Dalla musica a “K-Pop Demon Hunters”: l’onda coreana ha travolto la cultura globale

Un’onda potentissima invade tutti i campi dell’industria culturale: musica, serie tv, cinema, moda. Stiamo vivendo l’epoca della “korean wave” — in coreano “hallyu” — e balliamo al ritmo della musica k-pop, seguendone l’influenza anche in fatto di estetica, contaminazioni culturali e nuovi linguaggi visivi. Solo nell’ultimo anno, “K-Pop Demon Hunters” è diventato un fenomeno globale senza precedenti: il film d’animazione più visto nella storia di Netflix, ma anche un generatore di hit musicali.

“Parasite” è stato definito dal “New York Times” il miglior film del XXI secolo, mentre il musical “Maybe Happy Ending”, che ha debuttato a Seoul nel 2016, ha conquistato sei Tony Awards. I Bts, nonostante il break dalle scene dal 2022, per completare il servizio militare, restano la band pop più influente della loro generazione, e “Squid Game” mantiene indisturbata la palma di serie Netflix più vista di sempre. 

K-pop: il biglietto da visita della Corea contemporanea

Ma cosa ha trasformato un fenomeno regionale asiatico in un laboratorio globale di cultura pop, arrivando a scardinare anche il dominio quasi granitico dell’occidente? È stato proprio il k-pop, con i suoi codici stilistici vivaci, colorati e danzerecci, a sgretolare progressivamente il pregiudizio verso un paese che appariva, per i canoni occidentali, remoto e quasi misterioso. Videoclip ironici, coreografie ipnotiche e una forte componente estetica. Così la Corea ha aperto la strada alla sua influenza su cinema, moda e lifestyle.

La svolta è arrivata nel 2012 con il bizzarro tormentone “Gangnam Style” di Psy, primo video a superare un miliardo di visualizzazioni su YouTube. Da allora, artisti come Bts e Blackpink hanno portato il k-pop nei mercati mainstream di America, Europa e America Latina, consolidando un’industria che fonde musica, estetica, storytelling e brand identity. “La ‘hallyu’ – spiega ad Artuu Marco Milani, ricercatore in Storie e istituzioni dell’Asia all’Università di Bologna – è un fenomeno dinamico, in grado di adattarsi costantemente, sfruttando i nuovi sviluppi tecnologici, social media e piattaforme di streaming. In questo contesto, il k-pop ha sempre avuto un ruolo centrale: fin dagli anni ’90 è stato un pilastro fondamentale della ‘korean wave’. Oggi, insieme ai k-drama, rappresenta uno dei fenomeni più visibili e di successo, sia in termini di audience che di guadagni da esportazione”.

K-drama e impatto economico

Anche i k-drama hanno seguito un percorso simile a quello del pop. Serie come “Crash Landing on You”, “The Glory”, “Alice in Borderland”, e il già citato fenomeno globale “Squid Game”, hanno portato la Corea al secondo posto mondiale per ore di visione su Netflix, dietro solo agli Stati Uniti.

Oggi, oltre l’80% degli abbonati alla piattaforma ha visto almeno una serie coreana. A conferma dell’impatto economico, Deloitte Consulting Korea stima che l’investimento di Netflix nella produzione di contenuti coreani abbia generato quasi 5,6 trilioni di won per l’economia del Paese in settori collegati — dall’editoria ai webtoon e ai beni di consumo — contribuendo alla creazione di oltre 16.000 posti di lavoro. Secondo il magazine asiatico “The Diplomat”, “il coreano è oggi una delle lingue più studiate al mondo su Duolingo, superando cinese e russo in numero di utenti”. 

Tradizione e innovazione: gli idol come icone a tutto tondo

Gli elementi sacri che diventano simbolo di creatività e stile e la capacità di far diventare la tradizione di tendenza influenzano anche il film “K-Pop Demon Hunters”. Pur evocando la modernità iperconnessa e digitale di Seoul, la storia della band delle tre superstar del k-pop che, tra un concerto e l’altro, è chiamata a liberare il mondo dai demoni, richiama il folklore e lo sciamanesimo coreano, popolato dalle storie di spiriti malvagi ma anche profondamente tragici e malinconici.

