Dai fondi PNRR all’AI: il futuro dell’accessibilità culturale nei musei italiani, tramite audioguide e non solo

A poche settimane dalla scadenza dei fondi PNRR per l’abbattimento delle barriere nei musei – fissata a giugno 2026 – il tema dell’accessibilità culturale torna a farsi sentire con forza. Nel corso degli ultimi anni, i musei italiani hanno puntato quasi tutto sull’eliminazione degli ostacoli fisici: rampe, ascensori, percorsi agevolati, adeguamenti alle strutture. Interventi che nessuno mette in discussione, ma che da soli non bastano quando si parla di accesso reale ai contenuti. 

Le disabilità sensoriali e cognitive rimangono una zona d’ombra nelle politiche culturali del paese. Nelle sale museali scarseggiano ancora oggi gli strumenti pensati per chi non vede o vede poco, per i visitatori sordi, per chi ha una neurodivergenza o incontra ostacoli linguistici e cognitivi. Il motivo è abbastanza chiaro: l’accessibilità viene ancora gestita come un compartimento a parte, qualcosa da aggiungere a margine, piuttosto che come una componente costitutiva dell’esperienza culturale.

I dati, però, raccontano tutt’altro. Le rilevazioni ISTAT segnalano che in Italia sono milioni le persone che convivono con qualche forma di disabilità – permanente o temporanea – che condiziona la frequentazione degli spazi pubblici e la fruizione dei contenuti culturali. A questi si sommano anziani, turisti non italofoni, persone con bassa scolarizzazione o con esigenze cognitive particolari. Il museo contemporaneo, insomma, si dichiara inclusivo ma spesso continua a rivolgersi a una fetta ristretta di pubblico.

Qualcosa però si sta muovendo. L’intelligenza artificiale apre scenari inediti sul fronte della mediazione culturale – non per rimpiazzare la relazione umana, ma come strumento capace di modulare linguaggi, ritmi e forme narrative in base a chi si ha di fronte. Tra le realtà italiane che si muovono in questa direzione c’è amuseapp, una piattaforma nata per rendere lo storytelling museale un’esperienza adattabile e multimodale. Il principio da cui parte il progetto è semplice: l’accessibilità non riguarda soltanto l’ingresso nello spazio fisico, ma la possibilità di comprendere, orientarsi, partecipare. Per questo amuseapp integra strumenti diversi all’interno di un unico ecosistema digitale. I contenuti possono essere tradotti in linguaggio semplificato, accompagnati da audiodescrizioni geolocalizzate per utenti ciechi o ipovedenti, oppure convertiti in video LIS per visitatori sordi. L’esperienza cambia in base alle esigenze del pubblico, senza separare utenti “normali” e utenti “speciali”.

Nello stesso orizzonte si colloca anche ArtPlug, sviluppata dal team di Artuu Lab, che lavora sulla costruzione di strumenti digitali pensati per rendere più fluido, accessibile e personalizzato il rapporto tra contenuti culturali e pubblici. ArtPlug utilizza l’intelligenza artificiale per costruire audioguide su misura, capaci di accompagnare la visita come un podcast personalizzato. I contenuti possono essere creati ex novo oppure rielaborati a partire da materiali già forniti, in modo da rispettare la visione curatoriale, comunicativa e istituzionale del progetto. Il sistema prevede una landing page dedicata, accessibile tramite QR code, una mappa interattiva per orientare il pubblico nello spazio espositivo e una visita esperienziale arricchita da percorsi narrativi e background sonori differenti. In questo senso, la tecnologia non si limita ad aggiungere uno strumento digitale, ma interviene sulla qualità stessa della relazione tra opera, spazio e visitatore.

Uno degli aspetti più interessanti di questa trasformazione riguarda proprio il superamento dell’idea assistenziale dell’accessibilità. Per anni il settore culturale ha affrontato il tema come un obbligo normativo o un intervento compensativo: una pedana da installare, un’audioguida da aggiungere, un laboratorio dedicato. L’approccio digitale e multimodale sposta invece la questione sul terreno della progettazione culturale.

