutosi ad aprile 2026, abbiano offerto una performance degna di quella che regalarono nell’ormai lontanissimo aprile 2002, quando presentavano l’iconico Is This It?. La manifestazione musicale di Indio era allora alla sua terza edizione, ancora indipendente e lontana dalle logiche ipercapitalistiche che oggi definiscono gran parte dell’intrattenimento.

Sorge spontanea l’incertezza riguardo al destino del futuro: se ci affidiamo ad artisti che provengono da, ricordano e compongono con mezza anima nel presente e l’altra metà nel passato, realisticamente quale posto, quale e quanto spazio si può pensare di lasciare al futuro? Quanta dignità siamo pronti a concedergli?

Forse non ci interessa davvero. Ed è in questo senso che riemerge una radice più antica, quella nichilista degli anni Settanta, in cui i Sex Pistols, anche loro “ritornanti in tour” in questo rocambolesco 2026, profetizzavano con il loro slogan “No future” che, laddove non esiste un futuro, non può esistere neppure il concetto di peccato. E così finivano per assolvere se stessi e tutti noi dalla terrificante responsabilità di dover prendersi cura del presente.

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Sara Picardi
Sara Picardi
Sono nata a Napoli negli anni Ottanta e ho sempre avuto una passione profonda per l’arte in tutte le sue forme, così come per tutto ciò che si nasconde nelle profondità, oltre la superficie. Collaboro come consulente con l’Università Federico II di Napoli nel progetto Federica Web Learning come Graphic Designer. Parallelamente alla mia carriera di Visual Designer, ho coltivato negli anni la passione per la scrittura e sono una giornalista pubblicista freelance. Nel tempo libero suono il basso, scrivo poesie e mi perdo nella contemplazione della bellezza della natura e della vita.

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