Il maestro: Pierfrancesco Favino e il viaggio di due destini simili e contrari

C’è qualcosa di struggente nel guardare chi rincorre una vittoria che non arriverà mai. Il maestro, ultimo lavoro di Andrea Di Stefano presentato fuori concorso a Venezia 82, è un film che s’incunea proprio in quella zona crepuscolare, dove lo sport smette di essere spettacolo, un racconto che usa il tennis come linguaggio per parlare di padri e figli, di occasioni mancate, di legami inattesi.

Il cuore della vicenda è l’incontro fra due destini opposti. Da un lato Felice, tredicenne disciplinato fino alla rigidità, educato da un padre severo che sogna per lui la scalata ai tornei nazionali. Dall’altro Raul Gatti, interpretato da un Pierfrancesco Favino in stato di grazia: ex promessa del tennis, capace un tempo di arrivare a un ottavo di finale al Foro Italico, oggi uomo disilluso, seduttore stanco, fuggitivo dai propri fallimenti. Insieme intraprendono un viaggio tra competizioni provinciali e stazioni balneari, un tour più popolato da cadute e imprevisti che da vittorie. Eppure, proprio lì, nasce un legame che sposta le traiettorie di entrambi.

Di Stefano, dopo i progetti internazionali (Escobar, The Informer) e il notevole ritorno in patria con L’ultima notte di Amore, firma un film che mescola racconto di formazione, commedia all’italiana e road movie. Un’opera impreziosita da una confezione tecnica impeccabile, ambizione rara e una radice personale dichiarata. Il Maestro vibra di malinconia e leggerezza, come la musica che lo accompagna: da Cuccurucucù a Ti pretendo, brani che restituiscono l’atmosfera di un’Italia perduta, fatta di cabine telefoniche, sacchetti di gettoni, estati spensierate e già velate di disillusione. In questo paesaggio, Raul e Felice si muovono come due figure sbagliate e antitetiche: il primo ha dissipato il talento nell’edonismo, il secondo scopre di non avere la stoffa del campione che gli è stata cucita addosso. Sono personaggi che appartengono alla grande tradizione del nostro cinema: come ne Il sorpasso, l’incontro tra opposti diventa occasione di confronto, fuga, rivelazione.

Favino regala al film un corpo vivo, oscillando tra guasconeria e ferite interiori. Menichelli offre invece la prova attoriale di un adolescente credibile, incerto, trattenuto. E intorno, figure secondarie ben tratteggiate — Dora Romano, Valentina Bellè, Edwige Fenech — danno spessore a un discorso che ha al centro il tema delle paternità imperfette.

Il maestro non consola, non illude, non forza la mano verso un lieto fine. Se la traiettoria di Felice suggerisce che non ogni destino è scritto nei polsi, quella di Raul ci ricorda che nessuna occasione, una volta mancata, può essere pienamente recuperata. Ma nel loro incontro, in quel sodalizio fragile e improvvisato, emerge l’unica forma di vittoria concessa: la consapevolezza di sé. Non è un trofeo né un titolo, ma la dignità di riconoscersi per ciò che si è davvero, con tutte le crepe.

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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