Nel cuore di I Fantastici 4 – Gli inizi non c’è un’esplosione cosmica né un portale interdimensionale, ma qualcosa di infinitamente più terreno: una donna incinta, consapevole che il figlio che porta in grembo potrebbe dover morire per salvare il mondo. In questa figura – Sue Storm, interpretata da una intensissima Vanessa Kirby – si concentra tutto ciò che resta della posta in gioco nel Marvel Cinematic Universe: il tentativo di restituire peso, complessità e spessore all’eroismo.
È un ritorno, sì, ma anche un nuovo inizio: quello della fase sei del Marvel Cinematic Universe, affidato a un quartetto di attori di grande talento – Pedro Pascal, Vanessa Kirby, Ebon Moss-Bachrach, Joseph Quinn – e a una narrazione che intreccia superpoteri e dinamiche familiari in un contesto narrativo retrofuturista, ambientato in una Terra alternativa, la 828.

La struttura è quella classica: un’esposizione ai raggi cosmici conferisce abilità straordinarie ai protagonisti, che diventano i Fantastici Quattro. Ma al centro del film, più che l’origine dei poteri, c’è il corpo – e la gravidanza – di Sue Storm, interpretata con rigore e sensibilità da Vanessa Kirby. È lei il nucleo emotivo e tematico del racconto: una figura che incarna la responsabilità del futuro in un mondo minacciato dall’annientamento. Letteralmente. Galactus – l’antica divinità cosmica che minaccia la Terra – chiede in cambio della salvezza il sacrificio del figlio di Sue e Reed. Il supereroismo, qui, passa attraverso scelte intime e laceranti.
Matt Shakman, che aveva già lavorato con intelligenza sulla materia familiare in WandaVision, ripropone un’estetica sospesa tra passato e presente, con ambientazioni anni ’60 rivisitate in chiave moderna. C’è una certa coerenza visiva, un lavoro accurato sull’atmosfera e sulle tonalità, e un rispetto non banale per l’immaginario fumettistico originario, tanto da rendere omaggio esplicito a Jack Kirby nei titoli di coda. Shakman dirige con mestiere questo nuovo reboot della “prima famiglia Marvel”, ma sembra sapere che la via classica non funziona più. Troppo tardi, troppo uguale, troppo già visto. La risposta è un’ambientazione spiazzante: una realtà alternativa, Terra-828, che assomiglia a un futuro uscito da un vecchio numero di Popular Mechanics, tutto jet pack e colori pastello, dove i Fantastici Quattro si muovono come in una capsula temporale ancora inconsapevole dell’imminente apocalisse.
Ma se la cornice è affascinante, il contenuto vacilla. Reed Richards, Ben Grimm, e Johnny Storm non riescono a imporsi come figure autonome. L’unica vera protagonista è Sue, attorno a cui ruota tanto il dramma etico quanto quello metafisico: essere madre significa custodire e manutenere, ma cosa accade quando la salvezza universale chiede esattamente l’opposto?
Se l’idea di fondo è interessante, l’esecuzione risente di diversi squilibri. La sceneggiatura fatica a trovare un tono unitario: l’umorismo è spesso fuori registro, i dialoghi risultano talvolta forzati, e la costruzione dei personaggi maschili (in particolare Mister Fantastic e La Cosa) resta superficiale, come se il film non sapesse bene cosa fare con loro. Ne emerge un racconto che promette profondità, ma si arena spesso sulla soglia del potenziale non espresso, che prova a toccare corde emotive ma inciampa spesso in un umorismo fuori luogo, eredità sbiadita del primo Iron Man. Dove Tony Stark usava la battuta per disinnescare la tensione, qui l’ironia sembra solo un riflesso condizionato.

L’apparizione di Galactus e del suo araldo, una Silver Surfer dal carisma gelido e inquietante, non porta tanto distruzione quanto interrogativi. Chi decide cosa vale la pena salvare? E a quale prezzo? C’è un potenziale drammatico non indifferente, ma Shakman sembra troppo legato alle formule Marvel per permettersi il rischio di scavare.
Eppure, qualcosa rimane. Alcune immagini hanno una forza sorprendente: il silenzio di Sue davanti all’ultimatum, lo sguardo smarrito di Reed, l’impossibilità di conciliare affetto e necessità. La tensione tra bene collettivo e scelta personale, la riflessione implicita sul ruolo pubblico dei supereroi e sulla loro vulnerabilità privata, il contrasto fra l’illusione di un’epoca luminosa e l’imminenza del disastro. Sono frammenti, piccoli ma densi. Segnali di un film che avrebbe potuto essere molto più di quello che è.
Forse è questo il punto: I Fantastici 4 – Gli inizi non fallisce perché sbaglia strada, ma perché si ferma a metà. Intuisce che l’epoca dell’invulnerabilità è finita, ma non trova il coraggio di raccontare cosa viene dopo. Come molti altri titoli recenti del MCU, resta sospeso tra la nostalgia per ciò che è stato e la paura di cambiare davvero rotta. Manca una direzione forte, ma c’è almeno la volontà di restituire al genere un volto umano. E forse, in tempi di supereroi sempre più gonfiati e indistinguibili, è già qualcosa.


