In un’epoca in cui lo sguardo collettivo è costantemente rivolto al progresso, alla conquista di pianeti lontani, sedotto dalle tecnologie del presente che sembrano proiettarci già nel futuro, il collettivo IOCOSE compie un gesto di sabotaggio ottico. In occasione di ART CITY Bologna 2026, la mostra personale Pointing Nemo. Oltre lo spazio verso gli abissi agisce non come l’ennesima celebrazione dell’esplorazione cosmica, bensì come la dissezione critica del movimento NewSpace, il fenomeno nato dalla mitizzazione delle missioni spaziali viste come tramiti attraverso cui colonizzare e capitalizzare persino lo spazio, se non l’intero universo.
Il controsenso insito dietro a questa filosofia appare lapalissiano, eppure il consenso riscosso dalle industrie del settore negli ultimi anni mette in luce come in questo scenario lo spazio non è più un orizzonte ma un asset simbolico e finanziario, l’ultima frontiera del capitalismo odierno. Di fronte a tutto ciò l’arte contemporanea risponde ironicamente invertendo le prospettive “extraterrestri” e terrestri.

Il progetto, che inaugura la nona edizione di das – dialoghi artistici sperimentali, si articola in un percorso dislocato su due sedi d’eccezione: CUBO in Porta Europa e la Torre Unipol, trasformando il tessuto urbano bolognese in un laboratorio di discussione sociologica e antropologica.
Dal lontano 2006, il collettivo composto da Matteo Cremonesi, Filippo Cuttica, Davide Prati e Paolo Ruffino si occupa di scandagliare il presente, analizzare al pari di un archeologo i resti, le tracce, lasciate dall’uomo mettendo in luce la fragilità delle narrazioni messianiche che accompagnano il settore high tech. L’esibizione, a cura di Federica Patti, intercetta il cuore della più pericolosa mitologia odierna: quella degli “astropreneur”, individui mossi dal desiderio di espandere la propria imprenditorialità all’infinito fino a privatizzare rendendolo elitario il sogno più ricorrente nella storia dell’umanità: lo spazio.
La scelta di scindere in due il percorso espositivo tra CUBO in Porta Europa e Torre Unipol riflette quindi i due cardini della loro ricerca artistica: da un lato l’incessante corsa dei flussi comunicativi che potremmo definire orizzontali capaci di raggiungere chiunque e dall’altro la spinta verso il dominio di pochi che si fa ascesa.

Come sottolinea la curatrice “le opere sembrano suggerire che la corsa allo spazio non è affatto una fuga verso il nuovo, bensì un eterno ritorno del vecchio […] le narrazioni del NewSpace continuano a proiettare in orbita l’idea che un altrove sia ancora possibile, ma IOCOSE ci ricorda che la verità non sta nelle stelle ma a Point Nemo: sta nei rottami che tornano a terra come meteoriti di un futuro mai realizzato”.
Point Nemo è ufficialmente il polo oceanico dell’inacessibilità conosciuto come lo spazio più remoto del pianeta Terra, scelto per questo motivo come discarica dello spazio, punto in cui sono rispediti gli scarti generati dalle missioni astronautiche. L’esperienza al limite tra fantascientifico e cronaca contemporanea termina proprio nella Torre Unipol, metafora ideale della Point Nemo Tower (PNT), versione moderna della Torre di Babele che rappresenta la superbia dell’uomo che tenta la scalata al divino incorrendo nella fine di Icaro.
L’immaginario di IOCOSE capovolge quest’immagine proiettandola negli abissi. Un gigantesco complesso costruito sul fondo del mare, una visione perturbante che offre al pubblico una residenza lussuosa sorta dalle tenebre e circondata da scarti e resti di razzi. Un resort riccamente ornato, dotato persino di souvenir come pinne da sub, asciugamani, cartoline, arredato con uno stile a metà tra l’avveniristico e il design vintage che apre le sue porte solo a coloro che hanno investito nel progetto firmando un modulo di autodichiarazione, offerto anche ai visitatori, nel quale si richiede di confermare la propria idoneità fisica per poter vivere a 4000 mila metri sotto il livello del mare.

Il “sottosopra” che abbiamo imparato a conoscere tramite Stranger Things prende forma restituendoci una visione futuristica circondata da lasciti come se fosse paradossalmente parte di un passato remoto. Di particolare impatto emotivo è l’opera simbolo del collettivo, Moving Forward, collocata negli ambienti di Porta Europa. Un concetto semplice quanto potente, un banale tapis roulant che costringe il corpo a un movimento continuo che non produce alcun moto reale. È la perfetta traduzione estetica di una certa retorica del progresso infinito come linea retta verso il futuro: un correre frenetico per rimanere esattamente nello stesso luogo, un gesto vuoto che consuma energia senza generare evoluzione.
Questa riflessione si lega a doppio filo a Going to Earth to Benefit Space, video che gioca a stravolgere uno degli slogan più in voga tra i magnati della Silicon Valley, ossia l’idea di recarsi nello spazio per sostenere la Terra, spesso ribadita come alibi.
Secondo quest’ottica Point Nemo, il cimitero dei veicoli spaziali, si trasforma nel punto di arrivo di una capitalizzazione che non risparmia nessun luogo, sottolineando come anche l’inquinamento spaziale si abbatta sulla Terra, figlio di una hybris che dimentica la vulnerabilità della vita. Il filmato, composto da spezzoni di video raccolti dal web, capovolge le inquadrature mostrando un viaggio che invece di partire dalla terra per giungere allo spazio percorre la traiettoria inversa.

Un elemento cardine della mostra è il paradigma della conoscenza. Investiamo risorse umane e capitali immensi per mappare la superficie di Marte, per comprendere se può essere assediato al pari degli antichi cartografi rinascimentali con le Americhe. Le opere Hic Sunt Leones e Hic Sunt Dracones, grandi stampe su tessuto che evocano paracaduti da rientro, uniscono le vecchie geografie coloniali con le nuove rotte. Eppure, mentre proiettiamo algoritmi verso pianeti sterili, la nostra comprensione degli abissi terrestri rimane lacunosa. Pretendiamo di mutare a nostra somiglianza l’ignoto extraterrestre costruendo cupole geodetiche in grado di creare bolle abitabili in una landa desolata, mentre non conosciamo ancora cosa si nasconda nelle profondità oceaniche del nostro stesso pianeta.
Questo lento ritorno alla chiaroveggenza, alla speranza nei confronti di imprenditori profeti, oracoli del nuovo mondo a cui è riservato il compito di leggere il futuro, viene presentato con The Fortune Teller, installazione ambientale che restituisce un’immagine chiara di questo processo tramite una serie “rituale” di gesti addottati per permettere di visualizzare ciò che ancora non esiste.
In sintesi, Pointing Nemo non è un atto di accusa frontale, ma una chiave di lettura ironica e puntuale per comprendere meglio le forze promotrici di tali rivoluzione tecnica che troverà il suo compimento teorico il 9 aprile, con la presentazione del catalogo alla presenza di IOCOSE ed Eva Diaz del Pratt Institute di New York. Attraverso piccoli gesti e uno slittamento di senso continuo, IOCOSE ci invita a disconnetterci dalle dirette streaming dei lanci spaziali sui social per osservare, finalmente, cosa accade quando i riflettori si spengono e i detriti della nostra ambizione iniziano a calare nel silenzio degli abissi.


