Il ritorno dell’archeologia italiana in Siria: la missione di Tell Semhani guidata da Lorenzo D’Alfonso

Dopo quindici anni di stasi, a causa di una delle guerre civili più disastrose degli ultimi decenni, in Siria stanno progressivamente riprendendo le attività di scavo e ricerca archeologica. Il territorio rappresenta una delle culle della civiltà umana così come la conosciamo, con una storia millenaria e siti che rappresentano pietre miliari dell’archeologia mondiale.

Se già questa è una grande notizia, la notizia ancora più bella è che anche le nostre missioni stanno rientrando in Siria, rinnovando un partenariato di collaborazione e confronto che nel Novecento è stato fecondo di risultati e successi. È proprio di una di queste missioni che vorrei parlarvi, una missione giovanissima, con pochissimo tempo di vita, ma che già sta dando notevoli soddisfazioni.

Ci troviamo nel Governatorato di Latakia, in quella che durante l’Età del Bronzo fu l’area di influenza di una delle città-stato più influenti e importanti del mondo egeo-levantino, Ugarit. A pochi kilometri da Ras Shamra, il luogo che conserva i resti della grande città di Ugarit, nel sito di Tell Semhani, una missione congiunta dell’Università di Pavia, del Museo di Latakia e del Direttorato siriano delle Antichità, co-diretta dal Professor Lorenzo D’Alfonso e da Muhammed Redwan del Museo, e che vede la collaborazione dell’Università di Damasco, sta riportando alla luce un sito che nei prossimi anni è destinato a far parlare di sé. Per presentarlo, quale voce migliore proprio di uno dei Direttori dello scavo, il Professor D’Alfonso?

Professore, ci parla un po’ della missione dell’Università di Pavia a Tell Semhani? Come nasce? Quali istituti coinvolge? Come si articola il progetto di ricerca?

La missione nasce dal mio desiderio di tornare in Siria e di fare sentire la mia vicinanza agli amici e colleghi che avevo conosciuto venti anni fa e che ho continuato a sentire duranti questi anni di guerra civile, divisi su più fronti. Con uno di loro che mi era venuto a trovare in scavo in Turchia, da profugo, ci eravamo promessi che se ci fossero state le condizioni, quando ci fossero state, ci saremmo rivisti in Siria, tutti e due, e gli altri. A partire dal 2023 la situazione sembrava permettere un rientro. Ho fatto richiesta e dopo un periodo di valutazione con la Direzione Generale Antichità di Damasco, loro mi hanno proposto di collaborare con il museo di Latakia a uno scavo di emergenza aperto a seguito di scavi illegali nel 2015, e poi interrotto per mancanza di tutto.

Era il sito di Tell Semhani. Un’amica, che è anche una collega e lavora al museo di Latakia, mi aveva parlato bene del sito e delle sue potenzialità. Aveva visto i materiali e mi aveva confermato la presenza di occupazione dal Bronzo Medio al Bronzo Tardo finale. Da anni, uno dei miei filoni di ricerca principali è proprio l’indagine della transizione tra età del Bronzo Tardo ed età del Ferro, quella per intenderci legata alla distruzione dei grandi palazzi micenei, della capitale ittita, e anche proprio del ricchissimo emporio di Ugarit, nella regione di Latakia. Abbiamo deciso di partire. L’Università di Pavia ha supportato da subito l’iniziativa ponendo però molta attenzione alla sicurezza, motivo per cui gli studenti non possono per ora partecipare alla missione, solo ricercatori.

L’altro Ateneo per cui lavoro, New York University, non ha ritenuto possibile supportare il progetto e quindi Pavia è l’unico istituto non siriano a partecipare. La missione, e particolarmente la prima campagna, non sarebbe stata possibile senza la partecipazione e il supporto di Cesare Oddicini, che dopo una vita in azienda è venuto a studiare archeologia a Pavia e ha sviluppato una vera passione per gli scavi in Asia occidentale. Insieme abbiamo messo su questo progetto e un Comitato per le ricerche storico-archeologiche nel Mediterraneo orientale per sostenerlo. Ovviamente lo scavo ha una componente locale fortissima, fatta dagli archeologi del museo locale, e su tutti Muhammed Redwan, che codirige il progetto con me e aveva già condotto gli scavi di emergenza tra il 2015-2018. Con lui, oltre ad altri colleghi siriani topografi e ceramologi, partecipano agli scavi tre studenti dell’Università di Damasco. Nulla è normale, va tutto organizzato e comunque problemi emergono ogni giorno. La determinazione con cui i nostri colleghi locali ogni giorno trovano ingegnosamente una soluzione è pari solo a quella mia, di Cesare e dei giovani colleghi del nostro gruppo di portare avanti questo progetto comune e di esserci.

