Franco Angeli e un ubriacone di nome Kerouac

In questa rubrica vi raccontiamo storie, aneddoti, gossip e segreti, veri, verosimili o fittizi riguardanti l’arte e gli artisti d’ogni tempo. S’intende che ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti sia puramente casuale…

Una sera nell’ottobre del 1966, Franco Angeli, mentre camminava a notte alta per le vie di Roma, si trovò davanti, sul marciapiede, pesto e sanguinante, un ubriacone gettato fuori in malo modo da un bar in una viuzza del centro, e precisamente in via del Babuino. Franco Angeli lo raccattò e lo portò nel suo studio di via Germanico. In quel momento, stava lavorando a una grande tela, la Deposizione di Cristo, ispirata a un quadro del suo amato Caravaggio. Il mattino dopo, il pittore e l’ubriacone vanno insieme a piazza del Popolo, nella chiesa di Santa Maria del Popolo, ad ammirare La conversione di San Paolo di Caravaggio, un quadro che Franco amava in modo particolare. Una volta tornati nello studio, iniziano a dipingere a quattro mani una grande tela. Solo al momento di firmare l’opera, Franco Angeli capì chi fosse veramente il suo ospite: Jack Kerouac.

Kerouac nel 1966.

Il capostipite della Beat Generation era in effetti in quei giorni in Italia per promuovere il suo ultimo libro, in uscita da Mondadori, Big Sur: Kerouac a quell’epoca ha più di quarant’anni, è ormai in preda alle sue ossessioni alcoliche, segnato dall’uso di droghe e allucinogeni, è grassoccio, basso, con gli occhi verdi, scontroso e angelico, brillante e dissennato al tempo stesso. Prima di scendere a Roma, è stato a Milano, dove viene intervistato per Rai3 dalla traduttrice e amica di tutti gli scrittori della Beat Generation, Fernanda Pivano: nel corso dell’intervista, lo scrittore appare confuso, gesticolante, bofonchiante e borbottante, interrompendo di continuo la sua intervistatrice, bevendo e fumando di continuo e dando risposte poco coerenti e un po’ sconclusionate. In quella visita italiana, lo accudisce e lo controlla Domenico Porzio, dirigente dell’ufficio stampa Mondadori, come “un infermiere ottimista o una tata soave” (così lo definirà Alberto Arbasino su L’Espresso, in un memorabile articolo-intervista che uscirà in quei giorni, nel quale descriverà Kerouac come un “Beatnik in pensione” dal “ventre obeso” dalle idee confuse e dalla parlantina sconclusionata e debordante, che “corre intorno alla stanza e fa il cavallino”, “spinge in fuori la grossa pancia, canta abbandonato e felice delle filastrocche arabe o indiane – o iraniane?”, “beve la sua birra, rifiuta un pezzo di pane e non gli si può andar vicini non per i pugni ma per l’alito”).

Jack Karouac con Fernanda Pivano durante l’intervista per Rai3 del 1966.

Nella conversazione con Arbasino, dice tali e tante sciocchezze, che il giornalista italiano arriva a scrivere: “Forse lui non è Kerouac, forse si tratta di un allegro ubriacone della Bowery, che ha sentito in un bar il vero Kerouac raccontare di questo viaggio offerto da un editore italiano, e si è offerto di venire al suo posto”. Alla fine però, dopo qualche battuta fulminante, Arbasino si convince che quello che ha davanti è proprio il vero Kerouac.

Franco Angeli.

Quel che rimane di quella visita italiana di Kerouac sono dunque un paio di interviste e quella tela dipinta assieme a Franco Angeli, che per anni rimase nascosta e pressocché dimenticata: si sapeva solo che, nel tempo, Angeli, in ristrettezze economiche, era stato costretto a venderla, e che fu acquistata da Gian Maria Volontè. Sappiamo anche che l’ultima (e unica) volta che venne esposta al pubblico, fu nel 2003, nell’ambito dell’iniziativa “Piazza del Popolo Sessanta-Settanta”. Così recitava l’annuncio dell’evento: “Dal 3 al 22 giugno 2003. Inaugurazione alla Libreria Feltrinelli, via del Babuino 39/40, del quadro inedito, dipinto nel 1966 a quattro mani da Franco Angeli insieme allo scrittore americano Jack Kerouac.”

La Deposizione realizzata da Franco Angeli a quattro mani con Jack Kerouac, 1966, tecnica mista su tela, cm 200×150.

Tornato in America, Kerouac scriverà una lettera al suo agente, Sterling Lord, lagnandosi che solo per tre cose era valsa la pena di fare quel viaggio in Italia: “Visitare il Vaticano, canticchiare una sera in un piano bar romano e dipingere una pietà con il pittore italiano Franco Angeli”.

Le puntate precedenti degli aneddoti sulle vite degli artisti le potete trovare qua:

Picasso e quella strana passione per il bagno

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Il prossimo aneddoto sulla vita degli artisti lo trovate qua:

Tiziano o del modo di assicurarsi un posto all’osteria

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Alessandro Riva
Alessandro Riva
Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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