El Galactico dei Baustelle: un viaggio pop cosmico tra nostalgia, eros e stelle cadenti

Se i Baustelle ci hanno abituato negli anni a fluttuare tra il sacro e il profano, tra la provincia italiana e l’universo cinematografico di un’Europa che non esiste più, El Galactico è la loro escursione californiana più onirica e vintage. Un concept impacchettato tra richiami beat e nostalgie psichedeliche, pieno di luce e smarrimento. Non è il loro capolavoro, questo è chiaro. Amen rimane forse irraggiungibile, Fantasma più potente, L’amore e la violenza più tagliente. Ma El Galactico ha una grazia sghemba, da viaggio in 8mm dentro un sogno a occhi aperti.

Bianconi (ispirato nel titolo da un locale milanese di tacos) e soci prendono una macchina del tempo truccata da Cadillac e sparano verso la California ’68, ma ci arrivano da Pesaro, con i loro look vintage già pronti per il grande salto. La traccia d’apertura, “Pesaro”, è una porta girevole su un mondo che non c’è mai stato: un’apocalisse dolce dove “sul lungomare c’è una cursh” e l’amore è uno stato mentale più che un fatto. È chiaro da subito: siamo in una favola pop, ma con le vene tagliate, in una Venice Beach adriatica.

Segue poi Spogliami”, un’orgia agrodolce di Beach Boys stanchi (o distorti, come direbbero i Coma Cose), archi addormentati e carezze che diventano pugni. È il lato sensuale e decadente dei Baustelle, quello che prende il kitsch e lo ribalta fino a farlo diventare confessionale. “Canzone verde, amore tossico” è invece il resoconto di una relazione disfatta, con un testo che sembra scritto sul retro di un volantino di Greenpeace strappato: amore e ambiente, entrambi in via d’estinzione, raccontati con lo sguardo ironico di chi non crede più a nessuno ma sa ancora commuoversi davanti a un tramonto.

“Filosofia di Moana” è uno dei pezzi più strani, e forse più riusciti del disco. Non è una celebrazione erotica né una parodia, piuttisto il racconto di una donna, un’icona, vista come spettro pop in una cultura che consuma i corpi e li dimentica. Moana qui è una santa laica, una martire dell’immaginario collettivo, e la canzone è un requiem glam a base di sintetizzatori e malinconia post-pornografica.

Una storia” è la ballata perfetta per chi ha capito che oggi non servono più le rivoluzioni, bastano i leak. I Baustelle prendono il revenge porn e lo trasformano in un’elegia pop, dove la vittima non è solo corpo violato ma soggetto narrante. La voce femminile è discreta e furiosa, dolente e incantata. L’arrangiamento è volutamente classico, proprio per non distrarre: archi trattenuti, un piano che accompagna come una carezza fredda, e parole che sembrano venire da un diario rubato.

“La nebbia” è il penultimo atto di El Galactico, quello in cui i Baustelle decidono di sparire un attimo prima del sipario, di farsi evanescenti, malinconici, vaporosi. È una ballata spettrale che sfuma tutto: la città, il tempo, la speranza. Francesco Bianconi canta come se stesse attraversando un sogno tossico, dove l’amore è una nebbia che protegge e nasconde. Ultimo respiro prima di Non è una fine, è il passaggio tra l’intimo e l’universale, tra il nascondersi e il mostrarsi. Una dissolvenza lenta e poetica che prepara il cuore all’atterraggio.

E in mezzo? C’è un disco stratificato, citazionista, saturo di nostalgia sintetica. Bianconi si conferma uno dei migliori scrittori di testi italiani, ma in questo lavoro sceglie spesso il tono obliquo, come se avesse paura di essere preso sul serio. Ci sono momenti in cui sembra sfiorare il cliché, ma poi arriva un verso a scompaginare tutto, a ridare ossigeno. Loro sono fatti così: ti regalano l’incantesimo e poi lo rompono.

Il suono è pieno, stratificato, con strumenti veri e una produzione vintage che rievoca Brian Wilson e Lee Hazlewood, ma senza manierismi. È un disco che non grida, non pretende, ma si fa strada per accumulo di dettagli. E se a tratti si ha la sensazione che manchi una vetta, è perché Baustelle scelgono consapevolmente il racconto corale, la strada costellata di immagini. Nessun brano giganteggia, ma ognuno aggiunge un pezzo all’universo galactico di Bianconi & Co. È un disco scritto da chi sa cosa vuol dire fare musica pop colto nel 2025, e cioè evitare il cinismo, anche quando la realtà lo impone. I Baustelle non sono più quelli dei testi-dardo di La guerra è finita o dell’epica metropolitana di Charlie fa surf, ma non si sono persi: hanno scelto la lentezza, l’evocazione, una nuova forma di romanticismo cosmico.

El Galactico non ha la potenza compatta di Amen, né l’ambizione lirica di Fantasma. Non ha neanche le hit assassine di L’amore e la violenza. Musicalmente si muove tra orchestrazioni retrò, inserti psych-folk, momenti di elettronica giocattolo, e un uso intelligente dell’ironia. È un lavoro più americano dei precedenti, ma non nel senso della grandeur: nel senso del disincanto, del sogno rotto che continua a sedurre. E poi c’è il canto di Rachele Bastreghi, mai così usato con parsimonia: quando arriva, spezza e conquista.

In definitiva El Galactico è un disco che non esplode, ma avvolge. Non è un capolavoro, e non pretende di esserlo. È un lavoro pieno di piccoli dettagli da scoprire, di luci soffuse e ombre che si allungano. È il disco di una band che si permette di essere imperfetta, perché ha già dimostrato di essere grande. Qui i Baustelle non vogliono impressionare nessuno. Vogliono solo suonare,raccontare, lasciarci qualcosa tra le mani. E lo fanno ancora maledettamente bene.

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