Nella prima campagna, 2024, hanno scavato solo i colleghi siriani, riportando alla luce il contesto della tomba a ipogeo scoperta da Muhammed prima del nostro arrivo; hanno anche aperto un’area di scavo sulla sommità della collina portando alla luce le prime rimanenze architettoniche di una sequenza di occupazione della seconda metà del II millennio, il periodo di maggior splendore del regno di Ugarit sul Mediterraneo. Noi di Pavia ci siamo invece occupati della topografia del sito e della ricognizione intensiva della sua porzione settentrionale e orientale. Dal nostro lavoro si è compreso che la collina non è formata interamente da depositi artificiali, come ritenuto in precedenza, ma i depositi occupano solo la sommità della collina, oggi coltivata ad uliveto, e si impostano su una duna. Diversamente da quanto le ricognizioni del secolo scorso avevano affermato, il sito era stato occupato solo nell’età del Bronzo e aveva le dimensioni di un piccolo villaggio. In età bizantina era diventata un’area per la produzione agricola e ci era stata costruita sopra una gigantesca pressa per olio e vino. 

Poco dopo la partenza, dopo la prima campagna, c’è stata la rivoluzione. Ci siamo sentiti in quel periodo molto con tutti i componenti della missione, soprattutto nei primi due mesi di grande incertezza. E poi nel periodo del terrore a Latakia! Come era avvenuto in precedenza, pezzi di famiglie dei miei amici sono stati uccisi in una morsa tra lealisti al regime precedente e gruppi paramilitari fuori controllo. La situazione in estate era stabilizzata, il panorama internazionale sulla Siria era cambiato e di nuovo abbiamo fatto domanda alla nuova amministrazione per tornare. A organizzare questa domanda ero in Turchia, e alcuni studenti turchi che hanno sentito dell’iniziativa hanno chiesto di partecipare. Per la seconda campagna, dunque, oltre agli italiani e ai siriani c’era una componente turca che ha preso parte ai lavori. Quest’anno abbiamo scavato insieme per un mese. La nuova amministrazione ha garantito e tutelato la nostra sicurezza mettendo a nostra disposizione una scorta di polizia e una casa di scavo con guardiano.

Che cosa state indagando in questo momento? 

La nostra ricerca mira a ricostruire le condizioni di vita, le attività economiche e il livello di interazione di una piccola comunità rurale del secondo millennio a.C. Cerchiamo dunque di ricostruire la struttura del villaggio e degli elementi che lo compongono: abitazioni, aree produttive, aree di stoccaggio. Delle abitazioni un elemento importante è la presenza di sepolture familiari, e lo studio di corredi, ma anche dei resti ossei, porta informazioni su usi, ricchezza e condizioni di salute. Sulle ossa umane è in corso anche uno studio del DNA antico, che permetterà di accedere a ulteriori informazioni su salute, relazioni tra individui sepolti insieme nel villaggio, e, più in generale, sulla circolazione. Oltre a rimanenze e reperti ci interessa però anche lo studio delle ossa animali e delle piante carbonizzate che si conservano nei depositi del sito. Questo sta permettendo di ricostruire nel dettaglio la produzione primaria del villaggio: agricoltura e allevamento. I testi economici cuneiformi ritrovati nella capitale Ugarit ci forniscono dettagliate informazioni sui raccolti della ricca piana circostante, ma è la prima volta che un progetto archeologico indaga cosa avvenisse davvero in un villaggio. 

C’è qualcosa che avete rinvenuto che l’ha colpita più di altro?

In generale la quantità di importazioni. In questo piccolo villaggio, gli abitanti avevano a disposizione coppe, brocche e recipienti che venivano dai centri micenei dell’Egeo, da Cipro e dalla Cilicia. Sono gli stessi importi ritrovati nelle case e nei palazzi di Ugarit, ma ci si aspettava che la vita di villaggio fosse disconnessa, povera e autarchica. È presto per dirlo, perché la ricerca richiede altri due o tre anni, ma la vita di villaggio sembra molto diversa da quella ricostruita fino ad ora attraverso la lettura dei testi.

