Il lutto si addice ad Elettra, tra mito e psicanalisi, rivive nella regia di Davide Livermore

ll lutto si addice ad Elettra, nelll’immaginifica regia di Davide Livermore, nella nuova traduzione e adattamento di Margherita Rubino, visto di recente al Teatro Carignano di Torino (ma in scena a Trieste al Politeama Rossetti fino all’8 febbraio e a Treviso al Teatro La Stanza dal 12 al 15 febbraio, ndr), è l’esempio che il grande teatro di drammaturgia si può ancora fare: quello che pone al centro la potenza della parola, in cui gesti, posture e voce degli attori dialogano con il testo per dare “corpo” alla parola. Ed è una cosa straordinaria in questi tempi in cui siamo immersi nella tecnologia,disavvezzi ad esprimerere comunicare le nostre emozioni e stati stati d’animo, e finiamo per affodarli a semplici faccine sulla tastiera.
Scritto nel 1931 dal drammaturgo statunitense Eugene O’Neill (Premio Nobel per la Letteratura nel 1936) è ambientato in America negli anni successivi alla Guerra di Secessione, e in chiave moderna riprende l’epopea degli Atridi narrata da Eschilo nell’Orestetra, fondendo tragedia classica e dramma borghese, dove rimbombano e rimbalzano echi psicologici freudiani. Capace ancora di parlare alla contemporaneità in modo potente dei lati oscuri della famiglia e dell’impossibilità di liberarsi dal passato.

Foto Federico Pitto

“L’operazione di O’Neill”, afferma David Livermore, “è stata geniale. Partendo dalla più grande trilogia della storia, di Eschilo, parla di eredità, di drammi e traumi familiari, anche a chi crede di non averne. Per me questo testo è l’affermazione della tragedia nella nostra epoca”.
Opera titanica, in ben tredici atti, di ardua messa in scena per la lunga durata. Tre ore e mezza di spettacolo, compresi l’intervallo (nel 1997 l’allestimento per la regia di Luca Ronconi durava oltre cinque ore), che scorrono via in un soffio, con il fiato sospeso, come in un noir crudele e disperato.
La storia non si svolge ad Argo, ma nel New England. Non c’è la reggia di Agamennone dalle possenti mura in pietra, ma la cupa villa dei Mannon, “che maschera qualcosa di profondamente oscuro e lugubre dietro un’apparenza rispettabile”. La trama ruota attorno al ritorno del generale Ezra Mannon, alter ego di Agamennone (Paolo Pierobon), il tradimento della moglie Christine (Elisabetta Pozzi) con il capitano Adam Brant (Egisto, Aldo Ottobrino), l’odio di Lavinia (Linda Gennari) per la madre e l’amore per il padre, la fragilità di Orin, equivalente di Oreste (Marco Foschi), di ritorno dalla guerra e succube della madre, e la narrazione interna di Peter Niles (Davide Noccolini) e Hazel Niles (Carolina Rapillo), una sorta di coro, innamorati rispettivamente di Lavinia e Orin e attratti dal fascino della famiglia Mannon.
Rispetto ad altri suoi allestimenti, qui Livermore opta per un registro sobrio e rigoroso, senza cedimenti a artifici scenici eccessivi. Una regia “cinematografica” ma non spettacolare. Una nessa in scena in sottrazione, che colpisce per equilibrio e precisione, mettendo in primo piano l’interpretazione degli attori e la forza drammatica del testo.
La scenografia, anch’essa firmata da Livermore, si distingue per un raffinato rigore estetico che richiama atmosfere espressioniste, e una palette cromatica essenziale: colonne bianche, grigie e nere definiscono lo spazio, mentre una serie di “cornici dentro le cornici” semovibili ne modifica continuamente la configurazione. Uno specchio moltiplica e deforma le immagini, creando un sorprendente gioco di riflessi. Una panchina e un lampione, un paio di poltrone e un mobile per il salotto, un grande letto, una bara con a fianco la bandiera degli Stati Uniti per il compianto funebre. Ogni scena diventa una scatola spaziale nitidissima, una dimensione mentale e simbolica.
Ci sono poi le luci di Aldo Mantovani, a creare un clima di costante inquietudine, variando a seconda delle necessità della trama: rosso per l’omicidio, nero per il lutto, viola per gli intrighi, verde per i dialoghi. Spesso alcune zone della scena rimangono in ombra, come a celare ossessioni, pensieri che arrivano da un altrove.

