Dario Ghibaudo, dal buen ritiro nelle Langhe al Museo di Storia innaturale: “Le mie creature? Sospese tra natura, incanto e ironia”

Il 2025 ha segnato per Dario Ghibaudo un anno di straordinaria intensità. Una grande mostra a Bruxelles, che ripercorreva le tappe di più di tre decenni di lavoro riportando in primo piano lo scheletro portante della sua ricerca, quel Museo di Storia Innaturale che, inaugurato all’inizio degli anni Novanta, continua a crescere e mutare come un organismo vivo; la pubblicazione di un libro di racconti (Violenze minime, Arca edizioni, pagg. 175, euro 16), che ha messo in luce un talento narrativo parallelo alla sua pratica visiva; la partecipazione a collettive in Italia e all’estero, che hanno dato nuova forza al suo immaginario, fatto di ibridazioni, mutazioni e tassonomie immaginarie. Ma accanto a questa vita pubblica, fitta di impegni e riconoscimenti, esiste un luogo di concentrazione e di respiro, dove l’artista si ritira con la moglie Chiara da ormai venticinque anni: una piccola casa di pietra a Lunetta di Mombarcaro, borgata dell’Alta Langa carica di memorie contadine e partigiane, dove il tempo sembra scorrere secondo ritmi arcaici. Non un rifugio idilliaco, ma piuttosto un luogo di otium nel senso latino del termine: un ozio operoso, fertile, in cui le idee germogliano e i progetti futuri trovano la loro matrice. È proprio in questo equilibrio – tra la costruzione di un museo impossibile e il raccoglimento delle colline langarole – che si colloca oggi la ricerca di Ghibaudo. Il suo Museo, definito da Gianluca Marziani “un inaspettato karma fossile che cresce nel bianco dei prossimi secoli, vertigine elettrica di un nuovo animalismo domestico, visione che eleva l’umano nella possibilità biologica di un futuro sorprendente”, è insieme un’opera d’arte totale e una raffinata parodia scientifica, una wunderkammer contemporanea che demistifica i dispositivi della conoscenza e ci restituisce l’ambiguità profonda del presente. Le creature che lo popolano appaiono ai nostri occhi come apparizioni visionarie e immaginifiche, ma nello stesso tempo misteriosamente verosimili, specchi deformanti della nostra condizione. Ci sono anfibi alati che sembrano sul punto di mutare in volatili, cervi con dita umane al posto degli zoccoli, galline barocche dal becco attorcigliato come un errore genetico, organi vitali che migrano fuori dal corpo per disporsi in nuove combinazioni, e figure ibride che trattengono in sé più stadi evolutivi: metà pesci, metà capre, talvolta con tratti umani. O ancora gli Homini Pronti, serie di esseri umani serializzati e confezionati come prodotti industriali, satira feroce della nostra riduzione a merce. Non sono mostri, ma, piuttosto, rivelazioni ironiche e perturbanti su ciò che siamo e su ciò che potremmo diventare. Se l’arte è, come lui stesso afferma, “diventare ciò che si disegna”, allora la sua pratica è un continuo attraversamento di confini, un’oscillazione fra scienza e immaginazione, ironia e tragedia, presente e futuro. Siamo andati a incontrarlo nel suo buen retiro di Lunetta, per provare a capire come convivano in lui la dimensione privata e quella pubblica, il silenzio fertile delle colline e il clamore delle mostre, il tempo sospeso dell’otium e l’urgenza di un’opera d’arte totale che, da oltre trent’anni, si presenta come una delle avventure più originali, colte e radicali della scena artistica italiana di oggi. Dario, il 2025 è stato un anno ricco di impegni e riconoscimenti: la mostra a Bruxelles dove hai presentato alcune sale del tuo Museo di Storia Innaturale, un libro di racconti, la partecipazione a numerose collettive. Ma la tua casa di Lunetta, nelle Langhe, resta un punto fermo: cosa significa per te tornare qui, tra queste colline? Sì, in effetti Lunetta è un “buen retiro”, io e Chiara abbiamo comprato questa casa venticinque anni fa, allora era una borgata quasi del tutto disabitata. La casa è piccola, di pietra e ci è piaciuto conservarla il più possibile. Io sono nato a Cuneo che è a sessanta km da Lunetta ma il destino mi ha portato nella Langa albese. Cuneo l’ho lasciata quasi mezzo secolo fa e ci sono tornato raramente. L’ultima volta, nel 2022, per una mostra, nel Complesso Museale di San Francesco, uno spazio bellissimo. Avevo diciotto anni quando, obiettore di coscienza, per evitare il servizio militare sono entrato volontario nei vigili del fuoco. Fui destinato ad Alba. Da allora le Langhe son diventate una mia meta ricorrente, ho buoni amici da quelle parti, da tantissimi anni. Ma, soprattutto, Lunetta è un posto che mi riporta a un ritmo diverso, più lento, ma anche fertile. Non lo vivo come una fuga, ma come una condizione necessaria: qui, nel silenzio, le idee trovano spazio per emergere. Lunetta è un borgo che porta con sé leggende di masche (le streghe delle Langhe, protagoniste di racconti popolari e riti notturni), riti comunitari, memorie partigiane e storie contadine. Forse anche da qui nasce quella tua sensibilità verso il magico e l’ancestrale. Ti riconosci in questa lettura? A dirti il vero non conosco storie di masche qua a Lunetta: a pochi chilometri, nel Roero sì, a Pocapaglia, vicino a Bra, è stata bruciata l’ultima strega, la povera masca Micillina, una storia triste e dolorosa che se vuoi un giorno ti racconterò. Lunetta è stata però protagonista nella guerra di liberazione, con le formazioni partigiane “Stella Rossa” delle quali faceva parte Beppe Fenoglio, alcuni suoi racconti sono ambientati nelle borgate intorno a Lunetta che è anche citata in un suo romanzo. Sono luoghi fenogliani, se ami i suoi racconti, in Alta Langa li respiri. Nel 2010 le hai dedicato anche un cortometraggio,” La Lunetta – Le tradizioni hanno sempre un inizio”, dove il sacro e il profano, l’opera d’arte e la festa popolare si intrecciano in maniera ironica e disincantata. Che cosa volevi restituire di quel microcosmo e come si lega, secondo te, alla tua ricerca più ampia? Sì, il film lo trovi su youtube col titolo “La Lunetta”, appunto. La regia è di Alberto Valtellina per la Lab 80 film di Bergamo, io avevo scritto il soggetto e con Alberto la sceneggiatura, tutto… “buona la prima”. Più un documentario che un film, 17 minuti di una bella follia. Volevamo filmare la nascita di una tradizione e per farlo, l’abbiamo inventata. Dopo la … Leggi tutto Dario Ghibaudo, dal buen ritiro nelle Langhe al Museo di Storia innaturale: “Le mie creature? Sospese tra natura, incanto e ironia”