La Generazione Z, dicono, è quella dei nativi digitali, cresciuti a schermi e notifiche, playlist algoritmiche e scroll compulsivi. Eppure, ogni tanto, da questo magma superfluido di immagini compresse in pixel salta fuori un ragazzo del 2005 che decide ostinatamente di fare il gesto più antico del mondo: prendere un pennello, sporcarsi le mani di colore e rimettere il paesaggio (e la figura umana) al centro del quadro. Non il paesaggio-cartolina da screensaver, ma quello duro, notturno, desolato, che ti sei portato dentro senza accorgertene, perché l’hai respirato da bambino salendo e scendendo mille volte la stessa valle.
Matteo Bianchi arriva dalla Val Camonica, una di quelle geografie che ti rimangono nelle ossa anche quando sogni solo di scappare via. È un artista della Gen Z, sì, ma non nel senso stereotipato del termine: lo dice lui stesso, che si sente lontano “da questo nuovo mondo”, cresciuto con un immaginario fatto di natura, silenzi, oggetti trasformati in giochi a casa dei nonni. Un immaginario che oggi riaffiora nei suoi dipinti anche quando sembra scomparire. Oggi studia pittura all’Accademia di Brera e sta affrontando le prime tappe pubbliche del suo percorso. Da una parte c’è stata una collaborazione con una sigla storica della musica, Rock Targato Italia, che, dopo aver collaborato con artisti già molto affermati (come Dany Vescovi, Davide Nido, Federico Guida, Leonida De Filippi, Felipe Cardeña) e dopo aver scelto come primo artista della Gen Z Gherardo Quadrio Curzio, che affida a Matteo la nuova cover d’artista. Dall’altra c’è la collettiva “Zeta, The Supergeneration”, curata da Piersandro Pallavicini e aperta fino al 22 gennaio 2026 alla Galleria Giovanni Bonelli.

Il suo centro di riferimento resta il paesaggio. Un paesaggio a volte malinconico, desolato, “ancestrale”, come lo definisce lui, fatto di luoghi antichi e apparentemente immutabili dove “la linea di rapporto fra uomo e natura era sottile come l’orizzonte”. Un’immagine che si ritrova nei tramonti aranciati e nelle montagne scure che dipinge: scenari che si collocano tra memoria e premonizione, tra ciò che la valle gli ha consegnato e ciò che Milano, con i suoi ritmi e il suo straniamento, gli ha imposto di rielaborare. Il paesaggio, nel suo lavoro, non è sfondo ma stato d’animo: un orizzonte che si apre o si chiude insieme ai pensieri. In questo spazio si colloca anche la figura umana, quasi sempre sospesa. A volte è un corpo avvolto nel bianco che porta con sé “dignità e malinconia”, a volte una presenza quieta che entra nel quadro con la stessa timidezza di un pensiero privato. Altre volte assume una forma più simbolica, come quel fauno in ascolto davanti a un tramonto rosso che sembra ragionare sulla propria distanza dal mondo. Sono apparizioni che non interrompono il paesaggio: lo prolungano. In altri momenti la scena diventa più teatrale, quasi rituale, con figure che si offrono come amplificatori della voce altrui, corpi che assorbono e rilasciano tensione, come se la pittura fosse uno spazio dove si addensano energie che altrove non trovano posto. Matteo stesso descrive questo passaggio come il “ruolo sacrale dell’artista: colui che si espone, si sacrifica, si lascia attraversare, si fa strumento per dare voce a ciò che non funziona, trasformando l’esperienza personale in un’esperienza universalmente condivisibile.”
Questa tensione (tra identità e mondo, tra solitudine e apparizione) attraversa tutto il suo lavoro. E si può sintetizzare con le sue stesse parole a proposito di un autoritratto, Il pensatore di sé stesso (o Sessualità privata): “un ragionamento sugli attimi di pausa e sulle riflessioni personali che intratteniamo solo con noi stessi. Parole che non si possono udire. Dialoghi che rimarranno nel silenzio della storia umana”. È forse questa, dopotutto, la chiave più precisa per comprendere il suo modo di dipingere: un’immagine che nasce da un tempo interiore, trattenuto, non immediatamente condivisibile, ma capace di trasformarsi in forma. Ed è proprio su questi temi che si è sviluppata la conversazione con Matteo: prima tra i banchi dell’Accademia di Brera, tra una lezione di pittura e una di anatomia; poi fuori, al bar di fronte all’Accademia, tra una birretta e una lezione che stava per ricominciare. Lì, dentro la sua voce e dentro i suoi appunti, queste immagini non sembravano teoria: erano semplicemente il suo modo di stare nel mondo, e di trasformarlo in pittura.

