Il racconto necessario di Aldo Premoli in “Wrapping. Come la moda ha conquistato il mondo dell’arte”

Il nuovo libro di Aldo Premoli, Wrapping. Come la moda ha conquistato il mondo dell’arte, è stato presentato pochi giorni fa alla Galleria Deodato Arte, che in questo momento ospita anche la personale di TVboy. Un’occasione speciale non solo per il luogo e l’atmosfera, ma anche perché, dal 21 febbraio, il volume — edito da Castelvecchi nella collana Fuoriuscita, con la prefazione di Alberto Improda e la postfazione di Carmen Bizzarri — è ufficialmente disponibile in libreria.

Il libro di Aldo Premoli sorprende perché si presta a una lettura su due livelli distinti e complementari. Da un lato, c’è un piano giornalistico, preciso e documentato, che racconta il rapporto tra arte e moda con un’attenzione particolare all’attività delle grandi fondazioni legate alle maison del lusso e al modo in cui queste hanno progressivamente conquistato un ruolo centrale nel mondo dell’arte contemporanea. È un lavoro di ricerca e cronaca raffinato e autorevole, esattamente ciò che ci si aspetta da un giornalista del livello di Premoli.

Accanto a questa narrazione, però, emerge un secondo livello più profondo: quello sociologico e culturale, che trasforma Wrapping in uno spaccato del nostro tempo. Il libro diventa così una riflessione sulla complessità del contemporaneo, su come i confini tra economia, arte, comunicazione e società si siano dissolti in un sistema fluido, stratificato e spesso indecifrabile. Premoli, assumendosi la responsabilità di un’affermazione forte e originale, parla di capitalismo artistico: un modello economico e culturale nato dalla fusione tra spirito finanziario e spirito creativo, capace di ridisegnare il panorama della produzione artistica mondiale.

Durante la presentazione, Premoli ha ripercorso alcune tappe della sua carriera, ricordando come i suoi primi passi da giornalista li abbia mossi nel settore dell’editoria di moda, quando all’inizio degli anni ’80 venne chiamato da Condé Nast. Erano gli anni del Made in Italy che nasceva spontaneamente, senza piani strategici, tra imprenditori che investivano nella creatività mentre la politica inseguiva modelli industriali ormai superati.

Negli anni ’90 però accade qualcosa di imprevisto: arriva la finanza nel settore moda e nascono i grandi gruppi del lusso. Non si tratta più solo di stilisti che dialogano con artisti — come era accaduto tra Dalì e Schiaparelli, o Warhol e Versace — ma di brand finanziari capaci di diventare essi stessi produttori di cultura. Oggi, quattro grandi realtà europee dominano questo scenario: Pinault Collection, Fondation Louis Vuitton, Fondation Cartier pour l’Art Contemporain e Fondazione Prada.

Sono loro a realizzare le mostre più importanti e influenti, racconta Premoli nel suo libro, spesso ben al di sopra della capacità produttiva delle istituzioni pubbliche. A Milano, ad esempio, le esposizioni più internazionali e potenti si vedono da Fondazione Prada e Hangar Bicocca. Lo stesso accade a Parigi, dove il Centre Pompidou fatica a competere con la forza di Fondazione Louis Vuitton o Collezione Pinault.

La ragione di questo dominio sta nella capacità di questi gruppi di trasferire le competenze manageriali e finanziarie acquisite nel business del lusso nel mondo dell’arte contemporanea. Non più semplici sponsor, ma veri e propri produttori, capaci di determinare tendenze, posizioni e legittimazioni artistiche.

Ed è proprio qui che il libro di Premoli trova la sua forza. Perché racconta questo scenario senza moralismi, ma con la lucidità di chi sa che la cultura visiva e simbolica del nostro tempo è ormai prodotta da questi nuovi attori globali. La sua riflessione sulla retorica della bellezza che salverà il mondo è particolarmente significativa: è bello crederci, ma rischiamo di consolarci troppo con questa idea, dimenticando che la società in cui viviamo è attraversata da profonde contraddizioni e che la bellezza, da sola, non sempre basta a salvarci.

Eppure, questo libro, pur nella sua disamina amara e lucida, lancia anche un messaggio positivo. La ricerca della bellezza, dell’arte, della creatività rimane un valore umano essenziale, il segno di una vitalità culturale che, pur cambiando volto e assetti, continua a testimoniare ciò che ci rende davvero umani.

In fondo, resta il pensiero della bellezza autentica, della cultura condivisa, di un’arte che continua a parlare al cuore e all’intelligenza delle persone.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e il giornale off scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica e per diverse testate.

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