Dal Giappone del dopoguerra alla cultura underground: a Milano la prima mostra italiana dedicata a NAGNAGNAG

Entrando negli spazi della galleria Numero 51, a Milano, la prima sensazione è quella di trovarsi davanti a qualcosa che appartiene contemporaneamente al mondo del giocattolo, alla cultura underground e a un pezzo di storia da raccontare. Le figure esposte nella mostra dedicata a Shigeru Arai, conosciuto come NAGNAGNAG, hanno colori forti, deformazioni grottesche, occhi multipli, ferocia e ironia allo stesso tempo. New Art Guild – Sofubi Ten (ソフビ展) Shigeru Arai Tribute Exhibition, ospitata e ideata da Numero 51, porta per la prima volta in Italia una rara selezione di opere legate al Sofubi, termine giapponese che deriva da “soft vinyl”, vinile morbido. Un materiale nato nel Giappone del dopoguerra e destinato inizialmente alla produzione industriale di giocattoli per il mercato occidentale.

Per capire davvero cosa siano questi oggetti bisogna però uscire dall’idea di un passatempo; il Sofubi si inserisce infatti in un preciso contesto storico e ne porta sulle spalle tutta la storia. Lo scenario in cui nasce è quello del periodo seguente la Seconda guerra mondiale, durante il quale il Giappone diventò uno dei grandi poli manifatturieri per il mercato americano. Una vasta quantità di prodotti destinati all’esportazione veniva addirittura etichettata con la dicitura “Made in Occupied Japan” (visibile anche nelle opere in mostra), un marchio che oggi diventa un vero documento storico oltre che commerciale, a testimonianza di un’occupazione territoriale che si estendeva a qualunque tipo di produzione. Anche le bambole e i giocattoli facevano parte di questa economia, inizialmente prodotti in cellulosa, fino all’introduzione del soft vinyl negli anni Cinquanta e Sessanta, che rappresentò un’importante svolta produttiva, in quanto più leggero e resistente. Da semplice soluzione tecnica, però, questo materiale nel tempo è riuscito a dar vita a un linguaggio visivo autonomo che ha fatto scuola, rappresentando per molti un mezzo di espressione estremamente efficace: è qui che entrano in gioco i Sofubi contemporanei e le figure come NAGNAGNAG. Si tratta di un immaginario di opere che non si limitano a replicare i giocattoli industriali, ma li deformano, li stratificano, li trasformano in oggetti quasi disturbanti.

Neon green humanoid sculpture standing atop white concrete blocks in an art installation, with collage figures and graffiti around it.

Gli artisti sviluppano una propria cifra stilistica, intervengono manualmente sui pezzi aggiungendo pittura, dettagli, accessori, e rendono ogni esemplare unico, nonostante le tirature. La mostra milanese insiste proprio su questo aspetto: si tratta di opere da collezionismo, pezzi ricercatissimi ormai inseriti saldamente nel patrimonio culturale giapponese e – lo conferma Julia Rönqvist Buzzetti, founder di Numero51 insieme ad Andrea Deotto – sempre di più anche negli interessi di quello mondiale. L’allestimento costruito dalla galleria, che da sempre è focalizzata sull’arte contemporanea asiatica, crea un’atmosfera underground perfetta per le opere. Graffiti, poster consumati e strutture che cadono a pezzi contribuiscono a restituire a questa forma d’arte la sua dimensione originaria di oggetti nati ai margini che parlano in modo diretto e anticonformista. 

Ed è forse impossibile osservare queste figure senza pensare al modo in cui il Giappone del dopoguerra ha trasformato il trauma in immaginario popolare. Lo stesso personaggio di Godzilla (di cui sono presenti diverse rappresentazioni in mostra), nel suo essere tutt’oggi indiscusso cult cinematografico e commerciale, nasconde una seconda lettura, ossia una rappresentazione simbolica della paura nucleare e delle conseguenze della bomba atomica: una creatura mostruosa dotata di un raggio atomico distruttivo. Anche le deformazioni tipiche del Sofubi sembrano custodire qualcosa di quella memoria, tra corpi accartocciati, anatomie ibride, mostri che oscillano tra il suscitare simpatia e paura. In questo senso ci parlano anche del rapporto ambiguo tra Giappone e Stati Uniti nel secondo dopoguerra, una iper-influenza americana e una necessità giapponese di assorbire quel linguaggio e trasformarlo in qualcosa di autonomo. I mostri di NAGNAGNAG e degli altri artisti si inseriscono proprio qui, come prodotti industriali figli dell’occupazione diventati oggetti di culto, una forma di orgoglio e ribellione. La mostra riesce dunque ad affascinare anche i profani in materia, utilizzando oggetti apparentemente marginali per aprire una riflessione più ampia sul rapporto tra produzione industriale, memoria storica e cultura visuale.

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Martina Bonetti
Martina Bonetti
Fotografa e collaboratrice di numerose testate online e cartacee, scrive di fotografia, design e arte contemporanea. Dopo aver studiato tra Milano e Londra, attualmente si occupa di Digital Communication e Press Office in ambito museale.

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