Le chat private di alcune influencer femministe, finite nei mesi scorsi sui giornali, hanno riacceso un dibattito che va ben oltre la cronaca giudiziaria. Al centro non c’è solo la vicenda specifica – quella relativa alle influencer Carlotta Vagnoli e Valeria Fonte, indagate per stalking, che insieme ad altre figure note sui social insultavano politici, giornalisti e scrittori, tra cui Liliana Segre e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – ma una questione più ampia e strutturale. Cosa accade quando le battaglie politiche e sociali vengono trasformate in contenuti da consumare sui social media?
“Sebbene quelle chat non andassero pubblicate – spiega ad Artuu Raffaella Fortunato, autrice della newsletter Il necessario e il superfluo su Substack – la questione ci ha fatto capire che attivismo e monetizzazione sono un ossimoro, non vanno d’accordo. L’attivista è una persona che difende i diritti sociali e civili non solo con le parole ma con il corpo, gli atteggiamenti, la coerenza. Tutto ciò sui social non ci può stare. L’attivista deve avere un atteggiamento puro verso un’idea, anche per poter coinvolgere gli altri. La pubblicazione di un libro, solo per fare un esempio, ti mette già dei paletti”.

L’attivismo come storytelling
Il caso delle chat è diventato quindi emblematico perché sembra aprirci gli occhi, in modo brutale, su un fenomeno cresciuto parallelamente all’espansione delle piattaforme digitali: l’attivismo trasformato in brand personale. I collettivi anonimi, le assemblee rumorose, i sit-in spontanei appaiono sempre più archeologia politica e sociale. Al loro posto ecco i profili verificati, le collaborazioni con aziende, i calendari editoriali e le strategie di posizionamento.
Questo non significa che la comunicazione digitale per i diritti e le questioni sociali vada liquidata come elemento necessariamente peggiorativo. Internet ha permesso la diffusione di messaggi che altrimenti sarebbero rimasti marginali, ha creato comunità, ha reso visibili temi prima ignorati. Il problema nasce quando, in un ambiente rapido e orientato a numeri e performance come quello dei social, l’attivismo diventa una merce. Le cause vengono quindi selezionate anche in base alla loro spendibilità: quanto sono riconoscibili, quanto generano engagement, quanto aiutano a crescere in visibilità. La critica lascia spazio a una moralità performativa che serve più a costruire un’identità mediatica che a produrre cambiamento reale.
Chi costruisce un seguito consistente su questi temi si trova davanti a un bivio: continuare a essere un attivista o diventare un influencer che parla di attivismo. Nel primo caso la causa resta il centro, nel secondo diventa uno strumento per rafforzare il proprio brand. Negli ultimi anni la tendenza sembra andare verso una personalizzazione sempre più accentuata, fino a trasformare gli influencer attivisti in un vero e proprio marchio. Allo stesso tempo, però, le
piattaforme sono volatili e non è detto che non esista spazio per una possibile
“redenzione” o ripensamento.

Lo slacktivism e l’illusione del cambiamento
Cambiare la foto profilo, condividere un post, firmare una petizione online. Azioni che possono contribuire a sensibilizzare, ma che spesso producono soprattutto un’illusione di partecipazione. Si chiama slacktivism: un attivismo a basso costo emotivo e pratico, che si esaurisce in gesti simbolici. Il problema emerge quando questi gesti sostituiscono forme di impegno più profonde e strutturate, diventando l’unica modalità di azione politica. Si crea così un conforto morale a buon mercato: ho fatto la mia parte, mi sono schierato, posso tornare alla mia vita.
Per chi costruisce un brand personale sull’attivismo, lo slacktivism è un modello ideale: richiede poco al pubblico ed è facilmente monetizzabile, attraverso libri, corsi online, podcast inseriti in circuiti autoreferenziali.
In questo passaggio si perde la dimensione collettiva, da sempre cuore dei movimenti sociali. L’attivismo nasce dall’organizzazione, dalla costruzione di reti, dal confronto e dal conflitto interno. È un lavoro invisibile e faticoso, poco adatto al formato di una storia Instagram. Il personal branding funziona in modo opposto: esalta l’individuo e costruisce leadership basate su visibilità più che su capacità organizzativa. Quando un movimento si identifica con una singola persona, qualsiasi crisi personale diventa una crisi dell’intera causa.
Resta infine la questione economica, impossibile da ignorare. Fare attivismo richiede tempo, energie e risorse, ed è legittimo cercare forme di sostentamento. Il problema nasce quando la sostenibilità economica diventa l’obiettivo principale e le scelte comunicative vengono guidate più dal mercato che dalle esigenze del movimento.
“A me non viene in mente nessuno che faccia attivismo social senza guadagnarci – sottolinea Fortunato -, perché i contenuti portano via spazio e tempo. Il legame con il denaro è inevitabile ma sbagliato a mio avviso. Il mezzo è nuovo, la voracità è tanta e i processi non sono codificati. Chi è diventato attivista direttamente sui social, per una questione anagrafica, si è trovato in una situazione in cui, siccome era tutto sponsorizzato, ha potuto magari pensare che non ci fosse nulla di male. Su questo darei il beneficio del dubbio, ma è chiaro che questi aspetti andrebbero gestiti diversamente”.
Le sponsorizzazioni sono l’esempio più evidente: attiviste femministe che promuovono prodotti per la cura personale, ambientalisti che collaborano con aziende in cerca di un’immagine più pulita, difensori dei diritti che lavorano con piattaforme dalle politiche discutibili. È compromissione o uso strategico del sistema? Il caso delle chat delle influencer femministe ha fatto emergere queste contraddizioni in maniera spietata, ma il fenomeno è strutturale e riguarda il modo in cui i social media hanno trasformato la sfera pubblica, il rapporto tra visibilità e potere, tra comunicazione e azione politica.
Vale quindi la pena interrogarsi su queste trasformazioni senza demonizzarle a priori: cosa resta delle battaglie quando diventano soprattutto contenuti? Chi beneficia davvero di questo sistema? E soprattutto: questa è la forma più efficace di attivismo o semplicemente quella più compatibile con le logiche del capitalismo digitale? “Il rischio – conclude Fortunato – è guardare il dito e non la luna. Chi ha davvero gonfiato questa bolla? Non solo le attiviste influencer, ma il sistema che le ha cercate, legittimate e sfruttate. L’editoria, prima di tutto, che ha puntato sul guadagno facile, trasformando nomi già noti in prodotti, senza chiedersi chi fossero davvero e cosa avessero da dire. Ma anche la politica che, invece di costruire consenso, ha inseguito i like, delegando temi complessi a figure scelte per la loro visibilità. Criticare le attiviste influencer è legittimo, ma insufficiente. Se non si chiama in causa anche chi le ha promosse, finanziate e messe al centro per convenienza si finisce per colpire solo l’anello più debole della catena. E il problema, ancora una volta, resta irrisolto”.



