Here, un’altra opera prima di Zemeckis con Tom Hanks

È in arrivo in Italia, a partire dall’8 gennaio, Here, l’ultima fatica di Robert Zemeckis (regista di capolavori come Forrest Gump e Cast Away), che questa volta affronta l’ambiziosa sfida di portare sul grande schermo la graphic novel di Richard McGuire, pubblicata nel 2014. Quest’opera, considerata rivoluzionaria nel panorama dei fumetti, racconta la storia di un unico spazio fisico attraverso il tempo, mostrando frammenti di vite che vi si sono intrecciate. Zemeckis, con il suo talento visionario e l’uso innovativo della tecnologia, trasforma questa idea concettuale in un film profondamente emozionante, dove il medium del graphic novel viene richiamato attraverso dei riquadri che collegano racconti ed epoche diverse.

La narrazione di Here, dunque, si sviluppa in modo frammentario e non lineare, unendo momenti separati da decenni o addirittura secoli. Lo spazio protagonista è una stanza ordinaria, che diventa un simbolo universale della vita che si evolve e si ripete. In questo contesto, Tom Hanks e Robin Wright, straordinari protagonisti, interpretano diversi personaggi che abitano o attraversano questo luogo in epoche diverse. Le loro performance sono un concentrato di delicatezza e intensità, capaci di trasmettere emozioni profonde anche nei momenti più silenziosi.

Zemeckis e lo sceneggiatore Eric Roth affrontano l’adattamento con grande rispetto per l’opera originale, ma senza rinunciare a espandere il materiale con tocchi di umanità e profondità. La graphic novel di McGuire era essenzialmente un esercizio visivo e concettuale, mentre il film si carica di un peso emotivo che lo rende accessibile e coinvolgente per un pubblico più ampio. Grazie a un sapiente uso degli effetti visivi, il regista riesce a rappresentare simultaneamente epoche diverse all’interno dello stesso spazio, creando una continuità visiva che affascina e ipnotizza lo spettatore.

Uno degli aspetti più sorprendenti di Here è il modo in cui riesce a trattare temi universali come il passare del tempo, la memoria e il legame tra gli esseri umani e i luoghi che abitano. Ogni scena sembra un pezzo di un puzzle più grande, che si compone davanti agli occhi dello spettatore, portandolo a riflettere sulla fragilità e sulla resilienza dell’esperienza umana, il tutto senza mai cambiare inquadratura. In un momento vediamo una famiglia riunita negli anni ’50, in un altro un evento drammatico del XIX secolo, e poi uno sguardo a un presente post covid. Questi frammenti, apparentemente scollegati, si intrecciano per creare un racconto universale che tocca le corde più profonde della nostra umanità.

Le interpretazioni di Tom Hanks e Robin Wright sono il fulcro esperienziale della vita della stanza, il momento in cui essa viene vissuta al massimo dai protagonisti. La loro capacità di incarnare personaggi diversi in tempi e situazioni così differenti è semplicemente straordinaria. Hanks, magistralmente ringiovanito nelle prime sequenze, riesce a comunicare vulnerabilità, speranza e malinconia in ogni scena, mentre Wright porta una grazia e una complessità che arricchiscono ulteriormente la narrazione. Per entrambi la stanza è in realtà una trappola che li costringe a vivere nell’instabilità, non riuscendo mai a permettersi una casa, e dunque una vita, tutta loro. Questo finirà per rovinare la loro relazione, fino all’Alzheimer di Robin, per la quale il ricordo della casa rimarrà l’ultimo baluardo di una memoria destinata a svanire per sempre.

Gli effetti visivi rappresentano un punto di forza di Here. Zemeckis sfrutta le tecnologie più avanzate per sovrapporre epoche diverse e creare transizioni fluide e sorprendenti. L’uso della motion capture e di immagini generate al computer non è mai gratuito, ma sempre funzionale alla narrazione, arricchendo l’esperienza visiva senza sopraffare l’elemento umano. La stanza si trasforma sotto gli occhi dello spettatore, passando dall’essere un luogo di sepoltura di una qualche civiltà indiana americana ad un salotto familiare, fino a diventare completamente asettico e non-vissuto ai giorni nostri. L’ultima famiglia, infatti, venderà la casa in pochissimo tempo, simbolo di una generazione, la nostra, priva di attaccamento per le “cose” e per i “luoghi”. Laddove tante vite sono passate, con il loro incredibile bagaglio di emozione, rimane sempre solo una stanza vuota.

Dal punto di vista tecnico, il film è impeccabile. La fotografia di Don Burgess gioca con luci e ombre, ma specialmente con i colori per sottolineare il passaggio del tempo, mentre la colonna sonora di Alan Silvestri aggiunge profondità emotiva, alternando momenti intimi a sequenze di grande intensità. Il montaggio, curato da Jeremiah O’Driscoll, è un capolavoro di precisione, riuscendo a unire frammenti di storie apparentemente scollegate in un racconto coeso e coinvolgente.

Zemeckis pone domande profonde sul significato dei luoghi che abitiamo, sul valore della memoria e sull’impatto delle nostre vite in un contesto più ampio. Ogni spettatore può trovare in questa storia un proprio significato personale, scoprendo come i momenti più ordinari della nostra vita siano parte di qualcosa di più grande.

Grazie a interpretazioni magistrali, a una regia visionaria e a una profonda sensibilità, il film si posiziona già tra le opere più significative dell’anno.

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