Dall’oro del Ghana alla vetta globale: Ibrahim Mahama è il numero uno dell’arte contemporanea secondo ArtReview. E l’Italia?

Il mondo dell’arte contemporanea sembra aver finalmente allungato lo sguardo oltre le capitali consolidate, scegliendo un nuovo punto di riferimento: si chiama Ibrahim Mahama, ha 36 anni, è nato a Tamale in Ghana, e oggi è in cima alla Power 100 di ArtReview, la classifica annuale che misura l’influenza nel sistema dell’arte globale. Una decisione che racconta più di un semplice successo individuale: indica un cambiamento strutturale, una nuova mappa culturale in cui la forza non risiede più solo nel produrre immagini, ma nel costruire reti, luoghi, comunità.

Mahama non è infatti un artista nel senso tradizionale del termine. Le sue installazioni monumentali, composte da sacchi di juta, legni usurati, rottami ferroviari, sono espressioni di un’estetica cruda, tangibile, che affonda nelle pieghe della storia coloniale, della povertà sistemica, dei margini. Ma ciò che ha conquistato il primo posto nella classifica è qualcosa che va oltre la sua poetica visiva: il lavoro sul territorio, concretizzato in una rete di spazi indipendenti e infrastrutture culturali capaci di attivare energie locali in Ghana. Il Savannah Centre for Contemporary Art, Red Clay Studio e Nkrumah Volini non sono solo luoghi espositivi, ma archivi viventi, scuole, residenze d’artista, officine collettive.

Qui Mahama sperimenta una nuova forma di attivismo artistico: trasforma il guadagno del mercato globale in investimento culturale locale. Costruisce un’arte che non è vetrina, ma dispositivo sociale. Una pratica che ribalta i rapporti di forza: non più periferie che imitano i centri, ma territori che si impongono come epicentri culturali. L’influenza, oggi, si misura così.

A certificare questo spostamento di paradigma è anche la top 5 della Power 100, dominata da figure del Medio Oriente, del Sud-est asiatico e del Nord Africa: al secondo posto Sheikha Al-Mayassa del Qatar, seguita da Sheikha Hoor Al Qasimi degli Emirati Arabi, dall’artista egiziano Wael Shawky e dal singaporiano Ho Tzu Nyen. Nomi che non hanno solo peso curatoriale o artistico, ma che incarnano politiche culturali espansive, orientate a fare dei propri Paesi dei nuovi hub del contemporaneo. In questo scenario, l’Occidente osserva più che guidare.

Quest’anno la classifica include quattro figure italiane: Vincenzo De Bellis, Eugenio Viola, Miuccia Prada e Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. De Bellis, Global Faris Director di Art Basel e Viola, attualmente alla guida del Museo de Arte Moderno de Bogotá, sono uno tra i pochi curatori italiani ad avere un impatto internazionale fuori dai confini nazionali. Miuccia Prada, attraverso la Fondazione Prada, continua a esercitare un’influenza importante nella definizione dei confini tra arte, moda, ricerca e filosofia. La programmazione della fondazione – sempre più legata a riflessioni su linguaggio, media, neuroscienze – si conferma tra le più sofisticate in Europa. Allo stesso modo, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, con il suo lavoro a Torino e le collaborazioni internazionali, consolida un modello di collezionismo attivo, attento alle nuove generazioni di artisti e alle trasformazioni dei formati espositivi.

Quello che emerge dalla classifica 2025 è un cambiamento strutturale del concetto stesso di “potere” nel mondo dell’arte. L’influenza non è più data (solo) dalla presenza sul mercato o dal prestigio accademico, ma dalla capacità di generare contesti, ridefinire istituzioni, spostare il focus su comunità, relazioni e pratiche collaborative. Si premiano le infrastrutture culturali, più che le individualità: centri indipendenti, collettivi, curatori-architetti di senso. In questo scenario, l’Italia non è fuori gioco, ma è chiamata a riflettere sul proprio posizionamento: meno egemonica di un tempo, ma ancora fertile nel produrre visioni, soprattutto sul piano curatoriale e fondazionale.

Se il sistema artistico globale si fa sempre più fluido e policentrico, la sfida oggi è non rincorrere le mode ma costruire continuità, reti, alleanze. La Power 100 2025 sembra dirci proprio questo: il potere non è mai stato così distribuito, instabile, fertile.

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