Fluxus, il corpo e lo sguardo. Il femminile radicale nelle fotografie di Antonio D’Agostino a Rimini

Lo sguardo complice di Antonio D’Agostino (1938 – 2025) offre allo spettatore una narrazione che non si limita a documentare ma partecipa in prima persona. Attraverso i suoi scatti veniamo trasportati nel pieno di Art Basel 1974, entrando a contatto con i suoi protagonisti da una prospettiva privilegiata, quasi intima. Essere testimoni di un evento di tale portata storica è un privilegio riservato a pochi, eppure osservando queste fotografie percepiamo una sensazione di spensieratezza, come se stessimo amichevolmente passeggiando con degli amici.

Palazzo del Fulgor di Rimini ospita, fino al 30 settembre 2025, la mostra Antonio D’Agostino. Immagini Fluxus – Fotografie degli anni ’70, con l’intento di restituire la tensione creativa, performativa e sovversiva che animava quella rete internazionale nata negli anni Sessanta, per volere di George Maciunas, di cui il fotografo fece parte immortalando momenti, relazioni e prime collaborazioni di alcuni degli artisti destinati a stravolgere il sistema delle arti.

Più che una corrente nel senso tradizionale del termine, Fluxus fu un atto di resistenza all’istituzionalizzazione dell’arte e alla definizione del linguaggio come struttura impermeabile. Nell’azione performativa i medium si fondono o confondono, travolti nell’incessante divenire. Quaranta fotografie in bianco e nero presentano con estrema lucidità e altrettanta empatia i protagonisti della scena Fluxus: Nam June Paik, Joe Jones, Geoffrey Hendricks, Giuseppe Chiari, Giuseppe Desiato, ma soprattutto le artiste, Charlotte Moorman, Yoko Ono, Takako Saito, troppo spesso messe ai margini della narrazione ufficiale. L’esposizione si contraddistingue infatti per la capacità di mettere in luce il contributo femminile al movimento: centrale, dirompente, dissacrante, generativo.

Su tutte emerge Charlotte Moorman, violoncellista e performer, oltre a musa e partner artistica di Nam June Paik. Ormai leggendaria è la sua partecipazione a TV Bra for Living Sculpture (1969), in cui indossa un reggiseno composto da due monitor televisivi accesi. Il corpo che si fa schermo, il medium è messaggio (Marshall McLuhan), la tecnologia si è innesta nella carne e difficilmente ne uscirà. Concetti ribaditi dallo stesso Paik: «La pelle è diventata inadeguata a interfacciarsi con la realtà. La tecnologica è diventata la nuova membrana del corpo per l’esistenza».

Giuseppe-Chiari-performance-1974-5

Con ironia e potenza simbolica, i due artisti anticipano una condizione di inseparabilità tra macchina e essere umano divenuta oggi realtà. L’obiettivo di D’Agostino la ritrae anche durante una delle performance più intense di quell’edizione di Art Basel: la sua interpretazione di Cut Piece di Yoko Ono. Moorman si lascia spogliare dal pubblico, «invitato» a tagliarle l’abito con un paio di forbici presenti di fronte a lei, mettendo in scena la vulnerabilità, la visione maschile del corpo femminile come uno strumento soggetto al proprio controllo. L’operazione ripete uno schema frequente nella produzione di Yoko Ono, una provocazione intenzionale costruita allo scopo di porre attenzione verso le lotte femministe e la disparità di genere, condizione impossibile da oltrepassare senza gesti radicali.

Charlotte-Moorman-e-Nam-June-Paik-1974-back-stage-della-perfomance-TV-Bra-for-Living-Sculpture-1974-scaled

