Giannelli e Lodola a Firenze fanno infuriare i puristi: “solo arte certificata nelle piazze”. Ma chi decide cos’è bello e cosa no?

Emanuele chi? A Firenze espongono lo “sconosciuto” Emanuele Giannelli di fianco a Marco Lodola, e Artribune sbrocca: è “un minestrone scadente“, Giannelli non ha la patente dell’artista famoso e Lodola poi, per carità!

Davanti a Palazzo Strozzi Sacrati i giganti di Emanuele Giannelli da un po’ di giorni guardano il cielo sopra Berlino, anzi no sopra Firenze, di fianco alla panchina di Marco Lodola, il postfuturista pop e luminoso dalle importanti et infinite mostre, il creativo visionario che ha messo la firma sul teatro Ariston del Festival di Sanremo e sul “drappellone” del Palio di Siena, l’artista immarcescibile inviso al mainstream dell’arte contemporanea perché non sta a sinistra (per inciso, uno dei Giganti di Giannelli aveva già fatto bella mostra di sé tre anni fa a Milano, dove sorreggeva nientemeno che l’Arco della Pace, quindi, forse, del tutto sconosciuto non è: non piacerà ad Artribune, non avrà la “patente” di artista internazionale con il beneplacito del curatore importante, ma del tutto sconosciuto anche no).

Mr Arbitrium di Emanuele Giannelli sistemato all’Arco della Pace nel 2022.

La mostra, essendo pubblica, l’ha organizzata la Regione Toscana che, pur essendo una regione dello stesso colore del campo da tennis, ha fatto dire “oh signora mia” ai secchioni della cultura visiva. Mettere assieme un artista che a loro non piace (“non perdiamo tempo a commentare la ricerca e la produzione di Giannelli, ciascuno si potrà fare un’idea consultando il suo sito”, scrive Artribune) e un artista che per per loro è evidentemente solo famosino è una cafonata mal allestita e questa mostra di arte pubblica non s’aveva da fare. Lo leggiamo in un’aspirazione di articolessa indignata su Artribune: ai piedi del Duomo di Firenze ci sarebbe “un minestrone di pressappochismo e mancanza di rispetto“, “una baracconata”, “una cacofonia di opere d’arte piazzate alla rinfusa“.

In un impeto distruttivo alla “uccidiamo il chiaro di luna” questi decisori dell’ortopedia artistica contemporanea antica e accettata scavallerebbero le istituzioni e farebbero sloggiare sia Giannelli che Lodola (“fateci sapere quando smontate tutto. Magari anticipando la data rispetto a quella prevista di maggio”) per metterci gli artisti che decidono loro, mandando poi gli amministratori in un campo di rieducazione dell’organizzazione culturale: imparassero lì come si fa una mostra! L’indignato speciale di Artribune, per stroncare i due artisti ai piedi del Duomo di Firenze, usa il solito clichè: che cos’è un progetto che interessi la collettività lo decide una minoranza petulante di cazzari meglio noti come curatori – per lo più aspiranti artisti senza poi esserlo diventati, primedonne che sanno tenere in mano una penna e bramano il palcoscenico, globetrotter della provincia che pensano di contare (e poi, certo, tra i molti cazzari ci sono anche operatori seri di settore, ci mancherebbe…). 

Specificatamente, gli amministratori della cosa pubblica (“l’amministratore di turno”, lo chiama Artribune con la stessa arroganza con cui tratta il povero Emanuele Giannelli colpevole di non piacere alla gente che piace: nel pezzuncolo lo piglia per il culo perfino per il logo sul basamento della scultura) dovrebbero baciare la pantofola al curatore dal curriculum eccellentissimo, cioè uno o una che fa cose e vede gente, coadiuvati da “un comitato scientifico autorevole” (come disse una volta un tal deputato dell’ex Pci, una commissione, in Italia, non la si nega a nessuno…). Ma il mondo dell’arte non si ferma alla ZTL dei saputelli stile white cube, il mondo dell’arte va lontano e “oltre le gambe c’è di più”, cantavano Jo Squillo e Sabrina Salerno: è un vasto oceano di pesci belli e meno belli dove tutti, belli e brutti, si danno da fare e se non titillano la minoranza civettuola del mainstream pazienza, magari sono pure contenti così. A realizzare progetti, spesso, i migliori sono quelli che prendono in mano la situazione, risolvono i problemi e portano a casa il risultato, magari con un minimo di leadership che non guasta: e visto che dalla categoria escluderei una buona parte dei “curator” il cerchio si stringe. Magari sono proprio gli amministratori della cosa pubblica? Magari sono proprio i manager di progetto? Nel pezzuncolo, Artribune se la prende pure con le didascalie: dalle parti del Duomo di Firenze c’è un orrore cosmico e il nome di chi ha seguito la comunicazione dell’evento andrebbe nascosto sotto il tappeto, si vede che è fastidioso come l’odore di mangiare nella sala da the. 

Secondo Artribune piazza Duomo “è un luogo già perfetto di per sé che dovrebbe essere trattato con un certo riguardo” e quindi gli interventi di arte pubblica andrebbero ordinati in maniera rigorosamente selettiva tenendo la barra dritta al centro, cioè alla qualità e all’interesse, appunto, pubblico. E con la cialtronata del celebratissimo Ai Weiwei a Palazzo Strozzi del 2017, un capolavoro che Cappella Sistina levati, con quei gommoni che deturpavano la facciata rinascimentale del palazzo, allora, come la mettiamo?

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5 Commenti

  1. Siete dei grandi! Finalmente qualcuno che parla chiaro alla faccia del signor “so tutto io” altresì noto come Massimiliano Tonelli, noto.
    Tonelli non ti piace Gianelli? Passa avanti e non rompere i corbelli!

  2. Al di là di tutte le polemiche, per dirla alla fantozzi, le sculture esposte in centro a Firenze, SONO UNA CAGATA PAZZESCA !

  3. Al netto del tono forse esagerato di Artribune, volete forse ascrivere alle opere d’arte le pacchianate tipo l’uomo che sorregge l’Arco della Pace, peraltro mutuato dal già di per sé orrendo Lorenzo Quinn?

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