I grandi scatoloni contenenti le iconiche tele, piegate con cura, sono arrivati alla fabbrica del Vapore a Milano ai primi di novembre. I macchinisti hanno poi operato con grande impegno e precisione per sollevare l’enorme sipario di 180 metri quadrati, un’esplosione di immagini oniriche e simboli potenti, perfettamente in linea con lo stile unico dell’eccentrico artistasurrealista. Oggi Bacchanale, l’imponente scenografia teatrale che Salvador Dalì Figueras (1904-1989), ideò e dipinse per quello che lui stesso definì “il primo balletto paranoico”, eseguito dal Ballets Russes de Monte Carlo e presentato per la prima volta al Metropolitan Opera House di New York nel 1939, torna a rivivere alla Fabbrica del vapore di Milano in tutta la sua forza visionaria e scenica: una rivisitazione potente del mito dionisiaco attraverso il linguaggio del surrealismo, alla luce della psicoanalisi di Freud. Una sorprendente metafora visiva del conflitto psichico umano, tra vitalità istintiva e freno dell’ordine razionale; l’inconscio che cerca di emergere attraverso sogni, fantasie e desideri, e la coscienza che cerca di contenerlo, razionalizzarlo o reprimerlo.

Per la prima volta in Italia, l’opera viene esposta nella sua interezza in occasione della mostra “Dalí, Picasso, Miró. I tre grandi di Spagna”, ospitata per negli spazi della Fabbrica del Vapore di Milano dal 1° novembre 2025 al 25 gennaio 2026. Prodotta dal Comune di Milano, Fabbrica del Vapore e Navigare Mostre – azienda leader in Italia nell’organizzazione e allestimento di esposizioni – l’esposizione è curata da Joan Abelló, con la collaborazione di Vittoria Mainoldi e Carlota Muiños. La mostra gode delle approvazioni ufficiali di Succession Picasso, Succesió Miró e della Salvador Dalí, Gala-Salvador Dalí Foundation. Oltre duecento opere raccontano tre giganti dell’arte moderna, artisti che hanno rivoluzionato per sempre il linguaggio visivo del Novecento, ciascuno con la propria inconfondibile poetica. Litografie, acqueforti, acquetinte, puntesecche, linoleografie e stampe, ma anche ceramiche, vengono presentate nella loro completezza. Tra le opere esposte spicca la celebre Suite Vollard – una raccolta di 100 incisioni realizzate da Pablo Picasso tra il 1930 e il 1937. Accanto alle incisioni, una serie di fotografie realizzate da Dora Maar durante la lavorazione che offrono la possibilità di seguire passo dopo passo l’evoluzione delle opere. La mostra include anche la serie Femme di Joan Miró, realizzata nel 1965 per l’editore e gallerista francese Aimé Maeght.

Il Bacchanale: storia di una scenografia d’eccezione
L’imponente scenografia di Dalì è, in fondo, la irresistibile ciliegina sulla torta di una mostra già straordinaria e ricca di fascino. Il Bacchanale nacque nel 1939 dalla collaborazione tra Salvador Dalí e Léonide Massine, coreografo e direttore dei Ballets Russes de Monte Carlo. Considerato dallo stesso Dalí il primo “balletto paranoico”, l’opera vide l’artista impegnato nella scrittura del libretto e nella progettazione di scene e costumi, realizzati insieme a Coco Chanel. A quel tempo non era insolito che grandi artisti progettassero e dipingessero costumi e fondali per diverse produzioni teatrali. Lo stesso Picasso, ad esempio, lo aveva già fatto nel 1917 per un balletto rivoluzionario intitolato Parade, della compagnia dei Ballets Russes , creato dal pioniere Sergej Diaghilev nel 1911 e questo portò a collaborazioni con artisti di spicco come Natalia Goncharova, Joan Miró, Giorgio de Chirico e Max Ernst. Dalí dal canto suo aveva già creato costumi per la produzione di Tristan Fou del Ballet Russe di Monte Carlo nel 1937, insieme alla stilista Elsa Schiaparelli. E già nel 1929, insieme all’amico e regista surrealista Luis Buñuel, realizzò il cortometraggio intitolato Un chien andalou.

L’artista lavorò anche con Federico García Lorca negli anni Venti, durante il suo soggiorno alla Residencia de Estudiantes di Madrid, a un progetto scenografico che non fu mai realizzato. Dieci anni dopo il Bacchanale, Alfred Hitchcock affiderà a Salvador Dalì per il film Io ti salverò (1949), la realizzazione delle scenografie per una delle sequenze più importanti: la celebre “scena del sogno”. Dalí creò occhi giganti, oggetti che si afflosciano, volti senza forma e oggetti dai bordi contorti, una sorta di riassunto degli stilemi surrealistici dell’artista spagnolo per rappresentare l’inconscio, il sogno e le sue angosce (fu l’unico pittore surrealista ad aver incontrato personalmente Sigmund Freud).
Dalì concepì Baccanale come la prima parte di una trilogia di balletti che includeva anche Labirinto, che metteva in scena la “rinascita della tradizione”, e Sacrificio, che si concludeva con il “trionfo della religione e dei valori spirituali”, mai realizzati.
Sulle note del Tannhäuser di Wagner, il balletto narra il viaggio di Ludovico II di Baviera (entusiasta ammiratore dell’opera wagneriana e generosissimo mecenate del compositore tedesco) verso il Venusberg, il leggendario Monte di Venere, dove il Tannhauser con cui il sovrano nella sua follia si identifica, viene sedotto da Venere e li trattenuto circondato da satiri, fauni e baccanti. Nei suoi deliri, Ludovico vede apparire sulla scena lo scrittore Sacher-Masoch, l’amante Lola Montez e le Tre Grazie, sotto forma di manichini da sarta.

