Il furto del secolo – quando l’Italia comprese il valore dell’Arte

“Il furto del secolo”, prodotto da Invisibile Film, è un documentario in fase di realizzazione dedicato a un momento decisivo della storia italiana.

Nel film seguiremo Tina e Leo, nipoti di Maurizio Balena, che a cinquant’anni di distanza dal celebre furto si addentrano in una ricerca appassionante e complessa sulle verità nascoste attorno alla figura del nonno — un personaggio tanto affascinante quanto controverso, il cui ruolo all’interno della vicenda, che vi narreremo, non è mai stato del tutto chiarito.

Ma veniamo ai fatti…

È una notte di febbraio del 1975. A Urbino si distende una fitta nebbia, così densa da rendere difficile riconoscere i volti delle persone che si incontrano per strada — forse è difficile persino accorgersi della loro presenza. La foschia avvolge ogni angolo della città, lambendo anche il Palazzo Ducale, custode di alcuni dei più grandi capolavori del Quattrocento e del Cinquecento italiano, e per questo motivo grande orgoglio dei marchigiani.

In quei giorni è in corso una ristrutturazione dell’edificio e sono presenti diverse impalcature. Sono proprio queste a permettere, nelle prime ore della notte del 6 febbraio, ad alcuni individui di intrufolarsi nel palazzo, riuscendo a trafugare tre dipinti rinascimentali di valore inestimabile“La Muta” di Raffaello“La Flagellazione di Cristo” e “La Madonna di Senigallia” di Piero della Francesca.

Madonna di Senigallia Piero della Francesca

I ladri riescono dunque a eludere la sicurezza, impresa tutt’altro che ardua data la scarsità del sistema predisposto. Sono infatti presenti soltanto due guardie notturne, armate di torce e costrette a muoversi nell’assenza totale di illuminazione elettrica, forse per ragioni di risparmio. Le ronde vengono effettuate ogni due ore, lasciando completamente incustoditi i dipinti. Mancano telecamere, allarmi o qualsiasi altro sistema di protezione.

Insomma, il Palazzo Ducale non fu certo quella “fortezza inespugnabile” a cui il soprintendente alla Galleria Nazionale delle Marche, Italo Faldi, l’aveva paragonato pochi giorni prima.

Il furto ebbe un’enorme risonanza nazionale, tanto da essere presto definito dalla stampa “il furto del secolo”. Gli urbinati si sentirono violati nella propria identità; alcuni parlarono di una vera e propria mutilazione della cultura marchigiana e italiana.

All’epoca la tutela dei beni culturali era ancora fortemente insufficiente. Il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali era stato appena istituito, grazie a una legge entrata in vigore proprio in quell’anno. Il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, invece, era nato solo tre anni prima.

Vi era dunque una bassa preparazione ad affrontare eventi di questo tipo, e le risorse a disposizione delle istituzioni e delle forze dell’ordine erano estremamente limitate.

Flagellazione di Cristo Piero della Francesca

A seguito dell’avvenimento, tuttavia, si registrò un forte coinvolgimento da parte delle istituzioni e degli apparati di sicurezza. Vi fu addirittura la prima visita ufficiale di un ministro dei Beni CulturaliGiovanni Spadolini, che si recò personalmente a Urbino per attestare l’inconcepibilità e l’ignobilità del furto subito dalla città.

Fu proprio da quel momento che l’Italia iniziò a rendersi conto dell’importanza di proteggere il proprio patrimonio culturale.

Per quanto riguarda le indagini, un contributo decisivo arrivò da una ragazza insospettita dai comportamenti del proprio fidanzato, il falegname Elio Pazzaglia, di Pesaro. Poche ore dopo il furto, l’uomo le aveva chiesto di acquistare una grande quantità di velluto — una richiesta alquanto insolita, soprattutto in concomitanza con l’appello dei carabinieri rivolto ai ladri di avvolgere i quadri proprio in panni di velluto per evitarne il deterioramento.

La giovane decise così di confidare i propri sospetti alle forze dell’ordine, permettendo loro di individuare una pista promettente.

Un altro protagonista fondamentale del ritrovamento fu Maurizio Balena, esperto antiquario di Rimini. Dopo diverse esitazioni, fu convinto dai carabinieri a collaborare, condividendo ogni informazione in suo possesso sulle opere rubate.

Fu proprio Balena a fare da tramite per il recupero dei tre quadri, trattando con i ladri e concordando un riscatto da parte delle forze dell’ordine.

Dopo mesi di trattative, i carabinieri riuscirono finalmente a riportare le opere a Urbino e ad arrestare i cinque responsabili: Elio Pazzaglia, Dante Gaudenzi, Ottavio Dall’Osso, Adriano Verri e Federico Tirci, accusati di furto aggravato e ricettazione.

Il furto del Secolo locandina

Questo fu l’episodio che risvegliò le coscienze degli italiani sull’importanza della tutela delle opere d’arte, rappresentanti della cultura e dell’identità stessa di un popolo. I capolavori del Rinascimento sono infatti ciò che ci contraddistingue nel mondo e contribuiscono a rendere l’Italia custode di uno dei patrimoni artistici più importanti in assoluto.

Furti come questo potrebbero sembrare un unicum, eventi rarissimi, ma gli avvenimenti più recenti ci ricordano quanto, in realtà, rubare anche gli oggetti più preziosi possa risultare un gioco da ragazzi. Lo dimostra il recente furto dei gioielli di Napoleone al Louvre, avvenuto soltanto una settimana fa e su cui le indagini sono ancora in corso.

Questo episodio mette in evidenza come, ancora oggi, persistano gravi problemi nei sistemi di sicurezza, perfino nei musei più importanti del mondo, sottolineando ancora una volta l’urgenza di un impegno costante nella tutela del patrimonio artistico e culturale.

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