Ci sono tracce che scompaiono così lentamente da sembrare ancora presenti. I ghiacciai, ad esempio: archivi ambientali straordinari che custodiscono nei loro strati migliaia di anni di storia climatica e dell’impatto umano sul pianeta. Si dissolvono per gradi, fuori dalla nostra percezione, in luoghi che la maggior parte di noi non raggiungerà mai.
È proprio questa ecologia dell’assenza che Cecilia Vicuña — artista cilena, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia 2022, poetessa e attivista — trasforma in arte con El glaciar ido (Il ghiacciaio scomparso), la sua prima mostra personale realizzata in un museo italiano, la Manica Lunga del Castello di Rivoli fino al 20 settembre.
Da decenni Cecilia Vicuña realizza nei musei di tutto il mondo installazioni artistiche costruite con materiali recuperati, fibre tessili ed elementi naturali, in cui la trasformazione diventa parte dell’opera stessa. La sua ricerca nasce da una domanda radicale: cosa rimane quando qualcosa scompare? Vicuña conosce il potere che hanno le tracce: nata a Santiago del Cile, ai piedi delle Ande, fin da bambina raccoglieva oggetti abbandonati e materiali portati dal vento, costruendo sculture effimere nel paesaggio. Quando si guarda la Cordigliera per la prima volta si capisce subito che non è una montagna come le Alpi: non ha pendii dolci o malghe, neppure il profilo rassicurante dei pascoli. È verticale, arida e trasmette una sensazione di eternità. Eppure anche lì, dove tutto appare immutabile, i ghiacciai stanno rapidamente arretrando.

In Patagonia, il ghiacciaio Grey perde ogni anno masse di ghiaccio visibili a occhio nudo, la Marmolada ha già perso oltre la metà del suo volume, il ghiacciaio dei Bossons, sul versante francese del Monte Bianco, mostra una grande cavità apertasi nel 2025. Quell’anno il pianeta ha perso oltre 400 miliardi di tonnellate di ghiaccio, confermando uno dei cicli più critici mai registrati. Fino alla Valle di Susa, dove lo stesso Castello di Rivoli poggia su detriti morenici — le tracce di un ghiacciaio che non c’è più da millenni.
Cosa riesce a vedere l’arte che i dati scientifici non riescono a mostrarci? Questa domanda accompagna il visitatore lungo il percorso di El glaciar ido. Marcella Beccaria, Capo Curatore del Castello di Rivoli, la sintetizza così: “L’arte sa vedere il futuro con anticipo e proporre relazioni e collegamenti che le scienze esatte talvolta faticano a dimostrare.”
Per Vicuña la risposta non è rappresentare la natura ma farne percepire la precarietà, allo stesso tempo limite e condizione dell’opera: in questo risiede proprio la sua cifra artistica nota come Arte Precario. Al centro della Manica Lunga, sospeso verticalmente nell’altezza dell’edificio e orizzontalmente alla navata, l’artista installa uno dei suoi “quipu acostado”, tessitura manuale ispirata agli antichi sistemi di corde annodate con cui le civiltà andine registravano dati, genealogie e memorie. Per la sua realizzazione, vengono utilizzati bambù e lana grezza, quest’ultima proveniente dagli allevamenti di pecora biellese, la razza autoctona piemontese: il primo filo che lega simbolicamente l’opera al territorio che la ospita. Il quipu realizzato per rappresentare El glaciar ido è un archivio che ha dimenticato cosa custodire: senza nodi, resta il gesto del filo, non la memoria che gli antichi quipu erano chiamati a custodire. “L’opera di Vicuña concerne ciò che si dimentica e il vuoto che ne consegue” — spiega Beccaria. Quel vuoto riguarda i ghiacciai, ma anche la memoria politica dei desaparecidos e il futuro stesso. “Vicuña riesce a guardare alle ferite del passato, inclusi i desaparecidos vittime della dittatura in Cile, contemplando al tempo stesso il dolore di questo presente, dove il cambiamento climatico e le guerre rappresentano le conseguenze delle azioni umane su questo pianeta.”

Nel lavoro di Vicuña la memoria non è nostalgia ma esercizio di responsabilità verso il futuro. “Dall’inizio del progetto” — racconta Beccaria — “abbiamo sempre ritenuto importante che la mostra non atterrasse come una presenza aliena sul territorio, ma partisse da una vera relazione con il luogo e le persone che lo abitano. Vicuña ha sempre agito in dialogo con esso, l’ambiente non è mai stato una cornice, ma una componente essenziale dell’opera, collegando la memoria degli antichi ghiacci del Pleistocene fino all’oggi.”
Ogni ecosistema vive di relazioni invisibili. È così che Vicuña comunica l’assenza, non come perdita ma come traccia tra le mani: fili leggeri, fragili, eppure ancora presenti. El glaciar ido è anche il risveglio di una intera comunità: durante le passeggiate lungo la Dora Riparia e sui laghi di Avigliana, diverse persone — studenti, famiglie, associazioni — hanno partecipato alla raccolta di sassi levigati dall’acqua, legni, piume, conchiglie, piccoli residui di un territorio che porta ancora impressa, nella forma dei suoi detriti morenici, la memoria di ghiacciai scomparsi secoli fa.

Il nome di ogni donatore compare in mostra: il quipu è fatto anche di nomi reali, un secondo archivio che corre parallelo a quello dei materiali. A completare il percorso, opere video — con canti e preghiere rituali — in cui la voce dell’artista modella lo spazio attorno al silenzio del quipu senza nodi: il progetto guarda a ciò che scompare o è già scomparso, riferendosi a tutti coloro che la repressione ha ridotto al silenzio. Fin dagli anni Settanta — ricorda Beccaria — Vicuña ha dimostrato che l’arte è anche azione: “La sua arte riesce a essere poetica e al tempo stesso fortemente politica, senza diventare mai propaganda o lezione didascalica.” Questa poetica attraversa anche la composizione eterea che Vicuña colloca nel piazzale del Castello: una canoa esposta al tempo atmosferico e destinata a disfarsi. Al suo interno, convivono materiali diversi — rametti, pigne, muschio, frammenti di plastica e pezzi di rete — con lo stesso destino di trasformazione.
Dall’altra parte dell’emisfero, in Indonesia, sopravvivono ormai soltanto due dei cosiddetti “Ghiacciai dell’Eternità” (Eternity Glaciers), sul Puncak Jaya. Considerati per secoli una presenza permanente dalle comunità locali, potrebbero scomparire entro la fine del decennio. È lo stesso destino che attende molti ghiacciai e, forse, anche molte memorie.