Dipinta a mano a olio su tela, la scenografia completa è composta da tredici grandi tele. Il sipario principale (che riposta la firma Gala-Dalí con la data 1939 impressa sul retro) funge da fondale e misura 18 metri di larghezza per 10 metri di altezza. È affiancato da quattro serie di fondali, sia orizzontali sia verticali, che ne incorniciano e valorizzano la composizione centrale. ll progetto originale includeva un imponente cigno al centro del palco, la forma che il dio greco Zeus assume per sedurre. Purtroppo, l’enorme struttura venne distrutta, poiché non fu possibile inserirla nelle casse di stoccaggio dove venivano conservate le altre parti.
Il paesaggio è tipicamente daliano, una pianura arida che rimanda alla piane dell’Ampurdan la regione natale di Dalì e predominano i toni sabbiosi, gli ocra, i marroni ocrati, in contrasto con il nero di rocce affilate e spigolose del Monte di Venere che si erge al centro, attorno alla cui cima volteggiano uccelli immersi in una danza frenetica e apparentemente senza scopo. La composizione incorpora un cigno, simbolo di peccato e metamorfosi, ispirato al mito di Leda. Non mancano riferimenti rinascimentali, come la citazione esplicita e simbolica dello Sposalizio della Vergine di Raffaello. Mentre una cascata richiama il padiglione Dream of Venus progettato dallo stesso artista per la New York World’s Fair nello stesso anno. Le tende, dipinte di un rosso intenso che incorniciano l’immagine centrale, sono punteggiate da cassetti che alludono all’inconscio, busti con occhi vuoti, teschi sospesi tra sensualità e morte, un misterioso braccio scheletrico. È lo spirito visionario tipico di Dalí, fatto di accostamenti di elementi che creano spiazzamenti, un’atmosfera al contempo inquietante e affascinante, dove il reale si mescola con l’onirico.

Quella volta di Dalì con il casco da palombaro
Accanto al Bacchanale, il pubblico può assistere alla proiezione del video della performance che ha riportato in scena il balletto, insieme alla sua scenografia, reinterpretando alcuni dei passaggi più significativi dell’opera originale — della quale è sopravvissuto soltanto un film muto di 22 minuti. La nuova messa in scena, diretta da Jaime Vallaure con le coreografie di Tania Arias, è stata presentata nel dicembre 2024 al Círculo de Bellas Artes di Madrid, in occasione del centenario della pubblicazione del Manifesto surrealista di André Breton. Indossando un casco da palombaro, un ballerino rievoca l’iconico episodio londinese che ebbe come protagonista Dalì. Nel 1936, l’artista fu invitato a Londra per tenere una conferenza dal titolo “Fantômes paranoïaques authentiques” durante l’Esposizione Internazionale Surrealista. Dalí fece il suo ingresso con l’inconfondibile tocco di stravaganza che lo contraddistingueva, impugnando una stecca da biliardo, accompagnato da due levrieri russi al guinzaglio e abbigliato con una tuta da palombaro: una potente metafora della sua discesa nelle profondità dell’inconscio. In un primo momento, gli spettatori, divertiti da quello stravagante travestimento, interpretarono la sua gestualità affannata come parte della performance. Tra risate e applausi, gridavano entusiasti: “Bravo, bravo!”. Solo più tardi ci si rese conto che Dalí non stava fingendo: stava realmente soffocando. Fu necessario intervenire e rimuovergli il casco per permettergli di respirare. Ripresosi, l’artista commentò con la consueta ironia: “Volevo soltanto mostrare che mi stavo immergendo a fondo nella mente umana”.

Dai caveu di un’università In Indianapolis all’asta al buio
Il Bacchanale debuttò sul palcoscenico con 35 ballerini il 9 novembre del 1939, al Metropolitan Opera House di New York. Fu un successo clamoroso e rimase in repertorio dal 1939 al 1941, venendo nuovamente rappresentato nel 1945 e successivamente nel 1967, questa volta a Monaco, l’ultima volta che fu rappresentato. Dopo la chiusura della compagnia, uno dei ballerini ereditò i 13 fondali dipinti da Dalí, ma nel 1968 li donò alla Butler University, dove rimasero conservati in una grande cassa sigillata e dimenticati fino al 2019, quando fu messa all’asta nessuno aveva potuto verificarne le condizioni. Un’asta al buio senza vedere o conoscere il contenuto prima di fare la offerta presenta rischi elevati.

Il collezionista e gallerista madrileno Jorge Alcolea volle correrli, e quando nel 2019 decise di acquistare l’opera ricevette soltanto una cassa sigillata. Quando aprì quel forziere misterioso, la sorpresa fu enorme: quei 13 fondali erano praticamente intatti, conservavano ancora la brillantezza dei pigmenti originali, mostravano solo lievi segni d’uso, come l’usura causata dall’entrata e dall’uscita dei ballerini dal palco, il che li rendeva ancora più iconici. Il Bacchanale non necessitava di un restauro vero e proprio; è stato semplicemente ritoccato lo strato di vernice per restituire brillantezza ai colori. Un risultato quasi miracoloso, se si considera che le scenografie sono dipinte quasi interamente ad acqua, per mantenere la flessibilità dei tessuti ed evitare che si spezzino durante i continui montaggi e smontaggi in teatro. Un metodo che, nella maggior parte dei casi, finisce invece per provocarne il deterioramento e la scomparsa. Mancava solo l’imponente cigno di legno alto sei metri e ispirato al mito di Leda, che si ergeva imponente in cima al palcoscenico.






Molto dettagliato ho capito l opera vista grazie