Il “Falstaff padano” di Daniele Gatti, una rappresentazione godibile e di ottima qualità

Protagonista sul podio di una memorabile edizione dell’opera nel 2015 con il brillante spettacolo di Robert Carsen, Daniele Gatti torna nella buca scaligera a sei anni dalla sua ultima direzione d’opera con Falstaff di Giuseppe Verdi nello storico allestimento “padano” creato da Giorgio Strehler e Ezio Frigerio per l’inaugurazione della Stagione 1980/81 e diretto allora da Lorin Maazel. L’ultima ripresa della produzione, che traspone le avventure delle gaie comari dalla corte di Windsor alle cascine della bassa indorate dal sole al tramonto, risale al 2004 con Riccardo Muti sul podio.

A quarantacinque anni dal debutto, torna al Piermarini il “Falstaff” di Giuseppe Verdi, commedia lirica in tre atti su libretto di Arrigo Boito, con le scenografie di Giorgio Strehler, che – scelta rischiosissima e geniale! – ambienta le vicende shakespeariane nella campagna padana del Seicento, in quella che sembra tarda estate. 

Colori neutri e fumosi, cantine con enormi botti di vino (lambrusco?), cortili di cascine riarsi dal sole e un’enorme luna piena per l’atto finale fanno da sfondo alle tragicomiche vicende del vecchio e pingue Sir John Falstaff, che, nel tentativo di conquistare l’amore di due giovani e ricche dame, Alice Ford e Meg Page, scrive loro due lettere d’amore identiche e viene irrimediabilmente scoperto. Le due donne, scornate, sì, ma anche divertite, decidono di punire il furbacchione giocandogli una burla dopo l’altra, con la complicità di comare Quickly, Nannetta, figlia di Alice, il dottor Cajus, promesso non amato di quest’ultima e Mastro Ford, il marito di Alice.

L’ultimo tiro si gioca in un bosco, sotto la luna e, tra maschere, creature fatate e inganni, Falstaff accetta la burla e declama, con la sua antica baldanza, la morale della storia “Tutto nel mondo è burla”.

Come lui stesso dichiara, il Maestro Daniele Gatti ama molto l’ultima opera di Giuseppe Verdi e ricorda le lunghe ore di fila per il loggione proprio nel dicembre del 1980, quando “Falstaff” apriva la stagione scaligera proprio con le scenografie di Strehler e lui non era che uno studente del conservatorio. La sua visione dell’opera è ricca di colori e sfumature e non manca di sottolineare gli aspetti più malinconici di un’opera che è certamente buffa, ma nasconde dentro sé un fondo di amarezza tipica del tempo che passa e soprattutto di chi questo passaggio non lo accetta.

Il baritono Ambrogio Maestri veste i panni del protagonista dell’opera con una voce che appare non all’altezza delle sue usuali performance, ma supplita da una pregevole presenza scenica e molta esperienza. Di contro, il più giovane Luca Micheletti non riesce a esprimere le doti attoriali di cui pure è dotato, ma il suo Ford ha una vocalità solida e sicura, più che apprezzabile, in ottimo accordo con l’Alice di Rosa Feola. La soprano non ha una voce che si accorda pienamente al ruolo di quest’opera, ma con grande tecnica e talento riesce non solo ad adattarsi alle sottane di Alice Ford, ma anche a offrire al pubblico una resa di altissimo livello. 

Completano il cast Rosalia Cid/Nannetta, Juan Francisco Gatell/Fenton, entrambi con voci fresche e di bel tono, che però a volte non riescono a sovrastare l’imponente orchestra della Scala, Marianna Pizzolato e Martina Belli nei panni rispettivamente di comare Quickly e Meg, l’ottimo Dottor Cajus di Antonino Siragusa, Christian Collia (Bardolfo) e Marco Spotti (Pistola). 

La rappresentazione, complessivamente godibile e di ottima qualità, chiude con generosi applausi a tutto il cast e il giusto apporto di malinconia che ogni “Falstaff” lascia nella gola degli spettatori. 

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