In occasione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, gli spazi di Palazzo Manfrin ospitano Do U Dare! di Shirin Neshat. Un’opera video che, articolata in tre capitoli all’interno delle sale del palazzo veneziano, racconta la storia di Nasim Aghdam, indagando temi quali lo sradicamento, la migrazione, l’isolamento e la violenza. L’esposizione è organizzata da Banca Ifis, Gladstone Gallery, Galleria Lia Rumma e Associazione Genesi, fondata da Letizia Moratti e impegnata dal 2021 nella promozione di arte contemporanea e riflessioni sulle tematiche urgenti della società.
“Shirin, io ti conosco da tanti anni, ma, ancora una volta, sei entrata nelle coscienze. Tu con le tue opere non rassicuri mai, tutt’altro, apri a fatti morali. Quando guardo le tue opere – spesso in bianco e nero – […] vedo le tue immagini come preghiere trafitte da una politica senza senso”.

Questo inciso della gallerista Lia Rumma è esplicativo, non solo di Do U Dare! ma di tutta la produzione artistica di Shirin Neshat. Quelle dell’artista iraniana sono sempre – e da sempre, quindi dai primi autoscatti con armi risalenti agli anni Novanta – opere corali. Radicate nel contesto da lei conosciuto ed esperito, si presentano a chi le guarda come una preghiera, coinvolgendo con rispetto, includendo pur tenendo a distanza.
L’opera presentata a Palazzo Manfrin descrive la vita di una donna di origini irano-azere, immigrata negli Stati Uniti nel 1996. Nasim Aghdam, costretta a fuggire dall’Iran a causa della sua fede bahá’í, si ritrova in un quartiere periferico californiano nel quale non riesce a instaurare rapporti sociali e d’appartenenza. Non viene accettata come americana, non riesce a identificarsi come tale perché la società la riconosce stereotipicamente solo come “persiana”. Perdendo gradualmente le proprie radici e non potendo crearne di nuove, Nasim trova rifugio nel mondo virtuale di YouTube.
Qui realizza video provocatori che diventano virali, nei quali sovverte l’immagine della donna come oggetto del desiderio, trovando uno spazio per esprimere le sue posizioni di attivista vegana attraverso contenuti caratterizzati da grafica e montaggio surreali. All’apice del successo della youtuber, la compagnia di video americana decide di chiudere improvvisamente il suo account, in quella che appare come una forma di censura arbitrariamente autoritaria.

Un sopruso che causa una reazione violenta, portando Nasim Aghdam ad aprire il fuoco nella sede YouTube di San Bruno (California) per poi togliersi la vita nel 2018.Una vicenda che apre a questioni delicate e più che mai attuali, soprattutto negli Stati Uniti. Dunque, il possesso di arma da fuoco, il razzismo, l’emarginazione sociale, la censura. Ma anche, inevitabilmente, il rovesciamento delle norme imposte che, spesso, conduce alla censura – oggi chiamata in modo frivolo shadowbanning – da parte di multinazionali e società votate al profitto. Quella di Nasim Aghdam è sicuramente una storia divisiva, al pari forse della più recente vicenda di Luigi Mangione, come di tante altre. Un avvenimento nel quale i confini sono sfumati, poco chiari, che richiede compassione ed empatia, più che giudizio.