Accanto a Moorman, l’esibizione esplora l’operato artistico della giapponese Takako Saito, figura di spicco del movimento che ha collaborato con George Maciunas stesso, George Brecht e Robert Filliou, ritratta durante un’azione performativa svolta insieme a Geoffrey Hendricks. Potremmo definire questa donna pacatamente rivoluzionaria, un’artista incredibilmente dotata in grado di trasformare opere concettuali complesse in esperienze ludiche e sensoriali. Ne sono un celebre esempio sono i suoi Smell Cess (Scacchi Olfattivi), dove i pezzi sono tutti uguali, l’unica differenza sta nel contenuto: ogni pezzo ha un profumo diverso (come cannella, noce moscata, chiodi di garofano), quindi i giocatori devono risvegliare il senso dell’olfatto per riconoscere i pezzi e giocare. Pur evitando un uso spettacolare del corpo, Saito lo rende protagonista attivo, sfidando le convenzioni attraverso la dimensione ludica e relazionale. Come Yoko Ono, anche Saito agisce per scarti minimi, silenziosi ma strutturalmente corrosivi.

Prestando maggior attenzione alla sfondo scorgiamo nel pubblico una figura femminile dalla posa assorta, affascinata dal susseguirsi degli eventi, è una giovane Marina Abramović, non ancora ascesa all’olimpo della performance, ma già attenta osservatrice di un linguaggio che avrebbe stravolto: quello del corpo, della soglia, dell’offerta, della memoria. Con fare curioso e giudice si fa spettatrice silenziosa di Bagin, opera concepita da Yoko Ono e nuovamente interpretata dalla Moorman. Non mancano accanto queste icone anche delle figure maschili fondamentali: Giuseppe Chiari, con le sue partiture distrutte e i gesti sonori ridotti all’essenziale, o Giuseppe Desiato, che con Moorman realizza a Basilea una performance tra misticismo e sensualità, in cui il corpo è custode contemporaneamente del sacro e del profano.
L’allestimento, curato da Carmelita Brunetti con la collaborazione di Marco Leonetti, crea un ambiente raccolto e immersivo, in cui lo spettatore è invitato a sostare, a lasciarsi trasportare all’interno di queste immagini, quasi a volerci riportare tra gli spettatori che ebbero occasione di assistere agli eventi.

Il catalogo, pubblicato da ArtonWorld.com nella collana Green Luxury Edition, include testi critici di Enrico Gusella e un affettuoso ricordo dell’artista Emiliano Zucchini, che restituisce la figura di D’Agostino anche nella sua più sincera umanità. Nelle sue parole cogliamo l’incontenibile curiosità che hanno portato l’artista a sperimentare introducendo materiali come nastri magnetici, plexiglass e neon nella propria pratica artistica, e a registrare videotape e filmati pronti a raccogliere le performance da cui più era stato catturato. Ritratto sorridente mentre fuma una sigaretta in compagnia di Geoffrey Hendricks e Takaito Saito (1973), è Antonio D’Agostino stesso a lasciar trasparire il suo carattere giocoso, curioso, sempre pronto a nuove rivelazioni.

«Fluxus è un’idea. È un’attività. È un gruppo. È un atteggiamento. È un modo di vivere» (George Maciunas)

Dichiararne la morte vorrebbe dire non averne compreso i principi e la portata liberatoria, finché esisteranno barriere culturali ed estetiche avremo ancora bisogno della follia riformatrice di artisti e artiste che ambiscono, forse utopicamente, ad abbattere definitivamente il confine che separa arte e vita.

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Francesca Calzà
Francesca Calzà
Francesca Calzà (Rovereto, 1998), consegue la laurea triennale in Progettazione e Gestione di Eventi e Imprese dell’Arte e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Firenze. Si trasferisce poi a Bologna, dove completa il corso di laurea magistrale in Arti visive, specializzandosi sul Seicento bolognese. Durante gli studi inizia una collaborazione con la testata giornalistica online The Soundcheck, occupandosi prevalentemente di arte contemporanea, musica e moda. Successivamente prosegue il suo percorso nelle arti visive come curatrice della mostra «Time capsule. (In)finita misura delle cose», premiata come miglior progetto espositivo della sezione Nice & Fair presso Paratissima, e poi fornendo il suo contributo critico alla piattaforma T.O.E Art Market, per la quale realizza articoli, testi critici e con il ruolo di art advisor si occupa della ricerca di nuovi talenti, oltre a curare la promozione degli artisti iscritti alla piattaforma. Attualmente continua la sua carriera come curatrice indipendente e articolista.

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