Foto Federico Pitto

Davvero notevole il tessuto sonoro diDaniele D’Angelo, elemento perfettamente integrato nella drammaturgia e parte della costruzione emotiva. Le musiche, capaci di evocare Bruno Maderna e Giorgio Federico Ghedini, alternano dissonanze improvvise, armonie sospese, intervalli acuti, suoni stridenti e inattesi, tonalità continuamente sfuggenti, variazioni timbriche cariche di tensione.L’orecchio dello spettatore resta in uno stato di allerta emotiva, percependo pericoli o misteri invisibili: inquieto ma affascinato.
Sul palco, un superbo cast di interpreti, in sintonia in uno spietato gioco di reciproca violenza psicologica. Elisabetta Pozzi (Christine) affiancata da Linda Gennari (Lavinia). Con loro, Paolo Pierobon (Ezra Mannon), Marco Foschi (Orin Mannon), Aldo Ottobrino (Adam Brant), Davide Niccolini (Peter Niles), Carolina Rapillo (Hazel Niles).
Elisabetta Pozzi – che era stata Lavinia Mannon nell’edizione diretta da Luca Ronconi nel 1997, accanto a Mariangela Melato nella parte di Christine Mannon) – interpreta ora Christine, dominando il palcoscenico con un carisma personale unico a magistrale tecnica vocale ed espressività: ne costruisce una figura complessa, una donna insieme appassionata e calcolatrice, vulnerabile e manipolatrice, sensuale ma disperata, forte ma fragile, in balia dell’amore per Adam e dell’odio per Ezra, colpevole ma disperatamente umana, tragicamente viva. La seduzione diventa il luogo delle sue contraddizioni, senza mai trovare una sintesi pacifica. L’omicidio è l’esplosione finale di pulsioni trattenute troppo a lungo. il suicidio, non è una resa, ma un atto di controllo finale sul proprio destino. La sua tragedia è l’impossibilità di essere se stessa in un mondo che non le lascia libertà. Al punto da togliersi la vita.

In O’ Nell Lavinia non esplode: si irrigidisce. Ed è proprio su questo che lavora Linda Gennari (classe 1976). Costruisce con intelligenza una Lavinia verticale, chiusa, bloccata. In total black. La sua Lavinia è implacabile, non urla, non crolla, si chiude, condanna. È un corpo che non cede mai, si irrigidisce, anche nei momenti emotivamente più estremi, la voce di Gennari è ferma,fredda, asciutta. Non supplica, non chiede dialogo. Il movimento non è mai leggero o fluido, sembra trascinarsi dietro il proprio dolore, accentuando la sensazione di compressione psicologica. Nelle luci fredde diventa quasi una sagoma. Solo quando muore il padre la vediamo una scena struggente in cui lei gli getta le braccia al collo e urla, in una sorta di isteria dannata. La tragedia è interiore e psicologica. Lavinia non è semplicemente una figlia contro una madre perché adultera e assassina, ma perché Christine incarna tutto ciò che lei rifiuta: sensualità, vitalità, desiderio di fuga. Lavinia distrugge la madre per poi diventare il suo doppio. Questo passaggio è tra i più inquietanti dell’opera. Dopo la morte di Christine, Lavinia cambia aspetto e atteggiamenti, in una progressiva identificazione con la madre, resa esplicita dalla medesina acconciatura dei cpoelli e indossando lo stesso abito color vinaccia.