Matteo, sei molto giovane e già immerso completamente nella pittura. Qual è stato per te il momento decisivo in cui hai sentito che questa sarebbe stata la tua strada?
Contrariamente a molte persone penso di non aver mai avuto dubbi su quale sia la mia vocazione. Fin da piccolissimo mi piaceva definirmi un artista e sognavo in futuro di diventarlo. Ero molto incuriosito dalla figura di Leonardo da Vinci e ricordo che i miei genitori mi regalarono una rivista su Van Gogh. Alla classica domanda che si fa ad un bambino: “Cosa vorresti diventare da grande?”, io rispondevo semplicemente che volevo fare l’artista. Ricordo molto chiaramente i miei nonni scherzarci su dicendo le classiche frasi: “Quello non è un lavoro, con l’arte non vivi, impara l’arte e mettila da parte”. Questi pregiudizi mi facevano arrabbiare anche da piccolo e prontamente rispondevo che volevo fare il liceo artistico, anche se allora non sapevo bene cosa fosse, e che sarei diventato un artista. Penso che il capriccio di un bambino sia diventato reale proprio durante il liceo artistico. I primi due anni di lezioni li avevamo svolti in didattica a distanza, visto il periodo dell’emergenza Covid. Mentre i miei compagni durante le lezioni in lockdown si allenavano nelle loro camere io disegnavo col trattopen alcuni fumetti. Tornato poi a lezione in presenza vedevo che tutto andava molto a rilento e noi eravamo rimasti molto indietro col programma, visto che non abbiamo potuto fare pratica nelle materie di indirizzo. Perciò sentivo un’amara insoddisfazione nella didattica scolastica e che i progetti del liceo non soddisfavano abbastanza le mie pulsioni artistiche. Così iniziai a realizzare opere in autonomia, fuori dall’ambito scolastico, rendendo la mia cameretta il mio studio privato, perché avevo bisogno di creare di più, per me. Sentivo che dovevo realizzare dei veri dipinti, delle vere e proprie opere, perché mi sembrava di aver sprecato due anni della mia vita per colpa del Covid e sentivo questo forte riscatto. Penso sia stata quella insoddisfazione il mio momento decisivo.
Stai studiando all’Accademia di Brera: come vivi il rapporto tra formazione accademica e la ricerca di un linguaggio personale?
Devo dire che l’Accademia di Brera mi sta donando molto. All’inizio avevo un rapporto molto conflittuale, non riuscivo a capire l’organizzazione e certe dinamiche universitarie, ma penso sia stata una mia colpa, ero troppo distratto dai problemi personali che non mi sono concentrato molto sulle lezioni e passare dalla provincia alla città da un giorno all’altro per me è stato come un salto nel vuoto. Forse anche io ero partito con dei preconcetti: credevo che in accademia fosse tutto più rigoroso e severo, la immaginavo come se fosse un’accademia rinascimentale, dove si studia la prospettiva e si studiano le proporzioni. Per me quello significava “accademico”. Invece qui a Brera ho trovato un ambiente molto familiare e libero, certamente dipende sempre tutto un po ‘ dai professori, ma si creano spesso dei bei rapporti umani e dei bei legami che hanno influito molto sul mio percorso artistico. Anche solo avere la possibilità di vedere e conoscere ragazzi spesso più grandi di me, che hanno più familiarità con la città, ma anche giovani di altre nazioni, mi ha aperto molto gli occhi sia sul mondo comune che sul mondo dell’arte. Sono molto severo con me stesso, tutto ciò mi ha fatto capire quanto sia ignorante in molti campi e quanto sia indietro rispetto agli altri. Tutto ciò ha ovviamente influito sulla mia arte. Ho iniziato come paesaggista, sono molto legato alla natura perché vengo da una zona molto importante culturalmente, la Valcamonica. Ho notato questa forte differenza fra le mie ultime opere e quelle di un anno fa: sono migliorate tecnicamente, ma sono diventate molto più oscure sia nei toni di colore che nei temi trattati, perché sono estremamente sensibile e ciò che ho vissuto quest’anno non è passato inosservato al mio animo. Milano mi sta dando molto, ma per migliorare ho dovuto sacrificare molte cose di me e del mio passato.

