La Generazione Z non urla solo disagio e denuncia, ma si rifugia anche in mondi altri,
accorciando le distanze tra noi e l’ignoto, indagando ciò che sfugge – non solo all’occhio
ma anche all’intelletto umano. È quello che fa Margherita Marzani, nata a Lecco nel 2003
e prossima alla laurea in Pittura alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.
Negli spazi della Finestreria Art Gallery, a Milano, Margherita ha da poco partecipato alla sua prima mostra collettiva, Altrove. È in queste sale che mi sono lasciata trasportare in un viaggio attraverso i suoi quadri e mi sono ritrovata in una dimensione lontana e astratta rispetto alla mia: la vastità del cosmo.
Durante questo percorso ho visitato pianeti come Giove, Saturno, Urano e Nettuno, e in ciascuno di questi corpi celesti sono emerse in me emozioni contrastanti: curiosità, angoscia, perplessità, e forse anche un senso di sopraffazione e impotenza.
D’altronde, ciò che l’essere umano teme di più è proprio l’ignoto, e Margherita è riuscita ad avvicinarlo e adattarlo a una dimensione familiare, attraverso la traduzione di questa immensità con geometrie e colori che, pur evocando l’oltre, parlano un linguaggio accessibile e vicino. È attraverso queste forme che l’artista ha fermato qualcosa che
continua a sfuggirci.
Quella di Margherita è un’arte che osserva e indaga sia la propria interiorità, cercando di dare senso alle domande più esistenziali dell’essere umano, sia l’universo della fisica e della scienza. È quasi commovente pensare che, tra le tante cose, la pratica artistica sia il terreno fertile dove si uniscono due aspetti apparentemente opposti ma profondamente intrinsechi in ognuno di noi: l’irrazionalità e la razionalità.
Ho avuto la percezione che la volontà di Margherita di rappresentare qualcosa di così spaventoso e al contempo affascinante come il vuoto, o l’infinità delle galassie, non fosse poi così distante da una pratica antichissima dell’uomo paleolitico: figurare ciò che faceva paura – animali, eventi naturali, forze invisibili – per sentirsi in qualche modo al sicuro.
Dare forma all’ignoto era un modo per possederlo simbolicamente, e possederlo significava controllarlo, quindi temerlo un po’ di meno. Ecco cosa ci ha raccontato l’artista in questa intervista.

Margherita, a tua pittura racconta di un modo altro, diverso e poco conosciuto. Da dove nasce il desiderio di indagare il cosmo attraverso l’arte? Credi che siano stati riferimenti artistici precisi a spingerti in questa direzione, o piuttosto la volontà di evadere dalla realtà quotidiana?
Sono sempre stata attratta dalla fisica e dall’astrofisica. Ho frequentato per un anno il liceo scientifico, che è stato la base su cui poggia la mia passione per la scienza. Successivamente ho proseguito con il liceo artistico. Nell’ultimo anno di liceo ho ritenuto determinate tematiche scientifiche degne di approfondimento quando trattammo alcuni argomenti di fisica che io avevo già studiato al liceo scientifico. Penso sia stato uno stimolo che ha acceso la mia curiosità e mi ha spinto a iniziare una personale ricerca su tali argomenti tramite libri e lezioni universitarie. Nel corso degli anni mi sono resa conto di dover assolutamente approfondire questa parte di me, così profonda, attraverso la pittura, e ho iniziato a capire che l’arte poteva essere il mezzo migliore per avvicinarmi alla fisica.
Come giustifichi un’unione così paradossale come l’irrazionalità e la spiritualità dell’arte, con l’approccio logico e scientifico della fisica?
È vero, a prima vista può sembrare un’unione paradossale, ma l’arte e la scienza sono indissolubilmente legate. Al di là del legame chimico o tecnico, l’arte comporta una forma di ricerca che, per certi versi, è molto vicina a quella scientifica. La logica, il rigore e la curiosità metodica sono tutti elementi che ritrovo nel mio processo creativo, e che vedo anche nei lavori di molti artisti miei coetanei. Spesso questo parallelismo rimane inconsapevole, ma c’è. Quando un artista intraprende una ricerca visiva, può partire da un’idea ben definita, che però spesso si trasforma, a volte si stravolge del tutto, e il lavoro prende una direzione completamente nuova. È un meccanismo molto simile a quello della ricerca scientifica, quando si è tentato di dimostrare determinate teorie e si scopriva tutt’altro stravolgendo le proprie convinzioni.
Più che spirituale, la mia ricerca vede l’unione della fisica con la filosofia. In entrambi i casi si entra in un campo che va al di là di quella che è la percezione umana: l’infinito, il vuoto, lo spazio e il tempo. Entrano in gioco domande a cui noi non sappiamo dare risposta, e penso che sia la pratica artistica il mezzo con cui possiamo sensibilizzarci a determinate domande irrisolte. Sotto questo aspetto mi sento molto legata al sentimento romantico del sublime.
Comunque, l’arte e la fisica sono due interessi che vanno di pari passo nella mia vita, nessuno prevale sull’altro, motivo per cui la mia ricerca si basa su entrambe le discipline.

