Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni di Jacqueline Ceresoli

Nel suo nuovo libro Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni (Postmedia Books, 2025), Jacqueline Ceresoli torna a mettere a fuoco ciò che spesso resta ai margini: le vite, i gesti, le fragilità delle artiste che hanno scelto la luce come linguaggio. Non un saggio accademico, non una galleria celebrativa. Piuttosto un’indagine condotta a passo breve, dove ogni storia illumina la successiva come in un corridoio che si rischiara a tappe.

Ceresoli osserva la Light Art eliminando il superfluo. La luce non viene trattata come ornamento visivo, né come metafora prêt-à-porter: diventa materia viva, banco di prova emotivo e intellettuale. Le artiste raccontate – note e meno note – non sono icone da museo, ma presenze reali, attraversate da dubbi, cadute, tentativi. Ceresoli le segue senza indulgere nella retorica del riscatto, lasciando parlare dettagli e contraddizioni, quei punti ciechi che di solito restano fuori dai cataloghi.

Lo stile è asciutto, nitido, eppure capace di aperture improvvise, come squarci di luce che rivelano più di quanto promettano. Una scrittura che non si concede all’enfasi, ma che sa modulare un tono intimo anche quando assume la postura del reportage culturale. L’attenzione alle piccole cose che spostano la percezione, la capacità di far emergere l’essenziale con un’immagine precisa, senza bisogno di volume.

Tra le pagine si intravede un discorso più ampio sul ruolo delle donne nell’arte contemporanea, un discorso che non diventa mai manifesto. Ceresoli preferisce suggerire: la luce come spazio di autonomia, come nuova “stanza tutta per sé”, come luogo in cui visione e libertà coincidono. Non è una tesi, è un’ipotesi che si costruisce storia dopo storia, come una costellazione.

Nanda Vigo madrina della Light Art italiana ph Marco Poma

Il risultato è un libro che informa e insieme accompagna. Un testo giornalistico nella chiarezza, ma letterario nella capacità di vedere ciò che di solito sfugge. Un percorso in controluce che restituisce complessità e dignità ai processi creativi, evitando sia il sensazionalismo sia la retorica. Un lavoro che non pretende di spiegare la luce: la lascia accadere, e ci invita a guardarla meglio.

Abbiamo incontrato Jacqueline Ceresoli per capire come la luce, nel suo ultimo libro, diventi non solo materia artistica ma chiave di lettura delle storie, delle fragilità e delle libertà delle artiste che racconta.

Nel tuo libro la luce non è mai una semplice metafora, ma materia viva e rivelatrice. In che modo, secondo te, la light art permette di raccontare le contraddizioni e le fragilità delle artiste meglio di altri linguaggi visivi?

Fondamentalmente la luce non rappresenta queste contraddizioni e fragilità: le evoca, le configura. Normalmente è il contesto che ci permette di comprendere come l’artista passi da una dimensione collettiva a una soggettiva. Il contesto è quel tramite che consente di capire come, da un macrospazio – come quello pubblico – l’artista donna possa evocare, più che rappresentare, le dinamiche spesso contraddittorie che si creano nella sfera domestica, che per diktat culturale è stata storicamente associata al femminile. Parafrasando, anche con un certo eccesso di sintesi, potrei dire questo: se per l’uomo la light art definisce uno spazio astratto, quasi metafisico, per la donna – e lo ribadisco più volte nel libro – diventa “casa del pensiero”, casa delle connessioni, delle relazioni. Anche con tutte le contraddizioni e le imperfezioni che un approccio empatico può generare nelle opere: opere non sempre perfette, in cui l’imperfezione tecnologica rivela una fragilità che però non viene nascosta. Anzi, è un valore aggiunto.


La tua narrazione evita qualsiasi forma di retorica o militanza programmatica. Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra il riconoscimento del contributo femminile e il rifiuto dell’“altarino” celebrativo che spesso accompagna le narrazioni sulle artiste donne?

Grazie, perché da donna avresti potuto essere “di parte”, e invece hai colto il mio sforzo nel non creare i soliti ginecei o un vetero-femminismo da cui prendo le distanze. Naturalmente siamo tutte e tutti contro una cultura maschilista e patriarcale che ancora persiste, e sulla quale c’è molta strada da fare. Ma il problema, a volte, è anche nostro: non siamo state abbastanza sorelle, o non lo siamo state per ragioni complesse che qui non c’è spazio per analizzare. Come ho calibrato questa oggettività apparente? Cercando di riconoscere nella luce un valore di autodeterminazione per la donna artista, un ruolo che l’uomo non le ha mai attribuito ufficialmente. La storia delle donne l’hanno scritta gli uomini: la storia della madre, della moglie, della figura a servizio dei privilegi maschili. E sappiamo quanto, nelle arti visive, le donne siano state guardate con sospetto quando hanno cominciato a leggere, studiare, crescere culturalmente: sottraevano tempo ai doveri domestici e, soprattutto, sviluppavano una riflessione critica autonoma. La cultura resta la principale forma di emancipazione – insieme a quella economica – perché esercita il libero pensiero. E il libero pensiero si traduce in libertà espressiva. Ecco perché rivendico l’uso della luce da parte delle donne come mezzo straordinario per farsi vedere e riconoscere: “Eccomi, esisto, vivo di luce propria”. Senza bisogno del consenso maschile.


Molte delle storie che racconti mostrano percorsi non lineari, pieni di inciampi e zone d’ombra. C’è un episodio o un’artista che, più di altri, ti ha costretto a rivedere le tue convinzioni sulla light art o sul rapporto tra luce e identità?

Sì, ma non faccio nomi, perché sto aspettando di vedere come si svilupperà il suo lavoro. La sto osservando: è una star, un’icona dell’ultima generazione. Lavora in maniera interdisciplinare, unendo piazza, festa, colori, danza, gioia, testi scritti, disegni… Ma c’è ancora un grande punto interrogativo: non so se “ci fa” o se “è”. E sarà il tempo a dare la risposta giusta. Non bisogna avere fretta: anche nella light art, come con le stelle, ciò che vediamo è già passato. Per comprenderla davvero bisogna ristudiarla “a luci spente”.


Nel tuo libro dai voce ad artiste note e meno note, costruendo un mosaico di sensibilità diverse. In che modo la luce diventa oggi un luogo di libertà e autodeterminazione, quasi una “stanza tutta per sé” contemporanea, per le artiste che hai incontrato?

La luce, innanzitutto, definisce uno spazio di incontro, di conoscenza e di rivelazione reciproca. Quando accendiamo una luce, riconosciamo lo spazio in cui viviamo, ma allo stesso tempo definiamo un’architettura. Pensiamo a un tavolo illuminato dall’alto: quello diventa lo spazio in cui i nostri sguardi si incontrano, in cui parliamo, mangiamo, ci raccontiamo, litighiamo. In quello spazio effimero e immateriale, definito solo dalla luce, si attiva un processo di conoscenza dell’altro. È un luogo di incontro, di scambio, anche di conflitto. Ma è ciò che ci mette l’uno di fronte all’altro. E quando siamo da soli dentro un cono di luce, cominciamo a osservare i dettagli e, soprattutto, le ombre. È lì che emerge l’introspezione: l’inconscio, le paure, i “mostri”, le fragilità. E guarda caso, tutto questo viene rivelato proprio dalla luce, attraverso il modo in cui disegna l’ombra.

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