In particolare, mi ha colpito molto il ritrovamento di due figurine di terracotta di nudo femminile, entrambe frammentarie ma entrambe ben leggibili e ascrivibili a un’unica produzione. La figura femminile è rappresentata con le braccia lungo il corpo ripiegate verso il busto e le mani a sorreggere i due seni. È una produzione della prima metà del secondo millennio che si studia in letteratura, ma non ne avevo mai scavata una. La produzione della costa siriana si caratterizza per un’invetriatura azzurro chiaro magnifico alla vista. Sull’invetriatura pochissimi tratti incerti di pittura nera a identificare tre elementi: la capigliatura, un ornamento attorno al collo e il triangolo pubico. È stata rinvenuta non lontano da una tomba che era stata oggetto di scavi clandestini e va identificata come un amuleto che accompagnava i defunti nel loro viaggio ultraterreno. Un paio di oggetti davvero notevoli alla vista.

Il sito si trova a pochissimi chilometri dall’antico centro di Ugarit, che proprio durante l’Età del Bronzo fu una città-stato molto importante, con un ruolo di prim’ordine nei traffici commerciali e nei rapporti diplomatici che si sviluppano dal Mediterraneo fino alla valle dell’Indo. Che rapporti pensa potesse avere l’insediamento di Tell Semhani con la potente vicina?

Tell Semhani era certamente uno dei tanti villaggi sotto il controllo di Ugarit e su cui si reggeva la ricchissima produzione agricola a base di olio, vino e grano del regno di cui Ugarit era la capitale. Se il rapporto gerarchico tra due siti è sicuro, la nostra ricerca dovrà chiarire tutto il resto. Siamo di fronte a un villaggio di contadini che coltivavano le loro terre e pagavano una decima al re di Ugarit? Oppure è Semhani una di quelle fattorie fortificate con propri terreni che i testi locali chiamavano gittu dove operavano mezzadri sotto il controllo della corona o di alti funzionari di Ugarit? I testi cuneiformi menzionano questi due tipi di abitati rurali senza dare informazione alcuna su come questi siti fossero organizzati. Dalla ricostruzione storica fatta su base testuale ci si aspetterebbe un livello di vita nei villaggi, e ancor di più tra i servi del re e i mezzadri indebitati nelle fattorie, di estrema e crescente indigenza. Dalle nostre indagini, però, per ora risulta uno stile di vita simile a quello della capitale.

Certo meno ricchezza, non ci sono i beni di lusso, l’oro, gli avori, le pietre dure che sono state rinvenute ad Ugarit: ma cosa ci dicono invece le ottime produzioni ceramiche locali e i tanti importi? Dobbiamo immaginare una vita rurale meno disagiata di quanto ricostruito attraverso i testi? Oppure esistevano residenze rurali per l’élite di Ugarit, di cui i testi non ci hanno informato? O ancora: le importazioni sono dovute alla sua collocazione all’estuario di un fiume vicino al mare, e dunque era a sua volta un piccolo scalo per mercanti prima dell’approdo al grande emporio di Ugarit? Queste sono alcune delle domande sul rapporto con Ugarit a cui il prosieguo degli scavi intende dare risposta. 

La storia dell’archeologia italiana si lega in modo indissolubile al territorio siriano, una terra che ha dato enormi soddisfazioni alle nostre missioni, la cui storia – però – come tutti sanno – è stata sconquassata da anni tremendi di guerra civile e di distruzione. Anche se Pavia è una matricola in questo senso, secondo lei che cosa può significare per il presente e il futuro della Siria il ritorno delle missioni archeologiche internazionali e che cosa significa per l’archeologia mondiale poter tornare a lavorare insieme alla Siria?

Ci sono in Italia competenze e sensibilità nello studio e valorizzazione delle rimanenze del passato che sono uniche e sono un pezzo della nostra storia. Esiste dunque un sistema paese che attraverso il lavoro di archeologi, storici, restauratori costruisce una diplomazia culturale, che crea rispetto e fiducia. Ciò detto, ogni missione ha legami, altri colleghi sono già in Siria, Marina Pucci di Firenze ha ripreso i contatti prima di tutti.

Noi abbiamo preso coraggio e siamo partiti. Forse avremmo dovuto farlo prima. Dove eravate? è una domanda che, non dai miei amici ma dai conoscenti siriani che non vedevo da anni, ho sentito. Il mio gruppo non apre nessuna via: sono tanti i gruppi e i colleghi da tante parti del mondo che stanno già tornando e vogliono tornare, molti di quelli che non lo hanno fatto o non lo fanno avevano remora di essere utilizzati dall’amministrazione Assad o da quella nuova a fine di legittimazione. Altri attendono ancora perché ritengono che sia immorale occuparsi dei monumenti antichi e non delle persone, del disastro umanitario di anni di guerra, della povertà. Sono posizioni che ascolto, rispetto e capisco. Semplicemente, io il mestiere che so fare è questo e questo il mio modo di tornare e stare vicino ai miei amici e condividere le fatiche e la speranza in un momento di così grande cambiamento. 

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