Nei tuoi lavori il paesaggio ritorna come protagonista. Per te è soprattutto uno spazio reale, un ricordo, o un terreno simbolico su cui proiettare emozioni?
Penso che siano entrambe le cose. Alcune opere sono copie di fotografie che ho scattato mentre ero a casa, altri paesaggi sono invece spazi mentali e simbolici. Durante l’adolescenza odiavo stare in Valcamonica, sognavo di scappare via il più presto possibile e non tornarci più. Lo trovavo uno spazio troppo chiuso sia fisicamente, che mentalmente e come artista sapevo che lì non sarei stato capito a pieno, sognando così di andare a vivere in Toscana, visto che fin da piccolo andavo in vacanza nelle zone di Pietrasanta ed ero affascinato dalla gran quantità di opere d’arte che gira in quelle zone. Quando poi mi sono trasferito a Milano, lontano dalle mie abitudini e dalla mia famiglia, ho dovuto affrontare la realtà di questa decisione e ho iniziato ad avere nostalgia della mia terra natale. Allora verso dicembre 2024 ho iniziato a dipingere delle montagne di getto, senza riferimenti fotografici, per ritrovare l’essenza della valle. Il caso poi mi ha portato a ritrovare in quelle immagini dei reali riferimenti alle montagne dietro casa mia, perché il mio inconscio nel tempo aveva introiettato quelle forme, acquisendo così la valenza di un ricordo mentale. La mia coscienza capì che avevo interiorizzato l’anima delle montagne e che in realtà non avevo perso nulla e che dall’esperienza traumatica potevo solo che guadagnarci. I miei paesaggi con i tramonti, invece, fanno riferimento a un’opera che avevo realizzato nel gennaio 2023. In seguito all’evento dove le città di Brescia e Bergamo venivano dichiarate capitale della cultura insieme, sono stato invitato, alla festa patronale del mio paese, a creare un’opera che fondesse il sentimento per la tradizione e le origini camune, con il gusto contemporaneo dell’arte. Si tratta della mia prima opera pubblica, ora esposta nella biblioteca comunale di Pian Camuno (BS), intitolata Contatto con le origini.
In alcuni post su Instagram, ho visto che li hai definiti “paesaggi ancestrali”…
Sì, per me sono “paesaggi ancestrali”, ovvero degli spazi mentali, dei possibili paesaggi primordiali intoccati delle nostre origini, quando ancora l’uomo aveva un rapporto reale e sentimentale con la natura, e non consumava il connubio con la Terra attraverso lo sfruttamento, come fa l’uomo contemporaneo. Oppure sono dei possibili futuri distopici dove saremmo costretti a ritornare alle origini, a vivere nelle caverne. In questi dipinti i cieli si fanno rossi, infuocati (in riferimento alle fotografie sui campi petroliferi di Steve McCurry) perché rovinati per sempre dagli ordigni nucleari. Lascio a te libertà di scelta fra queste due interpretazioni. I paesaggi notturni, invece, li inserisco nel filone del mio periodo blu. Lì esprimo soprattutto le mie emozioni, il mio rapporto conflittuale con il mondo, è una natura sublime come quella di Edvard Munch, che si fa portavoce dei miei sentimenti interiori.
Alcuni tuoi quadri mostrano atmosfere notturne, lune e bagliori. Cosa ti affascina di più di queste condizioni di luce e come influenzano la tua pittura? Le case, le strade deserte, gli edifici spogli: qual è il loro significato nella tua visione? Sono scenari di memoria, metafore di solitudine, o semplicemente immagini che ti attraggono visivamente?
