L’infinito, da oggi, ha un punto in più. Yayoi Kusama è morta a 97 anni in un ospedale di Tokyo, il 14 agosto 2026. L’annuncio, diffuso soltanto oggi dal Yayoi Kusama Museum e dalla fondazione che porta il suo nome, chiude una vita interamente consegnata alla creazione e apre il tempo, inevitabilmente più complesso, dell’eredità. Perché dietro le zucche monumentali, le parrucche rosse e le stanze specchianti diventate fenomeni globali, Kusama ha costruito una delle ricerche più radicali del secondo Novecento: un linguaggio nato dalla paura, trasformato in metodo e infine riconosciuto come immaginario collettivo.
Nata a Matsumoto nel 1929, cominciò a tradurre in immagini le allucinazioni che la accompagnavano fin dall’infanzia: campi di punti, bagliori, fiori e trame capaci di ricoprire ogni superficie. Quando arrivò a New York nel 1958, portò con sé quella visione e la spinse dentro il cuore dell’avanguardia. Le Infinity Nets, vaste tele percorse da minuscoli segni ripetuti, anticipavano il Minimalismo pur conservando qualcosa di febbrile e corporeo; le Accumulations, con mobili invasi da protuberanze di stoffa, trasformavano l’ambiente domestico in un teatro del desiderio e dell’angoscia. Poi arrivarono happening, azioni pacifiste, corpi dipinti e l’idea di self-obliteration, la dissoluzione dell’io dentro una forma più vasta.
È qui che si trova il centro della sua opera. Il pois, per Kusama, era una cellula e insieme un pianeta, il segno minimo attraverso cui smarrire i confini del corpo. La ripetizione funzionava come disciplina, vertigine e cura. Anche dopo il ritorno in Giappone e il ricovero volontario, nel 1977, in un ospedale psichiatrico di Tokyo, l’artista continuò a raggiungere quotidianamente il proprio studio, dipingendo, scrivendo romanzi e poesie, progettando ambienti nei quali il pubblico potesse sperimentare quella stessa perdita di sé.

Negli ultimi anni il sistema dell’arte ha celebrato Kusama con una sequenza impressionante di mostre. La grande retrospettiva alla National Gallery of Victoria di Melbourne, conclusa nell’aprile 2025, ha riunito oltre 180 opere e registrato 570.537 visitatori, diventando la mostra a pagamento più frequentata nella storia del museo. Tra ottobre 2025 e gennaio 2026 la Fondation Beyeler le ha dedicato la prima retrospettiva svizzera, ripercorrendo oltre settant’anni di ricerca e presentando anche lavori giovanili mai esposti prima in Europa. Lo stesso progetto è approdato al Museum Ludwig di Colonia dal 14 marzo al 2 agosto 2026 e raggiungerà lo Stedelijk Museum di Amsterdam l’11 settembre: quella che doveva essere una nuova tappa della sua consacrazione diventerà ora la prima grande lettura postuma della sua opera.
Anche in Italia la ricezione recente di Kusama si è concentrata sulla capacità dell’opera di trasformare lo spazio in esperienza. Tra novembre 2023 e aprile 2024, Palazzo della Ragione a Bergamo ha ospitato Yayoi Kusama. Infinito Presente, portando per la prima volta nel Paese Fireflies on the Water (2002), la stanza del Whitney Museum dove luci, acqua e specchi cancellano ogni orientamento. Quel dialogo con il pubblico italiano proseguirà dal 31 ottobre 2026 alle OGR Torino: nell’ambito di The Quantum Effect arriverà l’Infinity Mirrored Room The Eternally Infinite Light of the Universe Illuminating the Quest for Truth, visitabile fino al 28 febbraio 2027. Dopo la scomparsa dell’artista, l’installazione acquista inevitabilmente un significato ulteriore: la meditazione sull’infinito diventa una soglia attraverso cui misurare la persistenza di una visione capace di sopravvivere al proprio corpo.

A Tokyo, intanto, il Yayoi Kusama Museum ospita fino al 30 agosto KUSAMA’s POP, mostra che indaga il rapporto tra la sua pratica e la cultura Pop americana, mantenendo al centro l’origine intima e ossessiva delle immagini. A Toronto, l’Art Gallery of Ontario espone fino al 25 ottobre l’Infinity Mirrored Room Let’s Survive Forever: un titolo che oggi assume il valore inatteso di un testamento.
Kusama aveva compreso molto presto che l’immagine poteva diventare ambiente, esperienza e identità pubblica. La sua popolarità nell’epoca dei social ha spesso compresso la profondità del suo lavoro dentro la spettacolarità di una fotografia, eppure quelle superfici seducenti custodiscono ancora la bambina che vedeva il mondo moltiplicarsi davanti ai propri occhi e l’artista che scelse di attraversare la fragilità invece di nasconderla. È questa la sua vittoria più duratura: avere dato una forma immediatamente riconoscibile all’inquietudine, senza addomesticarla, e aver trasformato l’autobiografia in una cosmologia capace di appartenere a tutti noi. Ha trasformato l’ossessione in infinito e l’infinito in uno spazio condiviso. Ora il suo corpo scompare, mentre i punti continuano a espandersi, per sempre.