Foto Federico Pitto

Paolo Pierobon: il suo Ezra non è semplicemente il padre autoritario o il marito tradito: è la personificazione di un ordine morale ormai collassato. E sembra già sapere che la casa non lo accoglierà. La scelta registica è stata quella di introdurre impercettibilmente piccole fratture: un respiro appena trattenuto. uno sguardo che si trattiene dove non dovrebbe, una stanchezza improvvisa. Sono segnali minimi, ma decisivi, che svelano l’apparente forza di Ezra, attraversato invece da un’intima sofferenza, quella del bisogno di essere amato da Christine.
Marco Foschi (classe 1977) ci mostra un Orion straordinariamente sensibile, inquieto, febbrilmente nevrotico, con tutte le sue paure, rabbie, pensieri, lacertato in una devastante ambivalenza tra desiderio e pulsione di morte, tra amore e colpa, preda di una dipendenza , dolorosa e irrisolvibile per la madre. Foschi lavora con grande attenzione sul corpo: le spalle si chiudono, i gesti diventano discontinui. Anche la voce è a tratti esitante, a volte improvvisamente accesa. Quando Christine si sucida, distruttura per l’uccisione dell’amante, Orin – spinto al crimine per amore della sorella e per vendicare il padre – cade in un abisso di colpa e di ossessione. Con Lavinia, il rapporto si costruisce su un’ambiguità costante fino a sviluppare verso di lei un attaccamento morboso, quasi incestuoso, almeno a livello psicologico, che Foschi riesce a rendere pienamente tangibile. Il suo crollo finale (alla fine si suicida) è inscritto fin dall’inizio e Foschi ce lo fa avvertire fino in fondo. Non c’è alcun tribunale a giudicare o assolvere Oreste, né a placare le Erinni (come accade per l’Oreste di Eschilo.) Forse è il personaggio più straziante.

Foto Federico Pitto

Aldo Ottobrino costruisce un capitano Brant, cugino di Ezra (un legame che scopriremo solo più avanti), volutamente ambiguo. Il suo Brant resta sfuggente, mai del tutto affidabile. La voce è calda, seduttiva, ma sempre attraversata da una nota di rabbia trattenuta, un desiderio di vendetta verso la famiglia Mannon che continua, ostinatamente, a opprimerlo.
Lavina Mannon resta sola alla fine, rinchiudendosi nella casa-tomba di famiglia. Sceglie di indossare il lutto come destino inevitabile. Peter le aveva proposto di sposarlo e iniziare una nuova vita, ma lei rifiuta (mentre in Eschilo, Elettra sposa Pilade, fedele amico del fratello Oreste). Nessuna redenzione. Nessuna assoluzione. Non c’è pacificazione, non c’è perdono. O’Neill non offre salvezza ai suoi personaggi. Ma nella rilettura di Livermore, con i suoi accenti contemporanei, è proprio la frase di Lavinia nelle ultime battute, trasformata in interrogativo (una micro lbertà all’interno del testo originale) – “I morti… perché non possono morire, i morti…? – che ti tira dentro nel qui e ora, e ti coinvolge, trascinandoti in un confronto inevitabile con i piccoli demoni e diavoletti interiori che si annidano nella psiche di ognuno di noi, anche in quelli apparentemente più integri.
Scomparso il Fato, inteso come forza trascendente, cieca e ineluttabile, che determinava gli eventi della vita, i nuovi motori del destino non risiedono più in forze esterne o sovrannaturali, ma agiscono all’interno dell’individuo: nell’inconscio. Silenzioso ma implacabile. E continueremo a chiamarlo destino, e a subirlo, come il lutto di Elettra finché finché non ne prenderemo coscienza.

Lo spettacolo sarà in tourné a Trieste (Politeama Rossetti) fino all’8 febbraio 2026. Treviso (Teatro La Stanza) dal 12 al 15 febbraio 2026

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Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, igornalista professionista di lungo corso e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi delle pagine di cultura, libri, arte, teatro, psicobenessere. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e di raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesie Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni) e Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore).

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