I Notturni sono le opere di cui vado più fiero. Esprimono a pieno il mio stato d’animo irrequieto. La desolazione, il vuoto, il netto contrasto fra i blu e il nero profondo non sono altro che metafore della mia solitudine. Ultimamente ho sofferto spesso di insonnia e mi capitava di girare in casa nella notte, spostavo la tenda della finestra e vedevo la silhouette delle montagne in contrasto col cielo notturno. Sono fortemente attratto visivamente da questi contrasti di colore, ma sono affascinato anche dalla luce, dai lampioni che illuminano lievemente gli angoli delle case, dai riflessi sull’asfalto bagnato. Inoltre ho sempre in mente i paesaggi di Giorgio Morandi, che amo soprattutto per le case immerse nella natura e per la sintesi delle forme. Tutto ciò fa parte del mio immaginario, io non faccio altro che realizzare poi su tela queste immagini mentali, oppure durante le passeggiate serali scatto delle fotografie con il mio cellulare e mi piace giocare con gli scatti, provando a fotografare il buio. Ovviamente quelle che ne escono sono immagini distorte, deserte, quasi inquietanti, ma per me hanno un certo valore simbolico. Queste immagini poi diventano le reference per i miei dipinti.
Il tema del paesaggio notturno ha sempre avuto anche una forte valenza simbolica nella storia dell’arte…
È vero, il notturno è sempre stato qualcosa che ha affascinato le anime irrequiete e tormentate: basti pensare al canto Alla Luna di Leopardi, dove la contemplazione della natura sublime diventa il pretesto per ragionare su se stessi, sul proprio dolore e sul proprio destino. Oppure quando realizzo i miei notturni ho sempre ben in mente la dimensione spettrale ed enigmatica presente nell’opera del maestro simbolista Arnold Böcklin, L’isola dei morti. Ci vedo un qualcosa di romantico in tutto ciò, come io se dovessi continuare questa eredità artistica.

Tu sei nato nel 2005, cresciuto in un’epoca dominata da immagini digitali. Perché hai scelto la pittura, una tecnica tradizionale, come tuo linguaggio principale? Ti immagini sempre pittore tra dieci o vent’anni, o pensi che il tuo percorso artistico possa prendere direzioni inaspettate?
Ho scelto la pittura perchè mi sento un artista tradizionale. Ho sempre studiato i grandi maestri per conto mio e ho sempre ricercato quell’atmosfera di vita, come se volessi seguire il canone dell’artista. Penso che la pittura sia il miglior modo per esprimersi, avere la possibilità e le capacità di rendere reali le immagini che mi si creano nella testa mi fa sentire meno impotente di fronte alla fugacità della vita. Le immagini digitali mi hanno formato fino ad un certo punto, anche se sono state il mio primo approccio all’arte, visto che realizzavo disegni e fumetti in digitale con le app sul telefono. Sicuramente sono d’accordo sul fatto che esse anestetizzano l’esperienza della fruizione delle opere d’arte e i social hanno creato delle aspettative estetiche dal punto di vista dei contenuti, ma credo che possano diventare anche un guadagno se usati con responsabilità, dipende sempre da come uno strumento viene usato. Per esempio il mio feed di Instagram mi mostra solo post di artisti, così che possa consumare arte contemporanea di vario genere, continuamente e sempre più velocemente. Del resto io mi sento pittore prima di tutto, credo che sarà sempre il mio linguaggio principale. Ogni tanto mi piace variare, realizzo schizzi in digitale se mi ritrovo in giro senza il taccuino, grazie alle esperienze fatte alle superiori realizzo anche piccole sculture in cartapesta e quest’anno ho anche realizzato delle grandi scenografie per uno spettacolo teatrale dell’Inferno della Divina Commedia di Dante. È praticamente inevitabile non essere influenzati dalle altre arti, quindi penso che fra qualche anno sicuramente sperimenterò altri medium per poter esprimere ciò che in pittura purtroppo non posso fare. Mi piacerebbe fare delle installazioni per poter fare opere più grandi e perchè no, ogni tanto ragiono anche su delle possibili performances.

Qual è il tuo rapporto con la musica? La ascolti mentre dipingi, e in qualche modo influisce nel tuo modo di dipingere?
