Essere uomini oggi è muoversi: Pitti Uomo 2026 e la nuova antropologia del menswear

L’uomo contemporaneo non si definisce più nei confini stabili ma negli attraversamenti. Ruoli, linguaggi e stili non sono compartimenti chiusi, bensì territori mobili, continuamente negoziabili. In questo scenario, la fluidità non è una dichiarazione ideologica, ma una condizione culturale: essere uomini oggi significa abitare il movimento, accettare la complessità, costruire la propria identità nel passaggio. È in questa prospettiva che Pitti Uomo 2026, la principale fiera internazionale dedicata alla moda maschile che si è tenuta a Firenze dal 13 al 16 gennaio, sceglie il tema Motion, trasformando la moda uomo in uno spazio di ricerca antropologica sul maschile in divenire. 

L’identità maschile contemporanea si esprime attraverso una pluralità di archetipi che attraversano la cultura e l’immaginario collettivo. Per il filosofo Carl Gustav Jung, figure come l’esploratore o il guerriero non sono solo immaginari psicologici, ma strumenti simbolici attraverso cui gli individui si orientano nel mondo; parallelamente per George Simmel la moda costituisce una forma di distinzione sociale, un linguaggio del corpo che comunica appartenenza, differenziazione e valori culturali. 

In questo nuovo paesaggio simbolico che ridefinisce il rapporto tra identità e stile, Pitti Uomo 2026 emerge come uno spazio di sperimentazione, dove gli archetipi del maschile si rivelano nel gesto, nella performance e nelle molteplici declinazioni della sartorialità contemporanea. La rassegna fiorentina agisce così come un osservatorio sensibile sul presente dove l’abito non è più solo superficie ma strumento attraverso cui leggere l’uomo di oggi, le sue inquietudini, i suoi desideri, il suo modo di abitare il mondo. Il movimento non riguarda soltanto il corpo che attraversa lo spazio, ma è una disposizione interiore, una tensione costante verso il cambiamento, che rifiuta ogni forma di immobilità e restituisce un’identità maschile aperta, mobile, in continua evoluzione. 

Se, in ambito artistico, attraversare lo spazio equivale innanzitutto ad attraversare il senso, il concept curatoriale di questa edizione trova una sintesi particolarmente efficace nell’installazione Ancient / New Site, firmata dall’architetto e scultore francese Marc Leschelier. L’opera, collocata come fulcro esperienziale all’interno della Fortezza da Basso, è concepita come un’architettura percorribile, costruita per essere attraversata più che osservata. Tra sistemi di ponteggio rivestiti in concrete canvas, un materiale che negli ultimi anni è diventato emblematico del lavoro di Leschelier, 18 monumentali monoliti alti 5 metri sono disposti nello spazio dando luogo ad una futuristica Stonehenge.

Ancient / New Site, l’installazione di Marc Leschelier

Superfici materiche, passaggi e varchi generano un’esperienza fisica che obbliga il corpo a misurarsi con lo spazio e dare forma all’attraversamento come gesto simbolico: una soglia tra passato e presente, tra permanenza e trasformazione, un rito contemporaneo, in cui il movimento diventa strumento di conoscenza. All’interno di questa cornice prendono forma gli archetipi maschili di Pitti Uomo: non stereotipi, ma figure narrative aperte, capaci di incarnare diverse modalità dell’essere uomo oggi.

Il primo e più emblematico è quello dell’uomo esploratore, una figura che trova una doppia e significativa interpretazione nelle visioni di Brunello Cucinelli e Soshi Otsuki, designer del brand giapponese che porta il suo nome, Soshiotsuki, vincitore del Premio LVMH 2025. Da un lato, l’uomo esploratore di Brunello Cucinelli incarna una dimensione umanistica e contemplativa del movimento: un uomo in viaggio per comprendere, non per conquistare con uno stile fatto di materiali naturali, volumi rilassati, cromie ispirate alla terra e al paesaggio. La sua esplorazione è un percorso interiore, cammino etico ed estetico insieme in cui il movimento diventa tempo lungo, esperienza sedimentata, eleganza silenziosa che nasce dal rispetto per l’uomo e per il mondo.

Soshi Otsuki

Dall’altro lato, Soshiotsuki propone invece un esploratore contemporaneo che attraversa confini culturali e simbolici con una visione a cavallo fra tradizione sartoriale europea e sensibilità giapponese, costruendo un guardaroba che racconta il viaggio come ibridazione culturale. L’uomo esploratore di Soshiotsuki non appartiene a un solo luogo: si muove tra codici, storie e linguaggi, trasformando l’abito in spazio di ricerca. La filosofia del design di SOSHIOTSUKI nasce infatti dall’interesse per le arti performative del Giappone, raccontate attraverso la moda grazie a una tecnica artigianale curata nei minimi dettagli. In entrambe le interpretazioni, l’esplorazione è una forma di ascolto, una disposizione mentale che vede nel movimento un’occasione di crescita e consapevolezza.

