Es Devlin al Design Museum di Londra: la mostra che porta Beyoncé, Adele e gli U2 dentro il museo

Es Devlin ha costruito palcoscenici per Beyoncé, Adele, U2, Lady Gaga e The Weeknd, cerimonie olimpiche e produzioni teatrali capaci di trasformare ogni cambio di scena in un evento. Con Other Worlds, al Design Museum di Londra dal 2 ottobre 2026 al 4 aprile 2027, la scenografa britannica affronta ora una prova particolarmente complessa: trasferire trent’anni di immagini concepite per vivere nel tempo dentro lo spazio stabile di una retrospettiva.

La mostra parte dal luogo in cui quei mondi cominciano. Lo studio londinese di Devlin viene ricostruito attraverso scrivania, lampade, matite, colori, fotografie e quaderni. Un film mostra le sue mani mentre aprono album familiari e attraversano gli sketchbook. Poi la parete si muove e introduce il visitatore alle sale successive. La prima opera della mostra coincide così con la mostra stessa: un ingresso attentamente diretto, capace di trasformare l’archivio personale in una soglia teatrale.

Il percorso riunisce modelli, disegni, testi annotati e materiali preparatori provenienti da teatro, opera, concerti, moda e grandi cerimonie pubbliche. Compaiono progetti come The Lehman Trilogy e Chimerica, accanto alle architetture luminose create per gli stadi e alle collaborazioni con musicisti globali. Devlin emerge come una progettista che tratta il pubblico alla stregua di una materia: lo dispone, lo orienta, ne concentra lo sguardo e costruisce intorno a esso una comunità temporanea.

Image credit: Daniel Devlin @susakpress

Il punto più interessante riguarda proprio questa regia collettiva. Per Devlin, la scenografia produce relazioni prima ancora che immagini. Una parete mobile modifica la percezione di un racconto; uno specchio moltiplica la folla; una struttura cinetica trasforma migliaia di spettatori in un unico corpo visivo. Il palco acquista quindi la funzione di un’interfaccia tra interprete, tecnologia e pubblico.

Il museo restituisce con precisione la vastità della sua produzione, mentre i modellini bianchi introducono una distanza quasi archeologica. Le scenografie nate attraverso luce, suono, movimento e presenza umana assumono qui la forma di reperti eleganti. La miniatura di The Lehman Trilogy, per esempio, conserva l’intelligenza della macchina scenica e richiama il movimento rotatorio che organizzava la narrazione; la sua energia piena appartiene però al ritmo degli attori, alla durata dello spettacolo e alla risposta della platea.

Da questa tensione nasce la parte più fertile della retrospettiva. Other Worlds racconta una disciplina fondata sulla collaborazione e, contemporaneamente, presenta i risultati attraverso un’autorialità fortemente concentrata su Devlin. Tecnici, ingegneri, costruttori, programmatori e performer restano spesso sullo sfondo, mentre i modelli vengono trattati come oggetti autonomi. Il percorso celebra così la firma creativa e offre l’occasione per interrogare la struttura industriale che rende possibile ogni grande spettacolo.

La sala finale ospita Infinite Library, una biblioteca rotante costruita con una selezione dei circa duemila libri che hanno formato l’immaginario dell’artista. Devlin considera la lettura un esercizio per assumere lo sguardo degli altri e dispone il volume come materiale architettonico. Il risultato possiede la chiarezza iconica tipica dei suoi lavori pubblici: libri, voce e rotazione compongono un ambiente meditativo, immediatamente fotografabile.

L’ordinamento cromatico dei dorsi rafforza l’effetto visivo e trasforma la biblioteca in una scultura. Proprio questa perfezione solleva una domanda concreta: quanto può raccontare una collezione di libri quando l’immagine prevale sulle tracce d’uso, sulle annotazioni e sulle relazioni personali? La biblioteca comunica bene l’idea della lettura come apertura; la biografia intellettuale di Devlin affiora soprattutto attraverso i suoi racconti registrati.

Image credit: Daniel Devlin @susakpress

Other Worlds offre il ritratto di un’autrice che ha portato la scenografia al centro della cultura visiva contemporanea. Il suo lavoro attraversa arte, architettura, musica, moda e tecnologia con una capacità rara di organizzare l’attenzione collettiva. La mostra raggiunge i momenti più convincenti quando rende visibile il passaggio dall’intuizione alla macchina scenica. Quando il processo lascia spazio alla venerazione dell’oggetto, l’universo di Devlin diventa più ordinato e meno vivo.

Resta una conquista importante: il Design Museum assegna alla scenografia lo spazio critico riservato alle discipline che modellano il nostro modo di vedere. Gli stadi, i teatri e le cerimonie progettati da Devlin durano poche ore; le immagini che producono entrano nella memoria condivisa. Questa retrospettiva mostra il progetto dietro quella memoria e rivela quanto lavoro serva per far apparire naturale una meraviglia costruita.

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