Il mio rapporto con la musica è sempre stato un po’ conflittuale. Di solito mi ossessiono a delle canzoni in particolare o a dei cantanti specifici fino a quando non riesco più ad ascoltarli, per poi esaurire l’entusiasmo iniziale. Per questo ho una playlist molto ampia, con tante canzoni di diverso genere, per non annoiarmi. Spesso mentre dipingo faccio partire quella playlist, un po ‘per rilassarmi e un po’ per concentrarmi meglio sull’opera, per cercare di dipingere come se stessi meditando. Oppure se voglio entrare in un mood specifico uso una playlist con un certo tipo di canzoni. Per esempio, se devo disegnare cavalieri e soggetti più medievali, mi metto ad ascoltare le canzoni dei Bardo Magno o quelle della Compagnia del coniglio per un’atmosfera più da taverna. Ogni tanto la musica mi è anche da ispirazione per le opere stesse: ricordo una volta alle superiori dove, per un progetto, ho dipinto dei quadri ispirati alle canzoni dei Modà, perchè erano i cantanti che da piccolo ascoltavo con mia madre, soprattutto quando facevamo viaggi lunghi in macchina, lei aveva sempre il cd dell’album Passione Maledetta. Le loro canzoni hanno plasmato molto il mio animo.

Recentemente hai anche collaborato con Rock Targato Italia, mettendo in copertina della playlist “Primo Morso” la tua opera intitolata “Desolazione”…
Collaborare con Rock Targato Italia è stato davvero stimolante. Ho ascoltato la playlist appena uscita e mai avrei pensato che quelle canzoni descrivessero a pieno il mio stato d’animo in quel momento. Mi sentivo perso in quel periodo e non riuscivo a trovare delle risposte. Matto di OMINI mi ha fatto sentire meno solo e compreso; Finito il caffè dei Gazebo Penguins descrive a pieno la mia solitudine e l’ho ascoltata mentre dipingevo I fiori del dolore, opera che poi ho esposto alla Fabbrica EOS; Fare Schifo (Con me) di Naska mi ha aiutato ad accettare la mia condizione. Ascoltavo questa playlist la mattina mentre prendevo la metro e tutto ritornava ad avere un senso nelle mie azioni. Quindi sì, la musica è essenziale per il mio lavoro artistico.
Tu fai parte della Generazione Z, una generazione spesso descritta come segnata da un rapporto diverso con i linguaggi digitali. Tu che ragazzino sei stato?
Sinceramente mi sento molto lontano da questo “nuovo mondo”. Sono stato cresciuto ancora con dei ideali tradizionali, e secondo le vecchie modalità di educazione. Quando ero piccolo io, non si dava il telefono in mano ai bambini, facendoli diventare degli zombie, per farli stare tranquilli e seduti a tavola. O almeno non era una cosa normalizzata. Ho iniziato ad approcciarmi con i linguaggi digitali dettati dai social molto più tardi rispetto alle generazioni di adesso, circa a 15 anni. Prima giocavo solamente ai videogiochi, ma erano quelli degli anni Ottanta che mi aveva passato mio padre, quindi che seguivano ancora un linguaggio analogico. Vedo infatti questa differenza abissale tra me e mio fratello, benché ci siano solo sei anni di differenza tra noi. La nuova concezione digitale ha plasmato il tempo in modo drastico e disumano, perché se prima le generazioni duravano dai 25 ai 30 anni, adesso questi sei anni bastano per cambiare completamente le regole sociali umane. Anzi, quando mi danno del nativo digitale la cosa quasi un po’ mi disgusta, perché fortunatamente ho passato la mia infanzia in campagna, a contatto con la natura, con gli animali, passando le giornate al fiume, giocando con gli oggetti che trovavo a casa dei miei nonni, dove potevo sviluppare la fantasia, dove un semplicissimo bastone con un altro bastone più piccolo e un po’ di scotch di carta diventava una spada medievale, dove un vecchio tagliaerba smontato diventava una vettura di Formula 1. Probabilmente ho vissuto gli ultimissimi anni dove un bambino poteva ancora essere allegro e spensierato come un vero bambino.
Quindi non ti riconosci, come artista, in questa lettura generazionale, che ti accosta automaticamente al digitale e alla superficialità dei social?