Hed Mayner

Il secondo archetipo che emerge con forza è quello di Hed Mayner: l’uomo architetto della forma che il designer israeliano, noto per il suo approccio architettonico alla moda, esalta in silhouette ampie, volumi scultorei e un’essenzialità spirituale. Qui il movimento non è solo fluido, ma strutturale con volumi decentrati e proporzioni alterate ispirate dal mondo dell’arte e dell’architettura per trasformare il corpo in un progetto realmente spaziale. L’uomo di Mayner attraversa lo spazio con una presenza quasi scultorea e la moda diventa architettura indossabile, capace di ridefinire il rapporto tra corpo e ambiente.

L’archetipo dell’uomo artigiano nomade prende forma nella visione del designer giapponese Shinya Kozuka, anima del brand Shinyakozuka, che a Firenze ha presentato un progetto-evento capace di tenere insieme manualità e mobilità. La cura del dettaglio incontra l’apertura al mondo: le lavorazioni artigianali non sono mai fine a sé stesse, ma dialogano costantemente con un corpo in trasformazione, pensato per muoversi, adattarsi, attraversare. Una sensibilità affine si ritrova anche nel lavoro di Luca Larenza, che interpreta la sartorialità italiana come pratica viva e quotidiana.

I suoi capi, morbidi e destrutturati, sembrano nati per accompagnare il gesto piuttosto che imporlo, restituendo un’idea di eleganza che nasce dal fare e dall’uso, più che dalla forma conclusa. L’uomo artigiano nomade porta con sé le tracce del lavoro manuale, ma non appartiene a un solo luogo. Le sue radici sono culturali prima che geografiche, fatte di saperi, incontri e attraversamenti. Abita il presente con leggerezza e profondità insieme, muovendosi tra tradizione e contemporaneità senza nostalgia, trasformando l’abito in compagno di viaggio e strumento di relazione con il mondo.

La Suit Walk

Una delle esperienze più significative dell’edizione 109 di Pitti Uomo 2026 è la Suit Walk, una performance che racconta l’ultimo archetipo, l’uomo performativo urbano,capace di superare l’individualità. Una passeggiata che è atto performativo collettivo in cui l’individuo trasforma il proprio abbigliamento in partecipazione civica: camminare insieme, occupare lo spazio pubblico con il corpo vestito, trasformare la strada in un plateau di stile e interazione sociale sono azioni che accompagnano la moda oltre la passerella tradizionale.  Il movimento qui è inteso come attraversamento e presenza condivisa, si trasforma in opera urbana temporanea dando voce al tema Motion come un filo rosso che lega moda, arte e antropologia. 

Gli archetipi maschili – esploratore, architetto della forma, artigiano nomade, performer urbano – non sono categorie chiuse, ma mappe temporanee per orientarsi nella complessità del presente. Attraversare diventa il gesto fondante: lo spazio, le identità, le culture, i linguaggi. In questo movimento continuo, la moda si afferma come pratica culturale capace di dare forma al cambiamento, restituendo all’uomo contemporaneo non una risposta definitiva, ma la libertà di essere in divenire.

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Francesca Passeri
Francesca Passeri
Architetto non convenzionale, Francesca Passeri ha lavorato nel design e nella moda iniziando il suo percorso all’interno del gruppo Max Mara dove sviluppa skills creative nella progettazione visual retail e nella comunicazione. Dal 2012 gestisce il brand MHUDI ( www.mhudi.it) fondato nel 2010 con una precisa filosofia di mercato: la sostenibilità intesa come valore nell'esclusività di un design manifatturiero incentrato su produzioni esclusive verso una bellezza etica senza sprechi. Docente in brand management, gestione d’impresa, visual retail, stile e tecnica delle produzioni tessili presso diverse realtà formative italiane, è designer consultant nello sviluppo di progetti concreti per la valorizzazione del talento portando le sue competenze di moda circolare. Con il recente format U.P.S.Y. Project fondato nel 2022 ed inserito all’interno del XI Volume Innovatori Responsabili dell’Emilia Romagna, condivide una visione sensibile della creatività con l’obiettivo di rendere attuali nuove forme artistiche di manifattura stilistica. Dal 2023 è membro del direttivo rén collective come responsabile della formazione e contributor sui temi della contemporaneità. Con Artuu Francesca collabora come giornalista e Guest Brand Contributor scrivendo di moda e arte facilitando le relazioni con brand e realtà di rilievo.

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