In un post sponsorizzato di Instagram si legge: “Nel cuore di Roma sta per essere sfrattato un locale storico”. A Via Condotti 86, infatti, dal 1760, è presente l’Antico Caffè Greco. È uno dei caffè più antichi d’Italia, nato in un momento in cui la conversazione culturale faceva il suo ingresso nella società. Nelle sue sale hanno bevuto da Goethe a Orson Welles, durante le soste dei Grand Tours. Ma da intricati refusi storici nascono spesso contenziosi non semplici da risolvere, e l’attività chiede di firmare una petizione contro lo sgombero forzato.
Pare siano passati già otto anni dai primi malumori e disaccordi tra la proprietà e il gestore. Recentemente, l’ente proprietario (l’Ospedale Israelitico) avrebbe aumentato considerevolmente la cifra da corrispondere per l’affitto del locale. Lo sfratto, pur essendo stato riconosciuto come definitivo dalla Corte di Cassazione, si scontra – per fortuna – con il vincolo storico-culturale che protegge il Caffè, che rende non solo gli arredi, l’architettura e le opere inamovibili, quanto anche e soprattutto la destinazione d’uso dell’immobile immutabile nel tempo.

D’altronde l’Antico Caffè Greco non è un luogo qualunque poiché è la sua identità a non essere replicabile. Al di là di chi possegga “quella meravigliosa abat-jour”, è effettivamente vero che i locali storici fanno parte dell’identità culturale del nostro paese: oltre alla mera attività commerciale – seppur speciale in quanto storica – meritano una menzione dal punto di vista della conservazione, valorizzazione e fruizione di quello che appare essere un fumoso bene culturale dall’odore inebriante.
Al Florian, per esempio, si sta d’incanto quando ti ci rifugi in un’uggiosa serata invernale. Era il 1720 quando veniva aperto a Venezia, a Piazza San Marco, e Giacomo Casanova ci corteggiava le sue dame – tra l’altro, sembra fosse l’unico caffè aperto alle donne. La sua architettura si è arricchita nel tempo, così come le sue sale, che dall’Orientale alla Cinese, si intrecciano in un labirintico susseguirsi di specchi, pitture e ornamenti (rispettivamente opera di Giacomo Casa e Antonio Pascutti). Non immune al fascino Liberty, l’ultima e la più piccola delle sale, venne creata nel 1920.

Ma se è di Stile Liberty che parliamo, impossibile non menzionare due splendide realtà torinesi quali Baratti&Milano e il Caffè Mulassano: il primo, aperto dal 1858, “spaccia” i famosi Gianduiotti forse sin da allora – le sue boiserie in legno pregiato rendono un po’ neoclassica la tipica Art Nouveau piemontese; il secondo è una chicca di piccole dimensioni, ma basta trovare il giusto angolino nei pressi delle vetrate per sentirsi osservatore del mondo che va veloce, un po’ come Gabriele D’Annunzio, che diede il nome al tramezzino, o Luigi Spazzapan, che al Mulassano era cliente abituale e vi meditava, col suo aperitivo, a cavallo tra le due Guerre Mondiali.
Tra le varie piazze del pensiero, da citare anche il Caffè Pedrocchi di Padova, del 1831. Definito il “caffè senza porte”, aperto a qualsiasi ora – fino al 1916 – accoglieva tutti giorno e notte: fu teatro degli scontri studenteschi durante i moti rivoluzionari del 1948 contro il dominio austriaco. Scottojonno, invece, nella Galleria Principe di Napoli, è un bellissimo esempio di recupero : dal 2021, uno dei più importanti Café Chantant della città è tornato al suo antico splendore, e lì dove prima c’era abbandono, oggi sorge una realtà che, in collaborazione con l’artista e designer Eugenio Tibaldi, ha ridato luce agli spazi dell’ex-tesoreria, attuando un restauro di tipo conservativo.

Sempre a Napoli, dal 1860, il famosissimo Gambrinus ha accolto artisti e pensatori da Benedetto Croce a Matilde Serao, da Enrico Caruso a Eduardo De Filippo. Eppure, la più importante delle storie è ancora viva: nella pratica del caffè sospeso, chi paga lascia una tazzina a credito per chiunque non possa permetterselo. È chiaro che ad oggi, questa prediletta bevanda continua ad essere un pretesto per uno scopo maggiore: la condivisione di pensieri, idee, tempo, affetto. E il suo valore necessita dei luoghi che lo hanno nutrito. Direbbe Marc Augé che i caffè storici sono luoghi antropologici, perché radicati nella memoria collettiva.
La prossima udienza sulla vicenda dell’Antico Caffè Greco avverrà dopo il 26 novembre, a data da destinarsi. Nel frattempo, circa trecento opere d’arte sono state poste in custodia poiché rimosse dal locale senza le dovute autorizzazioni. Quali che siano le future risoluzioni, è auspicabile che la comunità non perda un’importante parte del suo patrimonio identitario.



