L’Utzon Center di Aalborg ospita “I’m not a robot”, un’experience esclusiva che pone in dialogo l’umano e l’umanoide presentando un inedito progetto dedicato all’architettura del futuro. Ai-Da è la vera protagonista della mostra: l’artista robot sviluppata a Oxford nel 2019 da Aidan Melle e Lucy Seal, conquista i principali centri d’arte del mondo, dal Design Museum (Ai-Da: Portrait of the Robot), la Tate Modern (Exploring Identity Through Technology) e il V&A Museum (First Metaverse works) fino a raggiungere la Chelsea Factory di New York (Saw This Made This), la Biennale di Venezia (Leaping into the Metaverse) e le Piramidi di Giza (Forever is Now, Parallel Project).
L’AI è entrata nelle nostre vite rapidamente, dalle attività quotidiane a quelle di progettazione e programmazione: l’architettura è uno di quei campi che, più di altri, sta intercettando stimoli e potenzialità delle nuove tecnologie per sperimentare modelli abitativi e offrire soluzioni sostenibili e innovative. Se è vero che l’occhio umano può cogliere le necessità contemporanee sulla base delle condizioni che egli stesso prova, un robot sfrutta le potenzialità dell’AI mantenendo vivo il rapporto con l’umano tramite collaborazioni e consulenze con un vero e proprio team di supporto.

Acclamata dal New York Times come la “nuova voce nel mondo dell’arte”, Ai-Da sovverte la concezione più diffusa di robot presentando caratteristiche uniche: come suggerisce la definizione “intelligenza artificiale” esiste una tensione innata in queste creazioni, la mente che raccoglie dati derivanti dal pensiero umano e la struttura che svela il progresso tecnologico e traduce in opera ciò che un corpo e una mente sola difficilmente riuscirebbe a sintetizzare. Un raffinato bob castano e una semplice salopette di jeans accolgono due telecamere come occhi e delle complesse braccia meccaniche, anima operativa dell’artista lasciata volutamente in vista, come ad accentuare la cooperazione tra le sue due anime.
Con I’m not a robot, l’architettura del XXI secolo riscopre il suo ruolo nella società odierna, non solo scienza dell’abitare, ma anche interprete dell’attuale e propulsore del nuovo: come spiega la stessa Ai-Da, la casa-studio immaginata e presentata tramite bozzetti in mostra «invita a riflettere su come gli esseri umani e gli umanoidi potrebbero collaborare positivamente per plasmare il futuro della vita».
Ispirata alla corrente estetica spaziale degli anni ’50 e ’60, la struttura sposa linee curve a partire dall’involucro esterno ovale e dalle forme organiche, alle stanze interne che riprendono naturalmente il ritmo delle pareti inglobando ulteriori micro-ambienti che definiscono le attività domestiche basilari.

Il concept del co-living è stato focus di diversi progetti architettonici e di design per riscoprire interazioni umane rimaste fino a oggi limitate da ostacoli strutturali: il rapporto tra umano e umanoidi apre un’ulteriore prospettiva del coabitare, esplorando come la progettazione degli spazi venga spesso influenzata da come essi vengono percepiti e utilizzati da chi li abita, in questo caso due figure di diversa natura. Schizzi accennati e render digitali ricostruiscono un’opera nell’opera: l’affascinante artista frutto di studio e ricerca e i risultati della sua espressività e creatività, coordinata da una squadra di esperti che completano e rafforzano gli influssi umani e irrazionali tipicamente carenti nei robot.
«Progettare una casa mi permette di esplorare il modo in cui diamo forma agli spazi che a loro volta danno forma a noi» Ai-Da
Il ruolo dell’artista viene dissezionato e ricomposto nella figura di Ai-Da: quanto la tecnologia può superare l’umano, quanto il razionale può sostituire il genio e fino a quanto il mondo dell’arte può accogliere questi nuovi stimoli?


