Fridamania a Londra. A vent’anni dall’ultima grande rassegna, la Tate Modern torna a celebrare Frida Kahlo (1907–1954) con una mostra epocale, Frida: The Making of an Icon, organizzata in collaborazione con il Museum of Fine Arts di Houston, che supera la dimensione puramente biografica per indagare un fenomeno unico: la trasformazione di una pittrice inizialmente poco nota in un’icona pop globale e, soprattutto, in una forza generatrice per intere generazioni di artisti.
Il percorso espositivo, curato da Tobias Ostrander e Beatriz García-Velasco, si articola come un dialogo serrato tra passato e contemporaneità. Le opere di Kahlo sono accostate a oggetti personali, fotografie d’archivio, gli iconici abiti tehuana e ai lavori di artisti moderni e contemporanei che ne hanno assorbito l’estetica.
La prima sezione indaga la costruzione metodica del “sé” operata da Frida. Attraverso capolavori come Autoritratto con abito di velluto (1926) e Autoritratto con capelli sciolti (1938), emerge come la pittrice abbia espresso con audacia la propria eredità messicana, l’immaginario queer, gli ideali femministi e la convivenza con la disabilità. Le sue tele dialogano qui con i protagonisti del Rinascimento Messicano, da Diego Rivera (marito amatissimo, poi respinto e odiato, infine di nuovo amato) a María Izquierdo, svelando lo stimolante contesto intellettuale in cui si muoveva in patria.

Un focus centrale è dedicato alle connessioni con il Surrealismo. Sebbene Frida rifiutasse l’etichetta, André Breton la definì una “surrealista autodidatta“. In mostra spicca The Frame (1938), il primo quadro di un artista messicano acquistato dallo Stato francese, qui esposto accanto a opere di Leonor Fini e Kati Horna, legate dall’ossessione comune per il sogno, le maschere e il tema della morte.
Ma la vera forza di questa mostra londinese – che ha già fatto il pieno in prevendita con oltre 40mila biglietti venduti prima dell’inaugurazione – risiede nell’analisi della cosiddetta “ricezione politica” della figura di Frida Kahlo. Dalla fine degli anni Sessanta, infatti, il movimento chicano negli Stati Uniti ha adottato Kahlo come emblema di resistenza culturale e politica: opere come Il mio vestito è appeso là (1933-38) riflettono un’ambivalenza verso l’America (il Paese dell’ “American Dream” ma anche quello dell’esclusione dei latinos) che ha risuonato e risuona ancora profondamente nelle comunità di migranti. Ma c’è anche un altro aspetto ‘politico’ che la mostra londinese non teme di indagare: l’aspetto volutamente “fluido” di Frida Kahlo. Passando dai capelli corti e gli abiti maschili ad acconciature femminili molto ricercate e abiti tradizionali messicani, l’artista ha declinato un’estetica tutta sua, sfidando i canoni estetici tradizionali. Questo aspetto è ben sottolineato alla Tate nella sezione dedicata al femminismo, in un fil rouge visivo che la lega a Judy Chicago, Ana Mendieta e Kiki Smith, fino ad arrivare alle provocazioni di artisti contemporanei come Yasumasa Morimura e Martine Gutierrez.

Gran finale dedicato alla “Fridamania”: una sala esplora il paradosso della sua mercificazione con oltre 200 oggetti di merchandising, dalle Barbie alle bottiglie di tequila, che testimoniano come il “brand Kahlo” abbia colonizzato la cultura di massa, sollevando interrogativi sul confine tra arte e mito commerciale. Che poi la mostra sia sostenuta da Bank of America è un dettaglio che chiude il cerchio sui paradossi che reggono il mondo dell’arte, dove anche la più pasionaria e rivoluzionaria delle artiste del Novecento è ottimo “santino” per mostre blockbuster.


