La mostra Venus – Valentino Garavani attraverso gli occhi di Joana Vasconcelos si apre oggi con un peso simbolico inatteso. La morte di Valentino Garavani, avvenuta a Roma all’età di 93 anni, trasforma inevitabilmente questo progetto espositivo in qualcosa che va oltre l’omaggio e il dialogo tra arte e moda. Venus diventa, senza volerlo, una soglia: il punto in cui un’eredità estetica si confronta con il presente e, soprattutto, con ciò che resta.
All’interno di PM23, lo spazio culturale voluto dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, la mostra – aperta al pubblico dal 18 gennaio e visitabile fino al 31 maggio 2026 – non assume mai il tono celebrativo tipico delle retrospettive postume. Al contrario, sceglie una strada più rischiosa e fertile: guardare Valentino attraverso lo sguardo di un’artista contemporanea, dichiaratamente autonoma, politica, materica.

Il percorso espositivo mette in relazione 33 abiti iconici di Valentino, provenienti dall’archivio della Maison, con 12 opere di Vasconcelos, tra installazioni storiche e lavori site-specific. Non si tratta di un confronto didascalico, ma di una costruzione per affinità simboliche: il corpo, il gesto, la manualità, l’idea di femminilità come campo di forze e non come immagine fissa. In questo senso, la curatela evita la trappola dell’illustrazione e costruisce invece un ambiente immersivo, stratificato, a tratti dissonante.
Il cuore concettuale della mostra è Venus, la Valchiria monumentale che domina lo spazio centrale. Non è solo una figura mitologica, ma un corpo collettivo. L’opera nasce infatti da un processo partecipativo che ha coinvolto centinaia di persone a Roma – studenti, artigiani, comunità, detenute – impegnate nella realizzazione di moduli tessili all’uncinetto confluiti nella scultura finale. Qui Vasconcelos introduce un elemento decisivo: la femminilità come costruzione condivisa, come lavoro, tempo, cura. Una dimensione che dialoga in modo sorprendente con l’alta sartoria di Valentino, fondata anch’essa su un’idea di tempo lungo e di gesto ripetuto.
Il confronto tra le opere di Vasconcelos e gli abiti di Valentino produce continui slittamenti di senso. Da un lato, la moda come forma di perfezione, equilibrio, controllo; dall’altro, l’arte come accumulo, eccesso, espansione. Le installazioni dell’artista portoghese – ferri da stiro trasformati in fiori, tessuti industriali elevati a scultura, oggetti domestici amplificati fino alla monumentalità – mettono in crisi l’idea di eleganza come misura assoluta. Eppure, proprio in questa frizione emerge un terreno comune: il corpo femminile come spazio simbolico, mai neutro, mai innocente.
Valentino ha costruito per decenni un’immagine di femminilità legata all’armonia, alla grazia, alla centralità del corpo vestito come luogo di rappresentazione. Vasconcelos, al contrario, lavora sulla disarticolazione di quegli stessi archetipi: la valchiria, la seduttrice, la figura materna, la donna-icona. Nel dialogo tra i due linguaggi, la mostra riesce a evitare tanto la nostalgia quanto la provocazione fine a sé stessa. Non si tratta di contrapporre passato e presente, ma di mostrare come un’eredità possa essere interrogata senza essere distrutta.
I tessuti assumono prepotentemente una vita propria diramandosi nello spazio, invadendo e incorporando la percezione del luogo.
Il contesto in cui Venus si inserisce rafforza questa lettura. PM23 non è concepito come un museo-mausoleo, ma come uno spazio di produzione culturale, aperto al confronto con il contemporaneo. In questo senso, la scelta di affidare a Vasconcelos il primo grande progetto dialogico della Fondazione appare oggi ancora più significativa. Dopo la scomparsa di Valentino, la mostra assume il valore di un testamento non scritto: non una celebrazione della forma compiuta, ma un invito a continuare il dialogo.

Particolarmente riuscita è la capacità della mostra di evitare la spettacolarizzazione facile. Pur lavorando con opere monumentali e fortemente visive, Venus mantiene una densità concettuale, tipica di Vasconcelos, che resiste all’immagine-evento. Ogni sala costruisce un ritmo, una pausa, un cambio di registro. Gli abiti di Valentino, spesso presentati in modo quasi sacrale, non vengono isolati come reliquie, ma reinseriti in una narrazione viva, esposta al rischio del confronto.
In questo senso, la morte dello stilista non chiude il discorso, ma lo rende più urgente. Venus non risponde alla domanda su cosa resterà di Valentino. Piuttosto, ne formula una più radicale: come può l’eleganza sopravvivere in un presente che ha perso il senso del tempo lungo? La risposta non è affidata alla nostalgia, ma alla contaminazione, alla comunità, al gesto condiviso.
La mostra si conclude senza una vera chiusura, come se lasciasse deliberatamente il discorso aperto. Ed è forse questo il suo merito più grande. In un momento in cui la moda e l’arte rischiano di diventare superfici autoreferenziali, Venus propone un’altra possibilità: l’eredità come spazio di conflitto, di trasformazione e di responsabilità culturale. Dopo Valentino, non resta un’icona immobile, ma una domanda ancora attiva.




Joana Vasconcelos uma artista de grande inventiva que mais uma vez prova o seu valor.~