Rumi, Mira e Zoey combattono contro spiriti dannati ma anche contro le loro insicurezze: Rumi è per metà demone, Mira ha un carattere ribelle, Zoey sembra voler compiacere sempre tutti. Sullo sfondo, come se non bastassero già i demoni, anche una rappresentazione di quanto possa essere “dura” la vita di una star del k-pop, costretta a ritmi forsennati e assediata dalla pressione di fans e media. Con 266 milioni di visualizzazioni su Netflix e record musicali che superano persino quelli della band al maschile Bts, il film segna un cambio di paradigma: la produzione è stata guidata da studi internazionali, dimostrando che l’“onda” oggi è alimentata anche da creatori e ambasciatori non coreani.

Quando il look diventa identità: estetica e moda nel k-pop

Nel k-pop, estetica, creazione dello stile e suono sono inseparabili. I videoclip funzionano come cortometraggi iper-stilizzati, con architetture di luci LED, realtà aumentata e scenografie da sogno. Sui social, l’estetica si amplia a dismisura e si trasforma in un vero e proprio metamondo: i fan sono co-creatori, reinterpretando outfit e make-up attraverso filtri e challenge, trasformando il k-pop in una piattaforma partecipativa globale. “Il k-pop – prosegue Milani – ha sempre avuto un forte connotato visivo: l’immagine degli idol, le coreografie, la regia dei videoclip, tutto questo ha reso il fenomeno immediatamente riconoscibile. Inoltre, l’uso dei social media ha creato comunità online di fan molto partecipative. Le produzioni sono caratterizzate da ibridazione culturale: mescolano influenze della musica occidentale con caratteristiche della cultura coreana. Un mix che le rende appetibili a un pubblico globale molto diversificato”.

Al centro di questa ricchezza visiva c’è una naturale propensione culturale a cercare l’armonia tra opposti: tradizione e modernità, potenza e grazia. Anche la moda riflette questa tensione: la precisione del design coreano si fonde con la teatralità occidentale, creando uno stile hyper-pop riconoscibile ovunque. Gli idol non si limitano a indossare abiti: li trasformano in simboli, codici di appartenenza e narrazioni personali. Nel 2023, il Victoria & Albert Museum e il Rietberg Museum hanno ospitato la mostra Hallyu! The Korean Wave”, allo scopo di celebrare in grande stile l’impatto della cultura coreana dalla musica al fashion. Lo scorso maggio, S. Coups dei Seventeen ha sfilato al Met Gala con un hanbok, l’abito tradizionale coreano, rivisitato in chiave moderna per lui da Hugo Boss.

Numerose star del k-pop hanno collaborato con marchi come Gucci, Prada, Versace, Fendi e Bottega Veneta, riempiendo il vuoto di glamour lasciato dalle star del cinema. Solo poche settimane fa, quattro delle nove componenti delle Twice hanno infiammato i social con la loro esibizione alla sfilata di Victoria’s Secret. Del resto, come scrive “Vogue Korea”, “a Seoul ormai moda e musica diventano tutt’uno”.  Stiamo vivendo una sorta di “globalizzazione al contrario”, dove non è più l’Occidente a esportare modelli ma a importarli? “Credo proprio di sì – conclude Milani -. La ‘korean wave’ è un fenomeno internazionale che dimostra come culture non occidentali possano produrre contenuti globali capaci di dettare tendenze e diventare un modello anche per le nostre industrie dell’intrattenimento”.

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Valentina Monarco
Valentina Monarco
Nata a Napoli, laureata in scienze politiche, giornalista professionista dal 2009. Ha iniziato come ufficio stampa e addetto alla comunicazione per enti e istituzioni del territorio, collaborando con diverse testate nazionali e locali. Oggi è impegnata nella valorizzazione e nella promozione di iniziative che uniscono storia, territorio e sperimentazione, e collabora con diverse realtà, locali e nazionali, come giornalista freelance, esplorando nuovi racconti e progetti culturali.

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