I tuoi lavori rappresentano scene galattiche di grandezza inimmaginabile che si concentrano sopratutto su formati di piccole dimensioni. Hai mai pensato di sperimentare con formati più grandi per rendere ancora più immersiva la rappresentazione di questi scenari, o preferisci attenerti all’indagine del dettaglio che il piccolo formato ti consente?
Non mi interessa trattare soggetti già grandi su superfici troppo ampie. Le grandi dimensioni dell’universo portano angoscia. Mi piace quindi l’idea di portare “il grande nel piccolo”, sicuramente anche per via della mia razionalità che mi porta a lavorare in formati
ridotti.
La mostra Altrove ti vede accanto a due artisti con anni di esperienza alle spalle. Com’è stato rapportarti con loro? Hai avuto la sensazione di apprendere qualcosa di nuovo da questa convivenza artistica, e pensi di aver portato anche tu una prospettiva diversa? Hai percepito continuità e affinità tra le loro opere e le tue, o una distanza generazionale evidente?
Sicuramente è stata un’esperienza molto formativa. Ho avuto l’opportunità di instaurare un dialogo diverso dal solito, ed ho potuto osservare da vicino il loro approccio pratico: non solo nei confronti del pubblico e dell’allestimento, ma anche rispetto alla loro stessa ricerca artistica. Mi hanno trasmesso forza, sicurezza e determinazione. Credo di aver portato anch’io una prospettiva diversa. Sto ancora studiando, e mi trovo in una fase in cui cerco di capire tante cose e di costruire un mio linguaggio. Questo, insieme allo sguardo di una ragazza di un’altra generazione, penso possa avergli offerto uno stimolo diverso, un “ritorno alle origini”. Ho percepito ovviamente la differenza tra di noi, ma questa stessa differenza ha innescato
positività e leggerezza.

Oggi sembra difficile parlare di movimenti, stili o tendenze forti, come accadeva nelle epoche delle avanguardie e in quelle precedenti. Ti senti un’artista “solitaria”, o percepisci l’appartenenza a una scena più ampia, magari proprio quello dei giovani artisti? C’è un sentimento di comunità, o prevale una solitudine produttiva?
Penso che in me prevalga un approccio artistico molto solitario. Non mi sento di appartenere a qualcosa di specifico, me che meno ad un “gruppo”, ma ovviamente questo non vuol dire che io non sia aperta al dialogo. Anche nell’ambiente accademico l’approccio è lo stesso, tutti abbiamo metodi molto individualistici. Vedo infatti prevalere differenze tra di noi piuttosto che punti in comune.
Pensi che il confronto con generazioni diverse possa indicare una direzione nuova anche per l’arte contemporanea? Ti immagini di collaborare ancora in forme intergenerazionali, o senti che il futuro va costruito soprattutto tra giovani?
Premettendo che sento una “forza giovanile”, e che è molto interessante e stimolante lo scambio con giovani come me, secondo me funziona meglio un confronto intergenerazionale, almeno per la mia personale esperienza. Lo trovo più profondo e più proficuo. Solo così i giovani possono imparare dalle generazioni passate, e quindi progredire, e parallelamente anche gli artisti di generazioni precedenti possono confrontarsi con la realtà contemporanea. È quello che dovremmo imparare a fare anche noi quando saremo di fronte a nuove e giovani generazioni.
Noi della generazione Z ci troviamo a vivere un periodo storico caratterizzato da angosce, conflitti e incertezze. Molti giovani artisti esprimono questa inquietudine attraverso la loro arte. Ti riconosci in queste tematiche e le vedi riflettersi anche nel lavoro degli artisti della nostra generazione che ti circondano?

Sì, le tematiche più comuni sono quelle che palesano un’angoscia contemporanea, e vengono riprese in continuazione. Tutti ne parlano, e non solo gli artisti. Risulta quasi un atteggiamento eccessivo, estremo ed esagerato. La mia percezione è che l’enfatizzazione di tematiche così delicate ottenga il risultato opposto, portando alla banalizzazione e alla dissociazione da parte dello spettatore. Non sento la mia arte legata a tematiche di condanna sociale, e non vorrei mai che fosse il fulcro della mia ricerca. Se mai dovessi avvicinarmi ad esse non lo farei sicuramente in modo così manifestato e scoperto, ma più velato. Anche in Accademia, nel mio piccolo, ritrovo nei miei coetanei il mio stesso giudizio e approccio all’arte, e anche chi invece si basa su tematiche contemporanee non lo fa tramite un urlo di denuncia così forte.
Personalmente, penso che l’arte non debba porsi come una realtà che impone allo spettatore di “mettere i piedi per terra”, ma il messaggio dovrebbe arrivare più silenziosamente, tramite vie secondarie, così che quell’ipotetico messaggio di denuncia arrivi più lentamente, magari anche tramite quello che è il processo stesso artistico, e non per forza l’opera fatta e finita. Trovo che sia meglio indurre lo spettatore a fare dei ragionamenti e a farsi delle domande un po’ alla volta, senza imporgli un messaggio, ma farlo arrivare da solo.
Guardando avanti, quali sono i tuoi obiettivi come artista? Dove ti vedi tra qualche anno, in termini di crescita e progetti?
Sicuramente continuerò ad approfondire la mia ricerca attuale. Anno dopo anno le tematiche riguardanti l’universo e le galassie sono sempre più attuali, anche in ambito politico e sociale. Voglio assolutamente raggiungere gli obiettivi che mi sono posta in ambito artistico, tra cui sicuramente fare un’esperienza all’estero per poter osservare diversi tipi di approcci.


