Habitat – altri sguardi sull’Antropocene è la mostra dell’artista Gola Hundun presso il MUSSS – Museo Naturalistico, Centro visite e centro di Educazione Ambientale del Parco naturale del Sasso Simone e Simoncello presso Pennabilli. Allestita dal 12 luglio al 21 agosto, la mostra, curata da Gianguido Grassi, vuole mostrare i vari modi in cui possiamo abitare il presente, a stretto contatto e in un rapporto di interdipendenza tra specie. Allestita durante la 55° edizione di Pennabilli Antiquariato, Habitat fa parte del programma “FUORI MOSTRA” della manifestazione.
Tra biologia e tradizione pagana
Nella ricerca di Gola Hundun la natura è un sistema in cui l’interdipendenza tra specie regola il corso della vita. La poetica dell’artista ruota attorno ai due poli di spiritualità ed ecologia: influenzato dall’arte psichedelica e dall’immaginario fantasy, Gola intreccia biologia e tradizione mitologica e pagana per affrontare i temi del cambiamento climatico, l’estinzione di massa e la rappresentazione di processi biologici tra cui la neurologia vegetale e l’etologia animale. Muralismo, installazione e osservazione del vivente sono i mezzi con cui l’artista mette a frutto la sua poetica. Il suo vocabolario iconografico è costituito da riferimenti ad animali, piante, funghi, nella costruzione di ecosistemi complessi che possano mostrare come l’essere umano non sia da considerarsi che una parte di un più ampio meccanismo che regola le viti del mondo.

Il progetto di Habitat
Habitat è un progetto che prende forma a partire dal 2018, indagando i processi con cui la natura riconquista gli spazi costruiti dall’uomo. La mostra è un tassello di questa ricerca, presentando all’interno del museo di Pennabilli fotografie, frammenti di opere, materiali di ricerca e un intervento site-specific. Questi sono strumenti che testimoniano i continui mutamenti della realtà che ci circonda. Al centro di Habitat vi è il concetto di riconquista, inteso, secondo le parole dell’artista, come: «una ricerca sui ruderi, gli edifici e le costruzioni che l’uomo ha abbandonato, perché non servivano più, dunque la natura altra se n’è riappropriata: ne ha cambiato le morfologie, giocando con le linee rette tipiche dei locali dell’essere umano per ibridarli con le curve e un apparente caos generativo, non alterando la funzione di casa e quindi di habitat». Parte del dibattito ruota attorno anche alla nostra concezione di abbandono e rovina: un edificio su cui la natura opera da architetta è abbandonato e fatiscente per l’essere umano, ma può rappresentare una possibilità di riutilizzo e riappropriazione per tutti gli altri viventi. È in questo contesto che il sottotitolo dell’esposizione dimostra la sua precisione e accuratezza: gli “altri sguardi sull’Antropocene” – nuova era geologica che segna in modo negativo il contributo dell’uomo nella modifica dell’ambiente a livello fisico, chimico e biologico – sono quelli delle piante, degli animali e dei microrganismi a cui Gola Hundun si affida, attori all’interno del grande sistema-natura, l’architetta primordiale che ridimensiona i progetti umani attraverso la sua continua capacità generativa.

Un nuovo posto per l’essere umano: tra i non umani
Habitat – altri sguardi sull’Antropocene è una mostra che si basa sul concetto di legame, sulla dimensione di interdipendenza, anche nel connubio tra dimensioni tradizionalmente opposte come arte e scienza. Lo spazio del MUSSS, come centro scientifico, si apre a ospitare opere che testimoniano una ricerca legata alla spiritualità e alla mitologia, ambiti in cui, prima dell’avvento della scienza moderna, vi era una fusione tra umano e non umano. Tale ricerca consente di costruire nuovi legami nell’era del postumanesimo, corrente di pensiero in cui la centralità e l’autoreferenza dell’essere umano sono messe in dubbio a favore di un confronto con il non umano, verso il superamento dell’antropocentrismo. Le opere di Gola mostrano come animali e piante apportano contributi decisivi anche nei confronti dello sviluppo della specie umana, architetti silenziosi, ma visibili attraverso tracce lasciate su ciò che l’uomo ha abbandonato. Opera emblematica, sotto questo aspetto, è Fugareza, presentata come frammento circondato da teschi di vari animali nel museo, un uovo dorato che, spiega Gola Hundun, è «legato a una sorta di esorcismo». L’opera completa è installata in un vecchio pollificio abbandonato, in cui gli orrori e la paura degli animali continuano a riecheggiare, nonostante le edere, le vitalbe, le aquile e le volpi abitino la struttura. L’uovo è dato alle fiamme, sospeso tra la vegetazione. Per l’artista: «È quasi un totem della fabbrica, utile a esorcizzare le vite di galline stipate e ingabbiate, un gulag perverso. È un uovo che grida e che attraverso il fuoco si libera di quelle esperienze orribili».

Spagiria: il catalogo che cambia
Habitat è corredata da un catalogo, Spagiria, pubblicato dalla casa editrice indipendente Cichinobrigante. La pubblicazione funge da opera autonoma in cui immagini ricombinate popolano ogni copia, rendendo ogni catalogo un esemplare unico. Il titolo della pubblicazione fa riferimento agli antichi processi alchemici denominati “spagiria”, utilizzati già da Paracelso, a metà tra medicina e alchimia. Al centro di questa pratica vi era il principio della trasformazione e della ricomposizione, trama che percorre sia la mostra che il catalogo. Là dove arte e scienza si fondono, rimangono saldi i principi espressi già nel XVIII secolo da Lavoisier nella Legge di conservazione della massa: «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma». Un principio della fisica che si può applicare alla perfezione anche alla pratica poetica e artistica di Gola Hundun.




