Entrare nello spazio espositivo della Galleria 10 & zero uno, precedentemente sede di una macelleria, significa subito accorgersi di una sovrapposizione di memorie: odori assenti ma evocati, superfici che ricordano pratiche artigiane ed un’architettura che conserva, nella sua materialità, tracce di un lavoro quotidiano. È in questo luogo già “parlante” che Giuliana Storino costruisce “Canto alla durata”: un percorso in tre atti in cui il tempo, inteso come resistenza, memoria e trasformazione, diviene soggetto e strumento dell’opera. Storino, nata a Manduria nel 1986 e oggi docente presso l’Accademia di Brera, inserisce nella pratica artistica una personale genealogia di mestieri: figlia di un macellaio, rilegge il mestiere paterno come figura simbolica e lo intreccia al proprio fare artistico. Il risultato è una mostra in cui la materia non è mai neutra, ma carica di riferimenti affettivi, sociali e storici. L’uso dell’acciaio specchiante, della lastra argentata e del suono dialoga costantemente con il luogo e così la “cella frigorifera” della ex macelleria diventa scena e contenitore allo stesso tempo.

Due opere fungono da perno di questo allestimento. Cicàdidi è una installazione scultorea che irrompe nella cella frigorifera accompagnata da una traccia sonora: il canto delle cicale, filtrato e proiettato nello spazio freddo, produce uno straniamento che mette in tensione il tempo naturale e quello tecnico. Il richiamo ai cicli stagionali e alla compressione del ricordo è netto: il suono evoca calore e assenza, e la scultura, sospesa tra presenza fisica e proiezione mentale, apre una ferita di memoria nel tout-veneziano dell’esperienza visiva. La luce rifratta dalla scultura si comporta come un eco visivo del suono, amplificando la sensazione di sospensione tra vitalità e silenzio, estate e inverno, memoria e presente. Una sequenza di elementi, sovrapposti in modo da creare una struttura concentrica che richiama un cratere, un nido o una formazione geologica. Le superfici lucide proiettano riflessi verdi e rossi, che sembrano provenire da una sorgente luminosa esterna. Assistiamo ad luminosità mobile, quasi sonora, che suggerisce immediatamente il tema della cicala: il ritmo, la pulsazione, il canto. La parte inferiore della scultura, frastagliata, seghettata, come un’eruzione di frammenti metallici, sembra registrare una vibrazione congelata. È come se il suono fosse stato tradotto in materia, in una superficie dove l’oscillazione diventa volume. La forma complessiva ricorda un organismo che si espande dal centro verso l’esterno, oppure una traccia fossile; qualcosa che appartiene a un tempo insieme naturale, primordiale e tecnologico. Il Cavalletto a dondolo, in una nuova versione in acciaio specchiante, stabilisce invece un legame emblematico tra strumento dell’artista e utensile paterno. Lo dondola, lo riflette, lo moltiplica: la superficie specchiante non solo annulla la materialità originaria ma la rende relazionale, restituendo lo spettatore a se stesso come parte del dispositivo. L’oscillazione è metafora della pratica artistica, dell’equilibrio instabile tra mestiere e invenzione e della condizione soggettiva che Storino tematizza: la tensione tra visibilità e invisibilità, tra segno e assenza.

Attorno a questi cardini si dispiegano le carte bifronti, superfici che si aprono e si richiudono, dove sagome e controforme, come il cavalletto, le silhouette di Cicàdidi, emergono in positivo e negativo. Queste carte fungono da soglia materiale e concettuale, segni che si trasformano in passaggi, memorie che si leggono in entrambi i lati e che rimandano ad un’esperienza percettiva ambivalente. Qui la lettura dell’opera non è univoca, ma richiede attenzione, una disposizione a navigare fra piani temporali e livelli di visione. I Sogni d’acciaio (2025) è un’altra tessera importante: un apparente foglio argentato, reminiscenza dell’incarto per le carni, è elevato a lastra incisa. La metamorfosi di un materiale quotidiano in materia di stampa e di scultura eleva un gesto domestico a emblema poetico; qui sta la forza del lavoro dell’artista, nella capacità di trattare l’ordinarietà come luogo di resistenza poetica, dove il piccolo oggetto custodisce le narrazioni più vaste.

L’importanza della mostra risiede anche nell’eterogeneità dei linguaggi adottati, scultura, installazione, suono, carta, fotografia e scrittura, che Storino sa combinare senza perdere coesione. L’approccio interdisciplinare rende visibile una pratica che indaga il tempo su scale diverse: dalla durata dell’esperienza individuale al tempo geologico e cosmico che l’artista richiama come cornice concettuale. Non si tratta di mera evocazione, ma la materialità delle opere e il rapporto con lo spazio radicano la riflessione nello sguardo del visitatore. C’è infine un elemento relazionale che attraversa la mostra: il dialogo con l’archivio dello spazio e con una storia personale che non si esaurisce nel biografismo. Storino trasforma la propria esperienza in vettore critico, aprendo lo spettatore a una lettura che è insieme intima e collettiva. Le opere non implorano empatia, la suggeriscono e chiedono di essere abitate con lo sguardo. Canto alla durata non dà risposte facili. Piuttosto, propone un’esperienza che lavora per stratificazioni, dove il tempo è materia che si può toccare, ascoltare e vedere. È una mostra che conferma Storino come un’artista capace di tradurre l’ordinarietà in gesto estetico potente e di farlo con una chiarezza formale che non sacrifica la complessità concettuale.


