Nel quadrante sud-est di Milano, lontano dalle traiettorie più consolidate del sistema dell’arte ma sempre più vicino ai suoi futuri possibili, la Galleria Giovanni Bonelli inaugura il suo nuovo spazio in via Arcivescovo Romilli 20. Non è solo un cambio di indirizzo: è un vero e proprio scarto di posizione, geografico e simbolico. Da Isola a Corvetto, quartiere in piena trasformazione, la galleria apre con una dichiarazione di intenti che suona come un manifesto: The Future Will Be Weird.
La mostra, curata da Denis Isaia, si configura come un dispositivo caustico e post-profetico che prende le distanze da ogni rassicurante linearità narrativa. Al centro, come una figura detonante, si impone Mattia Moreni, protagonista irregolare e radicale del secondo Novecento europeo, qui restituito non come figura storicizzata ma come campo di tensione ancora attivo. Nelle parole del curatore, Moreni è un “pittore esplosivo capace di attraversare la storia della pittura con maestria spesso impareggiabile, mantenendo sempre una posizione eccentrica e refrattaria a ogni normalizzazione”.

Attorno alla sua opera si aggrega una costellazione eterogenea di artisti, da Vedovamazzei a Nicola Samorì, da Alessandro Pessoli a Gelitin, chiamati non a illustrarne l’eredità, ma a entrarvi in attrito. Il progetto nasce in collaborazione con l’Associazione Mattia e l’Archivio Mattia Moreni, che da anni lavorano alla rilettura critica dell’opera di Moreni.
Dopo le partecipazioni a Documenta e alla Biennale di Venezia, Moreni sceglie una traiettoria laterale, ritirandosi nei paesaggi aspri della Romagna. Una scelta che non attenua, ma radicalizza il suo sguardo: come puntualizza il curatore “ovunque sia, Moreni si nutre delle degenerazioni indigeste della società”, trasformando pittura e sessualità in strumenti di conoscenza e resistenza.
La sua pittura, carnale e instabile, attraversa decenni senza mai stabilizzarsi. Le angurie, immagini tanto esplicite quanto simboliche, condensano tensioni erotiche e violenze ambientali, diventando emblema di uno scarto sempre più evidente tra umano e natura. Negli anni Ottanta, mentre la cultura di massa si appiattisce sotto il peso della televisione, Moreni risponde con una pittura che si fa deliberatamente “regressiva”: colori acidi, figure deformate, un immaginario che anticipa derive visive oggi pienamente riconoscibili. È qui che emerge il suo lato più sorprendentemente contemporaneo: scrive Denis Isaia “Moreni diventa punk, il più punk tra gli artisti italiani, arrivando a dipingere, con impressionante libertà, solo soggetti impazziti”.

La mostra si sviluppa sui due livelli del nuovo spazio, articolando un percorso che evita ogni gerarchia. Al primo piano, spiega Isaia, si entra in una dimensione in cui “il potere si esercita al meglio nel governo dei corpi (dei gesti e della sessualità) e nello sfoggio anarchico”. Qui il “cantico della violenza” di Moreni si intreccia con l’estasi materica di Samorì e con la tensione poetica di Pierpaolo Campanini, mentre il lavoro di Giovanni Morbin costruisce “con esattezza letteralmente chirurgica” un parallelismo tra potere e arroganza applicata alla natura.
Al piano inferiore, il registro cambia: “l’infantilizzazione della società diventa la chiave di lettura. A partire dal ciclo del “Regressivo consapevole”, Moreni mette in scena un banchetto funebre e colorato in cui la perdita dell’adultità non coincide con una forma di purificazione, ma con un ingordo e lieto precipitare”. In questa sezione il dialogo si apre a corrispondenze più ampie: dall’ironia di Vedovamazzei e Gelitin fino alle derive più ambigue e contemporanee delle opere di Giovanni Blanco.

A chiudere il percorso, i video di Silvia Dal Dosso “restituiscono l’esorbitante confusione culturale del presente, segnata dalla sovrabbondanza di contenuti e dalla difficoltà di orientamento. Il titolo stesso della mostra, suggerisce Isaia, sarebbe stato il titolo di un’opera di Moreni in giornata buona”: una prefigurazione lucida di un futuro abitato da figure ibride, instabili, difficili da decifrare.
The Future Will Be Weird non si limita ad aprire un nuovo spazio espositivo. Segna piuttosto l’inizio di una postura: quella di una galleria che sceglie il rischio, che abbandona le coordinate consolidate per abitare una zona più porosa, dove passato e presente non si succedono ma collidono. In questo senso, Moreni non è solo il centro della mostra, ma il suo detonatore: una presenza che continua a interrogare il presente, senza mai offrirgli un terreno stabile su cui poggiare.



