Un’edicola che non vende più giornali ma propone spettacoli trasformandosi nel teatro più piccolo del mondo. Succede a San Severo, in provincia di Foggia, dove un chiosco, che un tempo vendeva quotidiani e riviste, ospita spettacoli teatrali. Sei posti a sedere, dieci minuti di rappresentazione, ingresso gratuito. È il format ideato dalla compagnia Foyer 97 e che, dal 27 marzo scorso, in occasione della Giornata Internazionale del Teatro, ha richiamato centinaia di persone in fila per assistere alle rappresentazioni in programma, davanti a quel chiosco nel cuore della città.
Il contesto in cui nasce il progetto è quello di un’Italia che ha visto le proprie edicole scomparire a ritmo sostenuto: in 25 anni gli esercizi sono passati da 36mila a circa 10mila. I chioschi che un tempo scandivano il ritmo della vita di quartiere come punti di sosta, di scambio di informazioni e commenti, restano vuoti o vengono dismessi e abbattuti. Foyer 97 ha deciso di partire da uno di questi spazi per provare a immaginare cosa potrebbe diventare, non essendo nuova a questo tipo di scommesse. “Destrutturare gli spazi convenzionali è una nostra cifra stilistica”, spiega ad Artuu Magazine Francesco Gravino, regista della compagnia. “Abbiamo realizzato spettacoli sui treni, nei cimiteri. Puoi recitare Shakespeare in teatro, ma se lo proponi su una torre a quindici metri d’altezza la gente viene per l’esperienza e intanto ha vissuto la possibilità di assistere a un’opera teatrale”. L’edicola di via Tondi, nel foggiano, nasce dalla stessa logica, ma con un punto di partenza più personale e radicato nel territorio. “L’idea viene dall’osservazione urbana, dall’attenzione a uno spazio abbandonato nel cuore della città”, racconta Gravino. “Da bambino andavo a comprare le figurine, poi i giornali, le collezioni: c’era una frequenza quasi quotidiana, si instaurava un rapporto con l’edicolante. Era un luogo di incontro. Vederla chiusa mi ha fatto riflettere su come restituire quella funzione di presidio culturale, riportare la cultura attraverso il teatro”.

Il debutto è avvenuto a marzo, con un programma pensato per durare tre ore e per moltiplicare il più possibile gli incontri tra pubblico e scena. Ogni quindici minuti il gruppo di sei spettatori cambiava per fare spazio ad altre persone; ogni mezz’ora si avvicendava anche l’attore, alle prese con brevi pezzi tratti dal repertorio classico, con accesso gratuito e gestito senza prenotazione, in base a un ciclo continuo pensato per dare la possibilità a più persone di entrare. Le repliche si sono concluse il 10 maggio; ora la compagnia sta lavorando per riprendere a settembre con un nuovo cartellone.
Per chi passava di lì, all’inizio, la prima reazione è stata la curiosità, poi il coinvolgimento, al punto che molti sono usciti dal piccolo teatro con gli occhi lucidi. Una reazione che Gravino spiega con la natura stessa dello spazio: “Sei spettatori, attori che si alternano in una prossimità condivisa, senza distanza, senza filtro. Tutto è a un passo: si entra in una connessione umana autentica, fatta di sguardi, di respiro condiviso. E poi c’è qualcosa di molto preciso che ci ha restituito il pubblico: stanno alla luce, passeggiano, aspettano e poi di colpo si trovano in una scatola nera. Si accende il riflettore, dieci minuti, ed escono di nuovo alla luce. Diventa una sospensione del quotidiano”.

La scommessa più grande, però, è portare il modello altrove. Foyer 97 sta già lavorando su progetti simili a Bari, Lucca, Roma e Foggia città, e ha avviato un dialogo con le associazioni degli edicolanti per capire come esportare il format in altre realtà. Non è un processo rapido, ma la visione è chiara: “Piuttosto che smantellarli o farli diventare punti di vendita di souvenir o pizza“, dice Gravino, “tanto vale utilizzarli da un punto di vista culturale. L’arte, il teatro sono uno strumento potentissimo: creano relazioni, generano valore anche sociale e possono restituire un’identità ai luoghi“. Il progetto, in questo senso, si inserisce in un ragionamento più ampio sulla rigenerazione urbana. Gravino lo definisce esplicitamente “un volano di cambiamento, un’inversione di tendenza”: non restaurare i chioschi per farne attrazioni turistiche massificate, ma usarli per costruire piccole realtà di prossimità per vivere insieme nuove esperienze culturali. “Trasformare un luogo di cultura in una piccola comunità, anche grazie all’attenzione che questo progetto ha ricevuto: sarebbe già un bel risultato“, conclude.