Non si tratta più soltanto di permettere l’accesso, ma di ripensare il museo come ambiente relazionale capace di accogliere differenti modalità percettive e cognitive. Una trasformazione che investe anche il linguaggio curatoriale. La mediazione culturale tradizionale, spesso costruita su testi lunghi, lessici specialistici e gerarchie interpretative, mostra oggi tutti i suoi limiti rispetto a pubblici sempre più eterogenei. L’intelligenza artificiale permette di intervenire proprio su questo livello, adattando la complessità del racconto senza impoverirlo. Un’opera può essere spiegata attraverso diversi registri narrativi, mantenendo coerenza scientifica ma modificando forma, durata e profondità dell’esperienza. In prospettiva, questo significa anche produrre musei meno verticali e più dialogici, dove la conoscenza non viene trasmessa in modo unidirezionale ma costruita attraverso interazioni differenziate.

C’è poi un altro elemento che rende interessante il modello proposto da piattaforme come ArtPlug: la possibilità di misurare gli impatti inclusivi. Uno dei grandi problemi delle politiche culturali italiane è infatti l’assenza di dati strutturati sulla reale accessibilità dei contenuti. Molti progetti nascono come iniziative sporadiche, senza strumenti di monitoraggio o valutazione.

L’ambiente digitale consente invece di acquisire informazioni concrete su come le persone vivono la visita: quali percorsi scelgono, quanto tempo si fermano davanti a un’opera, cosa preferiscono. Un patrimonio di dati che musei e istituzioni possono usare per capire meglio cosa funziona – e cosa no – e per costruire esperienze culturali più calibrate sui bisogni reali del pubblico. L’accessibilità smette così di essere una dichiarazione astratta e diventa un processo verificabile. Naturalmente, l’intelligenza artificiale non rappresenta una soluzione automatica. Anche in questo campo esistono rischi evidenti: standardizzazione dei contenuti, dipendenza tecnologica, impoverimento della relazione umana, problemi legati alla privacy e alla gestione dei dati. Inoltre molte istituzioni culturali italiane continuano a scontare carenze strutturali, scarsità di personale e limiti economici che rendono difficile l’adozione di strumenti innovativi.

Il punto però non è immaginare una tecnologia salvifica, quanto comprendere come certi strumenti possano ridefinire il concetto stesso di accessibilità. Per lungo tempo il museo ha costruito la propria autorevolezza anche attraverso dispositivi di esclusione simbolica: silenzio, distanza, linguaggi specialistici, rituali impliciti. Rendere accessibili i contenuti significa allora mettere in discussione non soltanto le infrastrutture, ma anche l’identità culturale dell’istituzione museale.

La scadenza del PNRR rischia di evidenziare proprio questa contraddizione. Molti interventi finanziati negli ultimi anni hanno privilegiato l’adeguamento fisico degli spazi, lasciando in secondo piano la dimensione esperienziale e cognitiva dell’accesso. Una volta terminati i fondi, il rischio è ritrovarsi con musei formalmente accessibili ma ancora incapaci di parlare a pubblici diversi.

Le tecnologie immersive e l’intelligenza artificiale possono allora diventare strumenti utili soltanto se inseriti all’interno di una visione culturale più ampia. Non basta aggiungere funzionalità digitali: serve ripensare il museo come spazio condiviso, attraversabile da differenti corpi, sensibilità e modalità di apprendimento.

L’accessibilità, in fondo, non riguarda una categoria specifica di utenti, ma il modo in cui una società decide di distribuire conoscenza, attenzione e possibilità di partecipazione. Ed è proprio qui che il dibattito italiano mostra ancora il suo ritardo più profondo.

Poster for 'No Curves' solo show with a Mona Lisa portrait wearing neon yellow virtual-reality style goggles, set in a vivid geometric collage; includes dates and venue details (free admission).
CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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