No, effettivamente, come artista non mi ci riconosco affatto. Ho un immaginario e un bagaglio culturale completamente diverso rispetto agli altri ragazzi della mia età. Non mi sono mai sentito a pieno una persona globalizzata, ogni giorno scopro cose che per gli altri sono normalissime, ma che per me sono alienanti e inconcepibili prima di allora. Vivere in città mi ha fatto capire quanto in realtà fossi completamente fuori dal mondo, probabilmente perché ero legato ancora al mio passato, così diverso come stile di vita rispetto a quello degli altri, che mi fa sentire inadatto a tutto ciò. Sento che questo nuovo mondo non mi appartiene per niente.
E rispetto ai temi sociali e ambientali, a cui oggi molti ragazzi e artisti della tua età sono molto sensibili?
Certamente, in quanto artista e portavoce di un sano ideale, sono molto attento ai temi sociali e ambientali, ma credo che tutto ciò sia appunto perché vado contro a questi ideali digitali. Penso infatti siano proprio gli strumenti di oggi ad allontanarci dalla realtà dei fatti, così da non permetterci di capire i problemi che in realtà abbiamo proprio sotto al nostro naso.
Pensi, come pittore, che ci possano essere tratti in comune tra te e altri artisti tuoi coetanei?
Da quando sono a Brera ho visto questa totale differenza fra le mie opere e quelle degli artisti miei coetanei. Vedo che i ragazzi di Milano e delle zone vicine, che passano per l’Accademia, hanno un bagaglio visivo completamente diverso dal mio. Per esempio loro sono molto attratti dalla street art, dal graffitismo e da quella che è una concezione urbana e globalizzata del mondo. Io, a differenza loro, non prendo spunto da questo mondo, se non forse per alcuni riferimenti ai film che ci sono nei miei quadri, visto che amo molto il cinema. In generale, preferisco fare riferimenti all’arte del passato che mi affascina e ai libri che leggo spesso. Solo adesso sto guardando prodotti cinematografici e serie TV che per gli altri sono stati, durante l’adolescenza, la base della loro formazione, considerati classici che tutti almeno una volta hanno visto. Per me l’adolescenza non è stata così serena e spensierata da potermi permettere questa normalità.

E credi che sia ancora possibile categorizzare i lavori dei giovani artisti di oggi?
Purtroppo, penso a causa della fluidità e alla velocità della fruizione dei social, ormai non è più possibile categorizzare l’arte. Prima c’erano i grandi movimenti artistici, persone con le stesse affinità sentimentali che erano spinte, per questa forte passione unica per l’arte, a doversi riunire tutti insieme a tavolino e a discutere su come collaborare. Se esistono ancora persone così, appassionate attivamente come me all’arte, per ora penso di non averle ancora trovate. I social hanno reso l’arte chiusa, sono riusciti a imprigionare l’unica cosa che valica ogni confine. Adesso ognuno sceglie il suo stile, realizza prodotti artistici come se fossero in una fabbrica e pubblicano contenuti sui propri profili con la sola futile speranza che vengano visti, solo per il mero obiettivo di diventare famosi, virali. Poi quest’anno in Accademia ho notato come per molti ragazzi l’arte voglia dire solo copiare uno stile già esistente, molto spesso scelgono l’impressionismo, per poi farlo proprio, copiando opere dei grandi maestri e spacciandole come il loro stile. Questa cosa un po’ mi dà fastidio. Non dico che da un punto di vista didattico copiare le opere dei maestri non serva, anzi, è essenziale per capire come lavorare nel modo giusto, ma questo è uno step che andrebbe fatto molto prima dell’Accademia, dove il percorso artistico dovrebbe essere già avviato e questa fase già superata.
Non pensi, però, che il nuovo millennio abbia aperto le porte a un’arte più fluida e più varia?
La fluidità del linguaggio può rendere l’arte più libera, certo, ma inserendola in un contesto capitalistico può diventare un cortocircuito, rendendola al contrario ancora più chiusa e selettiva. Tutta questa variabilità crea troppo caos e questo non permette di catalogare le opere in uno stile preciso, rendendo così tutte le opere solo di arte minore. D’ora in poi sarà più difficile creare aura intorno ad un’opera, perché i social trasportano l’immagine artistica ad un piano più banale di esistenza, alla portata di tutti e facile da fruire. Io invece, con le mie opere, auspico ad un’arte autentica, che possa superare il limite del tempo oltre allo spazio dei social e che possano essere d’ispirazione per gli artisti che verranno dopo.


